lunedì, 24 Agosto 2026

DIGITALIZZAZIONE E SALUTE: NUOVI IMPATTI SUL CORPO. DAL 69% CHE SPERIMENTA DISTURBI DA SCHERMO AL 64% DEI LUOGHI DI LAVORO CHE SEGNALA SEDENTARIETÀ PROLUNGATA

Posture, affaticamento visivo e carico mentale: cosa sta cambiando davvero. Feroli (Salute.it): «La tecnologia non è il nemico, ma dobbiamo smettere di considerare normale trascorrere ore davanti a uno schermo senza pause, movimento e una corretta ergonomia. Il corpo presenta il conto attraverso occhi stanchi, cervicalgia, tensioni muscolari e affaticamento mentale»

ROMA, 24 AGOSTO 2026 – Computer per lavorare, smartphone per comunicare, tablet per studiare, piattaforme digitali per organizzare attività e servizi. La digitalizzazione ha semplificato una parte importante della vita quotidiana, ma sta contemporaneamente modificando il rapporto tra corpo, movimento, vista e carico cognitivo. Non si tratta più soltanto di quanto tempo trascorriamo online: il punto è come il nostro organismo vive le molte ore passate davanti agli schermi.

In Italia il fenomeno interessa ormai la grande maggioranza della popolazione. Secondo i dati Istat relativi al 2025, l’83,1% delle persone di almeno sei anni ha utilizzato Internet nei tre mesi precedenti l’intervista. La percentuale supera il 95% tra gli 11 e i 44 anni, raggiunge il 98% circa tra i 15 e i 24 anni e arriva al 93,6% tra i 45 e i 54 anni.

«Digitalizzare non significa automaticamente peggiorare la nostra salute – sottolinea Roberto Feroli, Ceo di TuttoBene TV e Project Manager di Salute.it –. «La tecnologia non è il nemico, ma è bene non considerare normale trascorrere ore davanti a uno schermo senza pause, movimento e una corretta ergonomia».

OCCHI SOTTO PRESSIONE: LA COMPUTER VISION SYNDROME RIGUARDA FINO A 7 PERSONE SU 10

Uno degli effetti maggiormente studiati riguarda la vista. Una revisione sistematica e meta-analisi pubblicata sul Journal of Optometry, che ha analizzato 103 studi e 66.577 partecipanti, ha stimato una prevalenza complessiva della Computer Vision Syndrome (CVS) del 69%. Il dato saliva al 76,1% tra gli studenti universitari. Gli autori avvertono tuttavia che gli studi utilizzano criteri non sempre omogenei, con una forte variabilità delle stime.

Una più recente meta-analisi sull’astenopia, pubblicata nel 2026 e costruita su 63 studi, ha stimato una prevalenza complessiva dei sintomi del 51%, che raggiungeva il 90% tra gli utilizzatori di dispositivi digitali e il 77% tra chi lavora al computer. Tra i sintomi rilevati figuravano stanchezza oculare nel 65% dei casi, affaticamento visivo nel 47%, bruciore o irritazione nel 43%, ma anche mal di testa nel 50% e difficoltà di concentrazione nel 44%.

«Occhi secchi, bruciore, difficoltà di messa a fuoco e mal di testa non dovrebbero essere liquidati come il prezzo inevitabile della modernità – osserva Feroli –. Se compaiono con continuità significa che occorre interrogarsi sulle ore trascorse davanti ai dispositivi, sulle pause, sulla distanza dallo schermo, sull’illuminazione e sulla postazione utilizzata».

NON SOFFRONO SOLO GLI OCCHI: COLLO, SPALLE E SCHIENA PAGANO LE POSTURE STATICHE

Il secondo fronte riguarda l’apparato muscoloscheletrico. L’indagine europea ESENER 2024 di EU-OSHA mostra che il 64% dei luoghi di lavoro europei segnala il mantenimento prolungato della posizione seduta come fattore di rischio, mentre il 63% indica i movimenti ripetitivi di mani e braccia. Sono i primi due fattori rilevati dall’indagine. Parallelamente, la quota di imprese che dichiara la presenza di dipendenti al lavoro da casa è passata dal 13% del 2019 al 23% del 2024.

La stessa meta-analisi del 2026 sull’astenopia ha rilevato, accanto ai sintomi oculari, dolore cervicale nel 45% e dolore alle spalle nel 30% dei soggetti analizzati.

Il problema non è quindi riconducibile esclusivamente allo schermo, ma all’intero ecosistema fisico del lavoro digitale: altezza e distanza del monitor, posizione di collo e schiena, appoggio degli avambracci, seduta, immobilità prolungata e ripetitività dei movimenti.

«Possiamo avere il computer più moderno del mondo e continuare a lavorare in una posizione sbagliata per otto ore – aggiunge Feroli –. L’innovazione deve procedere insieme alla cultura della prevenzione. Una postazione corretta, il movimento durante la giornata e l’alternanza delle attività sono elementi di salute, non dettagli organizzativi».

IL TERZO RISCHIO È INVISIBILE: IL CARICO MENTALE DEL LAVORO DIGITALE

C’è poi una conseguenza meno immediatamente visibile: l’intensificazione cognitiva. Notifiche, e-mail, messaggistica, videoconferenze, software gestionali, piattaforme e richieste che arrivano contemporaneamente possono frammentare l’attenzione e aumentare la percezione di dover essere costantemente disponibili.

L’OSH Pulse 2025 di EU-OSHA, realizzato su oltre 28mila lavoratori nei Paesi dell’Unione europea, oltre a Islanda, Norvegia e Svizzera, ha analizzato specificamente il rapporto tra tecnologie digitali, rischi psicosociali e salute mentale.

I dati europei mostrano che, tra i lavoratori che utilizzano tecnologie digitali, il 48% afferma che queste determinano la velocità o il ritmo del proprio lavoro, il 30% segnala una riduzione della possibilità di decidere come svolgere il lavoro e il 28% un aumento del carico lavorativo. Per l’Italia le percentuali riportate dall’indagine sono rispettivamente 57%, 49% e 31%.

EU-OSHA sottolinea inoltre come la digitalizzazione possa produrre vantaggi in termini di organizzazione, automazione ed ergonomia, ma possa anche contribuire a intensificazione del lavoro, riduzione dell’autonomia e cultura dell’“always on”, se l’innovazione non viene accompagnata da adeguate misure organizzative.

«Il cervello non è una macchina capace di passare senza conseguenze da una notifica a una riunione, da una mail urgente a una piattaforma e poi di nuovo a un’attività che richiede concentrazione profonda – evidenzia Feroli –. La salute digitale passa anche dal diritto a recuperare attenzione, a interrompere il flusso delle sollecitazioni e a distinguere il tempo del lavoro dal tempo personale».

SEDUTI SEMPRE DI PIÙ: IL PROBLEMA VA OLTRE L’UFFICIO

La questione non termina quando viene spento il computer di lavoro. Dopo ore trascorse seduti davanti a un monitor, una parte significativa del tempo libero continua infatti a essere occupata da smartphone, streaming, social network e altri dispositivi.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ricorda che livelli elevati di comportamento sedentario sono associati negli adulti a un maggiore rischio di mortalità generale e cardiovascolare e di insorgenza di malattie cardiovascolari, tumori e diabete di tipo 2. L’inattività fisica, più in generale, è associata a un rischio di morte superiore del 20-30% rispetto a quello delle persone sufficientemente attive.

Il problema ha dimensioni globali: secondo OMS, nel 2022 circa 1,8 miliardi di adulti, pari al 31% della popolazione adulta mondiale, non raggiungevano i livelli raccomandati di attività fisica. In assenza di un’inversione di tendenza, la quota potrebbe raggiungere il 35% entro il 2030.

PREVENZIONE DIGITALE: NON BASTA “STACCARE GLI OCCHI DALLO SCHERMO”

La prevenzione deve quindi diventare multidimensionale. Significa interrompere regolarmente la posizione seduta, alternare le attività, curare l’ergonomia della postazione, evitare distanze troppo ridotte dallo schermo e recuperare movimento nella vita quotidiana. Una revisione sistematica sui giovani utilizzatori di dispositivi digitali ha associato esposizioni superiori alle 4-5 ore al giorno e parametri ergonomici inadeguati a una maggiore sintomatologia da affaticamento visivo. La stessa revisione non ha invece trovato prove sufficienti per considerare i filtri per la luce blu una soluzione preventiva alla Digital Eye Strain.

Sul fronte dell’attività fisica, l’OMS raccomanda agli adulti almeno 150-300 minuti settimanali di attività aerobica moderata, oppure 75-150 minuti di attività vigorosa, associando attività di rafforzamento muscolare almeno due volte alla settimana.

«Non dobbiamo scegliere tra salute e innovazione – conclude Roberto Feroli –. Dobbiamo costruire un modo più sano di vivere l’innovazione. Il futuro sarà inevitabilmente ancora più digitale: proprio per questo servono maggiore educazione alla postura, tutela della vista, movimento, pause reali e attenzione al carico mentale. La tecnologia deve adattarsi all’essere umano, non costringere l’essere umano a dimenticare i bisogni del proprio corpo».

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