Prof. Foad Aodi: «L’epidemia di Ebola corre più veloce della risposta sanitaria sul campo. Servono finanziamenti immediati, valorizzazione e protezione del personale in prima linea e la piena operatività del Manifesto Internazionale Interculturale Unione per l’Italia. Prevenzione e cooperazione internazionale sono la nostra prima difesa»
ROMA, 26 agosto 2026 – L’epidemia di Ebola causata dal virus Bundibugyo (BDBV) nella Repubblica Democratica del Congo continua a rappresentare una grave emergenza sanitaria internazionale. Secondo l’ultimo aggiornamento disponibile, con dati al 23 agosto 2026, nella RDC si contano 5.584 casi confermati e 2.680 decessi, con 1.215 pazienti guariti e altri 846 in isolamento o ricoverati. Il tasso di letalità si attesta intorno al 48%, mentre il tracciamento nazionale dei contatti raggiunge l’83,4%, restando ancora insufficiente rispetto alle necessità di contenimento dell’epidemia.
Il focolaio, dichiarato ufficialmente dalle autorità congolesi il 15 maggio 2026, è diventato il più grande mai documentato nella Repubblica Democratica del Congo ed è caratterizzato da una trasmissione sostenuta e da una progressiva espansione geografica. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato l’Emergenza di Sanità Pubblica di Rilevanza Internazionale (PHEIC) il 17 maggio 2026.
L’epidemia interessa attualmente sei province della RDC: Ituri, Nord Kivu, Sud Kivu, Haut-Uélé, Tshopo e Bas-Uélé. L’Ituri rimane l’epicentro, mentre la trasmissione si intensifica in alcune aree del Nord Kivu e dell’Haut-Uélé e vengono individuati casi anche in zone sanitarie precedentemente non interessate.
A ridosso degli ultimi aggiornamenti internazionali, la rete associativa e i movimenti AMSI (Associazione Medici di Origine Straniera in Italia, denominata anche Unione Professionisti della Sanità Internazionali), UMEM (Unione Medica Euromediterranea), CO-MAI (Comunità del Mondo Arabo in Italia), AISCNEWS (Agenzia Mondiale di Informazione Senza Confini) e il Movimento Internazionale Uniti per Unire (UXU) integrano il quadro epidemiologico attraverso le proprie indagini trasversali. Le rilevazioni condotte dalla rete associativa AMSI-UMEM-UXU indicano che nei Paesi confinanti e nelle aree di valico transfrontaliero si registra un sottotracciamento dei contatti stimato oltre il 40%, elemento che accresce la preoccupazione per la capacità di intercettare rapidamente eventuali nuove catene di trasmissione.
Sulla complessa emergenza in corso interviene il Prof. Foad Aodi, medico-fisiatra, giornalista e divulgatore scientifico internazionale, esperto in salute globale, membro del Registro Esperti FNOMCeO, docente dell’Università di Tor Vergata e fondatore dell’AMSI e del Movimento Uniti per Unire:
«Non possiamo rimanere spettatori mentre la risposta sanitaria sul campo viene superata dalla velocità di propagazione del virus. I dati dimostrano che l’emergenza è ancora pienamente in corso. Il tracciamento dei contatti deve essere ulteriormente rafforzato e occorre intervenire soprattutto sulle catene di trasmissione che ancora sfuggono alla sorveglianza. Servono diagnosi precoci, laboratori mobili, ambulanze efficienti, nuovi posti letto e soprattutto la garanzia che gli operatori sanitari in prima linea siano protetti, equipaggiati, valorizzati e retribuiti regolarmente e senza ritardi».
Criticità operative e sostegno agli operatori sanitari
Le indagini condotte dalla rete associativa AMSI-UMEM-UXU mettono in evidenza come gli spostamenti continui delle popolazioni, l’insicurezza legata ai conflitti armati territoriali, le difficoltà infrastrutturali e la disinformazione continuino a compromettere le operazioni quotidiane di isolamento, prevenzione e tracciamento.
Il quadro è particolarmente grave per gli operatori sanitari. Le Nazioni Unite hanno segnalato il 21 agosto che l’epidemia si sta espandendo rapidamente in un’area più grande della Francia e che 160 operatori sanitari sono stati contagiati e 43 sono morti. Anche le aggressioni contro personale, strutture sanitarie e mezzi di soccorso rappresentano un ulteriore ostacolo alla risposta.
«I nostri medici all’estero segnalano che in ampie aree dell’Ituri e del Nord Kivu una parte della popolazione continua a evitare i centri di cura per paura, sfiducia o disinformazione. Gli operatori sanitari lavorano in condizioni estremamente difficili e sono esposti quotidianamente al contagio e alle conseguenze dell’instabilità. Proteggere chi cura è la prima regola della salute globale: senza personale tutelato, valorizzato ed equipaggiato, l’intero sistema di contenimento rischia di entrare ulteriormente in sofferenza», sottolinea il Prof. Foad Aodi.
Ebola oltre il Congo: Uganda, Francia e rischio nei Paesi confinanti
L’emergenza ha già assunto una dimensione transfrontaliera. Complessivamente, oltre ai casi registrati nella Repubblica Democratica del Congo, l’Uganda ha riportato 20 casi confermati e due decessi. Il Paese ha dichiarato concluso il proprio focolaio il 28 luglio, dopo 42 giorni senza nuovi casi acquisiti localmente, ma mantiene una sorveglianza rafforzata a causa del rischio di nuove importazioni dalla RDC. In Francia è stato registrato un caso importato, successivamente guarito, senza trasmissione secondaria. Due pazienti diagnosticati nella RDC sono stati inoltre successivamente trattati in Germania. L’OMS continua a considerare elevato il rischio per i Paesi confinanti con la RDC, mentre non è stata documentata una trasmissione sostenuta al di fuori della Repubblica Democratica del Congo.
Particolare attenzione deve essere mantenuta nei confronti di Uganda, Ruanda, Burundi, Sud Sudan, Repubblica Centrafricana, Repubblica del Congo, Tanzania, Angola e Zambia, attraverso il rafforzamento della preparazione sanitaria, della sorveglianza epidemiologica, dei punti di ingresso e della capacità diagnostica.
«Non è allarmismo, ma prevenzione attiva. Il virus Bundibugyo si trasmette attraverso il contatto diretto con sangue e altri liquidi corporei di persone infette sintomatiche o attraverso il contatto con animali infetti; non si trasmette per via aerea. Per questo bisogna informare correttamente senza alimentare paura, fake news o stigmatizzazione delle comunità africane», sottolinea Aodi.
Vaccini: 70mila dosi di Ervebo, 20mila per la sperimentazione contro Bundibugyo
Un nuovo fronte della risposta riguarda i vaccini. L’International Coordinating Group on Vaccine Provision ha autorizzato il rilascio immediato alla Repubblica Democratica del Congo di 70.000 dosi del vaccino Ervebo dalla scorta globale per l’Ebola. Di queste, 20.000 dosi saranno utilizzate nell’ambito di uno studio clinico di fase 3 finalizzato a valutare l’impatto del vaccino contro il virus Bundibugyo, mentre 50.000 dosi sono destinate alla protezione degli operatori sanitari e del personale in prima linea, secondo le raccomandazioni degli esperti dell’OMS.
Ervebo è un vaccino autorizzato e raccomandato contro la malattia provocata dall’Ebola virus, precedentemente denominato Zaire ebolavirus, ma non è ancora noto se possa garantire una protezione efficace nell’uomo contro il Bundibugyo virus responsabile dell’attuale epidemia. I primi dati di laboratorio e sugli animali indicano una possibile protezione, che dovrà però essere valutata attraverso la sperimentazione clinica. L’OMS sottolinea pertanto la necessità di informare adeguatamente le persone alle quali viene proposta la vaccinazione sui potenziali benefici, sui rischi e sui limiti delle conoscenze attualmente disponibili.
«Le 70.000 dosi rappresentano un’opportunità importante, ma dobbiamo essere rigorosi: oggi non possiamo ancora affermare che Ervebo protegga efficacemente l’uomo dal virus Bundibugyo. Proprio per questo la sperimentazione clinica assume un valore internazionale. Proteggere gli operatori sanitari e contemporaneamente produrre nuove evidenze scientifiche significa affrontare l’emergenza presente costruendo strumenti più efficaci anche per il futuro. La ricerca deve procedere rapidamente, ma sempre nel rispetto della sicurezza, del consenso informato e della corretta comunicazione alla popolazione», dichiara il Prof. Foad Aodi.
Le raccomandazioni AMSI-UMEM per l’Italia e per chi viaggia
AMSI e UMEM sottolineano che non vi è attualmente un rischio significativo per la popolazione generale in Italia, ma invitano a mantenere alta l’attenzione sanitaria e a contrastare informazioni false e discriminazioni.
Per chi viaggia verso la Repubblica Democratica del Congo, Uganda, Ruanda, Sud Sudan e Repubblica Centrafricana, la rete raccomanda di evitare contatti con persone malate e con i loro liquidi corporei, la partecipazione a pratiche funerarie che comportino contatto con il corpo del defunto, il consumo o la manipolazione di carne selvatica a rischio, di mantenere un’accurata igiene delle mani e, per gli operatori sanitari, di utilizzare correttamente i dispositivi di protezione individuale.
In presenza di febbre, dolori muscolari, vomito o diarrea entro 21 giorni dal rientro da un’area interessata, AMSI-UMEM raccomanda di contattare immediatamente i servizi sanitari, segnalando il precedente viaggio, ed evitando di presentarsi autonomamente in una struttura sanitaria senza averla preventivamente avvisata.
«Per operatori sanitari, mediatori interculturali e personale impegnato nelle aree interessate è fondamentale rafforzare sorveglianza, formazione e tracciamento. Una quota molto elevata dei nuovi casi continua a non presentare collegamenti epidemiologici già noti: significa che esistono catene di trasmissione che dobbiamo ancora intercettare», evidenzia Aodi.
Finanziamenti, posti letto e risposta internazionale
La risposta internazionale sta aumentando, ma le necessità rimangono molto elevate. Gli Stati Uniti hanno portato a 512 milioni di dollari il proprio impegno finanziario complessivo per la risposta all’Ebola nella RDC. Parallelamente, l’OMS sta lavorando con le autorità e i partner per aumentare la capacità assistenziale, con circa 400 posti letto aggiuntivi e il rafforzamento delle squadre epidemiologiche sul territorio.
Sul fronte vaccinale, Gavi, the Vaccine Alliance, ha annunciato ulteriori 7 milioni di dollari per finanziare la fornitura delle 70.000 dosi di Ervebo alla RDC, aggiungendo così un altro tassello alla mobilitazione internazionale contro l’epidemia.
«I finanziamenti annunciati devono trasformarsi rapidamente in medici, infermieri, epidemiologi, laboratori, ambulanze, dispositivi di protezione, vaccini, ricerca e strutture operative. Ogni ritardo nella trasformazione delle risorse economiche in assistenza concreta lascia spazio alla diffusione del virus», dichiara Aodi.
Aodi: «Dati sottostimati, i numeri reali potrebbero essere fino a tre volte superiori»
Secondo il Prof. Foad Aodi, il quadro epidemiologico ufficiale potrebbe rappresentare soltanto una parte della reale diffusione dell’Ebola nei territori interessati. Le condizioni di guerra e di instabilità, l’elevato numero di sfollati, il sovraffollamento, i contatti diretti continui tra le popolazioni e la carenza di strutture diagnostiche rendono particolarmente difficile individuare e tracciare tutti i contagi.
«Le statistiche disponibili sono sicuramente sottostimate e il numero reale dei casi potrebbe essere anche fino a tre volte superiore rispetto a quello dichiarato. Siamo in territori segnati dalla guerra, con un forte affollamento degli sfollati e continui contatti diretti. Mancano laboratori adeguati e strutture diagnostiche in grado di identificare rapidamente e con precisione il virus e le sue caratteristiche, così come mancano medici specialisti ed équipe sufficienti per affrontare un’emergenza di queste dimensioni», sottolinea Aodi.
«Per questo occorre aumentare immediatamente la prevenzione, rafforzare e fornire nuovi laboratori, inviare delegazioni internazionali di medici ed esperti qualificati a sostegno del personale sanitario locale, garantire le cure necessarie e intensificare la sorveglianza alle frontiere. Dobbiamo intervenire prima che nuove catene di trasmissione possano sfuggire al controllo e determinare un’ulteriore espansione dell’epidemia», conclude il Prof. Foad Aodi.
Cooperazione interculturale e il Manifesto Unione per l’Italia
Per interrompere le catene di trasmissione, la rete associativa evidenzia la necessità imprescindibile di coinvolgere capillarmente i leader comunitari e religiosi, le organizzazioni giovanili e femminili e i mediatori interculturali, affinché contribuiscano a costruire un clima di fiducia reale, utile a incentivare la segnalazione precoce dei sintomi, l’accesso alle cure e lo svolgimento di sepolture sicure e dignitose.
In questo quadro si inserisce l’azione strategica promossa dal Manifesto Internazionale Interculturale Unione per l’Italia, sostenuto da AMSI, UMEM e Uniti per Unire, per porre la diplomazia medica, l’integrazione, la prevenzione e la cooperazione internazionale al centro delle politiche di contrasto alle grandi epidemie.
«La salute globale è un bene comune e la prevenzione internazionale rappresenta la nostra vera difesa. Attraverso le direttive del nostro Manifesto Internazionale Interculturale Unione per l’Italia, chiediamo alle istituzioni internazionali e ai Governi di sbloccare e far giungere tempestivamente sul campo le risorse finanziarie già promesse. Accogliamo inoltre con favore l’indicazione di non applicare restrizioni sproporzionate ai viaggi o al commercio, che finirebbero per impoverire territori già stremati. Rafforzare la sorveglianza transfrontaliera e la solidarietà tra Europa, Africa e Medio Oriente è la risposta chiave: salvare l’Africa Centrale significa proteggere la sicurezza sanitaria del mondo intero», conclude il Prof. Foad Aodi.