giovedì, 23 Luglio 2026

Tumore seno, Longo (Tor Vergata Roma): “Con ricostruzione autologa 99% successo e dimissioni in 24 ore”

“Ora puntiamo a day surgery, tecnica aiuta pazienti a recuperare rapidamente anche su piano psicologico”

Roma, 23 luglio 2026 – Ricostruire il seno dopo un tumore utilizzando i propri tessuti, tornare a casa entro 24 ore dall’intervento e ottenere un risultato naturale destinato a durare nel tempo. È la svolta raggiunta dall’Unità di Chirurgia Plastica del Policlinico Tor Vergata di Roma, che grazie alla ricostruzione mammaria autologa con lembo DIEP e all’applicazione dei protocolli ERAS ha ridotto drasticamente i tempi operatori e di degenza, migliorando al tempo stesso sicurezza e qualità di vita delle pazienti. Il centro è inoltre uno dei riferimenti nazionali per questa tecnica, con 70-90 interventi di ricostruzione mammaria autologa mediante trapianti microchirurgici eseguiti ogni anno, un volume di attività che contribuisce agli elevati standard di sicurezza e ai risultati clinici ottenuti. Per una donna che affronta una mastectomia, infatti, potersi svegliare già con il seno ricostruito e tornare a casa il giorno dopo significa alleggerire non solo il recupero fisico, ma anche il peso psicologico della malattia.

I risultati, pubblicati sul Journal of Plastic, Reconstructive & Aesthetic Surgery su una casistica di 143 donne, collocano il centro romano tra i primi cinque al mondo per rapidità di recupero e dimissione. Un traguardo reso possibile da una tecnica microchirurgica altamente specialistica e da un’organizzazione integrata tra chirurghi e anestesisti, che permette di ricostruire un seno ‘vivo’, senza protesi e con un recupero sempre più rapido. Per approfondire i risultati dello studio e le prospettive di questa tecnica, la Dire ha intervistato il professor Benedetto Longo, direttore della Scuola di Specializzazione in Chirurgia Plastica Ricostruttiva ed Estetica dell’Università di Roma Tor Vergata e autore dello studio.

– Professor Longo, perché la ricostruzione con lembo DIEP rappresenta oggi un cambio di paradigma dopo la mastectomia?

“Il cambio di paradigma non riguarda tanto la procedura in sé, quanto il modo in cui abbiamo ripensato l’intero percorso di cura. Abbiamo rivisto ogni fase della ricostruzione mammaria con lembo DIEP, studiandola e ottimizzandola in ogni dettaglio, fino a trasformarla in un intervento di one night surgery. Significa che la paziente viene operata, trascorre una sola notte in ospedale e viene dimessa il giorno successivo. Questo approccio comporta benefici importanti, sia dal punto di vista biologico sia da quello psicologico. Il paziente, infatti, non ricorda l’intervento chirurgico per effetto dell’anestesia, ma ricorda molto bene l’esperienza dell’ospedalizzazione. Restare in ospedale viene percepito come una condizione di emergenza, che determina il rilascio di ormoni dello stress, come catecolamine e cortisolo, aumentando la risposta infiammatoria all’intervento”.

– Quindi restituire il prima possibile la paziente alla sua vita quotidiana riduce questi effetti?

“Certamente, c’è poi un aspetto psicologico altrettanto importante: durante il ricovero la persona tende ad assumere quella che gli anglosassoni definiscono ‘sick identity’, cioè si sente malata. Questo altera i ritmi fisiologici, il sonno e la quotidianità. Grazie a un approccio multidisciplinare e multispecialistico riusciamo a ridurre al minimo l’ospedalizzazione senza compromettere la sicurezza. Abbiamo un tasso di successo superiore al 99%, in linea con i maggiori centri internazionali di microchirurgia ricostruttiva. Oggi la vera innovazione non è solo ottenere un eccellente risultato chirurgico, ma ridurre al minimo il tempo della vita che la paziente deve dedicare all’ospedale, permettendole di recuperare il proprio ruolo sociale, la propria identità e la propria normalità”.

– Come siete riusciti a ridurre i tempi dell’intervento e a dimettere le pazienti entro 24 ore?

“Il risultato nasce da uno studio multidisciplinare dell’intero percorso. Abbiamo lavorato insieme a neuropsicologi, anestesisti, infermieri e chirurghi. La preparazione inizia già dalla prima visita: la paziente viene informata e preparata a tutto il percorso, prima, durante e dopo l’intervento. Fondamentale è anche il coinvolgimento del caregiver, che viene individuato fin dall’inizio e formato dai nostri infermieri prima della dimissione, così da poter assistere la paziente nelle prime 48 ore a domicilio. Abbiamo poi ottimizzato la fase anestesiologica, non solo nella scelta dei farmaci, ma nella gestione complessiva del paziente, dall’equilibrio dei liquidi alla gestione del sangue, aspetti che riducono la risposta infiammatoria e favoriscono un recupero più rapido. Infine c’è l’organizzazione chirurgica: lavoriamo con équipe multiple che operano in parallelo, evitando sovrapposizioni e perdite di tempo. Ognuno si concentra esclusivamente sulla propria parte dell’intervento, eliminando quello che definiamo il ‘rumore di fondo’ organizzativo”.

– Quali vantaggi offre il tessuto autologo rispetto alle protesi nel lungo periodo?

“La protesi è un dispositivo impiantabile soggetto a usura e non dura tutta la vita. Secondo il Ministero della Salute, una protesi utilizzata a scopo ricostruttivo ha una durata media di circa sette anni, che può ridursi fino a quattro nelle pazienti sottoposte a terapie oncologiche adiuvanti. Questo significa che, mediamente, tra i quattro e i sette anni la paziente dovrà affrontare un nuovo intervento per sostituire la protesi. La ricostruzione con tessuto autologo è certamente più impegnativa dal punto di vista chirurgico, ma offre un risultato definitivo. Possono essere necessari uno o due piccoli interventi di rifinitura della forma della mammella, ma una volta raggiunto il risultato finale questo è stabile e destinato a durare nel tempo. È questo, a mio avviso, il suo principale vantaggio”.

– Come è cambiato il modo in cui le pazienti vivono questo intervento?

“All’inizio molte pazienti sono sorprese, più ancora che preoccupate. Non sono abituate all’idea che un intervento così complesso possa consentire un recupero tanto rapido. Successivamente, però, l’esperienza è estremamente positiva. Restano colpite dalla velocità con cui recuperano e finiscono quasi per dimenticare l’intervento. Questa rapidità riduce anche la percezione del peso biologico e psicologico dell’operazione, pur trattandosi di una procedura di microchirurgia altamente complessa”.

– Perché questa tecnica richiede un’elevata specializzazione e non è ancora disponibile ovunque?

“Imparare a eseguire una ricostruzione con protesi richiede un percorso formativo molto più breve rispetto alla microchirurgia ricostruttiva. Per acquisire competenze adeguate nella ricostruzione con lembo DIEP servono almeno dieci anni di formazione. È un investimento importante, che richiede grande motivazione da parte dei giovani chirurghi. Inoltre è indispensabile lavorare in centri ad alto volume, dove si eseguono molti interventi di questo tipo ogni anno. Solo così è possibile raggiungere standard elevati di sicurezza e affidabilità”.

– Guardando al futuro, quali sono gli obiettivi del Policlinico Tor Vergata relativamente a questa tipologia di ricostruzione mammaria?

“Per noi la dimissione il giorno successivo è già un traguardo superato. Stiamo lavorando per ottimizzare ulteriormente il percorso e stiamo valutando, in via sperimentale, la possibilità di dimettere alcune pazienti nella stessa giornata dell’intervento. Naturalmente questo sarà possibile solo se riusciremo a mantenere gli stessi livelli di sicurezza che abbiamo oggi, con un tasso di successo superiore al 99%. La sicurezza della paziente resta il criterio imprescindibile”.

– Un’ultima domanda: ricoveri sempre più brevi significano anche un risparmio per il Servizio sanitario nazionale. Cosa risponde?

“Il nostro primo obiettivo è sempre la sicurezza della paziente. E per sicurezza non intendiamo soltanto la buona riuscita dell’intervento, ma anche fare in modo che conservi un ricordo positivo dell’intero percorso di cura. Abbiamo osservato che questo approccio porta benefici concreti sul piano fisico e psicologico. Parliamo di donne che hanno già affrontato una neoplasia e che hanno bisogno di recuperare il prima possibile la propria vita, la propria identità e la propria socialità. Se, oltre a migliorare la qualità della cura, questo modello produce anche un beneficio per il Servizio sanitario nazionale, tanto meglio. Ma il punto di partenza resta sempre il benessere e la sicurezza della paziente”.

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