Piacenza, 8 ottobre 2026 – Recovery significa stare meglio, ma anche recuperare autonomia, riconoscersi nelle proprie capacità, costruire relazioni, affrontare nuove sfide e tornare ad avere un ruolo attivo nella comunità. È questo l’orizzonte del lavoro di Recovery, collegamento e inclusione sociale, guidata da Ornella Bettinardi, confermata nel ruolo di direttore.
Psicologa e psicoterapeuta, Bettinardi porta nel nuovo incarico oltre quarant’anni di esperienza tra psicologia clinica, riabilitazione, formazione e salute mentale. Nel suo percorso ha lavorato nell’emergenza-urgenza, nella Residenza psichiatrica intensiva e nei Percorsi diagnostico-terapeutici del Dipartimento di Salute mentale e dipendenze patologiche dell’Ausl di Piacenza.
Dall’attenzione iniziale alle psicopatologie più gravi alla progressiva centralità della riabilitazione e dell’autonomia, il filo conduttore è sempre stato accompagnare la persona oltre la fase acuta della malattia, attraverso interventi personalizzati e coerenti con le evidenze scientifiche.
“La persona non è il suo disturbo – sottolinea Bettinardi –. Il nostro punto di partenza è guardare all’individuo nella sua completezza, valorizzando risorse, interessi, capacità e obiettivi sui quali costruire un progetto individuale. Il modello bio-psico-sociale permette di superare una logica esclusivamente farmacologica e di promuovere interventi che non si limitano a ridurre i sintomi, ma rafforzano fiducia, autonomia e senso di autoefficacia”.
Un approccio che richiede interventi integrati – farmacologici, psicologici, assistenziali, psicoeducativi e riabilitativi – e il coinvolgimento della famiglia e della rete sociale. Centrale è il lavoro delle équipe multiprofessionali, che riuniscono psichiatri, psicologi, infermieri, OSS, educatori, tecnici della riabilitazione, analisti e tecnici ABA.
Dalla residenzialità all’autonomia
Tra le priorità del mandato ci sono i percorsi di residenzialità sanitaria e sociosanitaria, con l’obiettivo di garantire interventi appropriati rispetto ai bisogni delle persone e favorire, quando possibile, il passaggio verso condizioni di maggiore autonomia. Saranno quindi monitorati inserimenti, tempi di permanenza e possibilità di evoluzione verso soluzioni a minore intensità assistenziale, compreso il co-housing.
Accanto alla residenzialità, il programma prevede lo sviluppo di progetti individualizzati di recovery, inclusione sociale e inserimento lavorativo. Tra gli strumenti c’è anche il Budget di Salute, quando indicato, per sostenere percorsi di domiciliarità, abitare supportato e integrazione nel contesto sociale e lavorativo.
“Recovery non si costruisce soltanto all’interno di un servizio, ma anche nelle relazioni e nei contesti quotidiani della persona”, sottolinea Bettinardi.
Più integrazione tra i servizi
Un’altra direttrice riguarda il rafforzamento del raccordo tra le diverse Unità operative di Salute mentale e dipendenze patologiche, per favorire programmi di cura condivisi e garantire continuità nei passaggi tra servizi e diversi setting assistenziali.
In questa prospettiva rientra l’aggiornamento e la valutazione dei Percorsi diagnostico-terapeutico-assistenziali (PDTA), in linea con le più recenti linee guida e raccomandazioni, con particolare attenzione alle persone adulte con disturbo dello spettro autistico e agli adulti fragili.
Il lavoro coinvolgerà équipe multiprofessionali, Distretti, servizi sociali, medici di medicina generale, Terzo settore, associazioni, familiari e autorità giudiziaria. Particolare attenzione sarà dedicata anche alla transizione all’età adulta delle persone con disturbo dello spettro autistico.
“In tutti i percorsi di cura occorre documentare e valutare gli esiti delle nostre azioni – afferma Bettinardi –. Verificare i risultati non è soltanto un adempimento burocratico, ma un dovere etico e metodologico del lavoro sanitario”.
La salute mentale riguarda tutta la comunità
La recovery si costruisce anche fuori dai servizi sanitari. Inserimento lavorativo, abitare supportato e coprogettazione con i Comuni dei Distretti, i servizi sociali e gli altri soggetti del territorio sono strumenti essenziali per favorire autonomia, partecipazione e inclusione.
“C’è poi una sfida culturale che riguarda l’intera comunità: contrastare lo stigma. Parlare di salute mentale significa promuovere una cultura dell’inclusione e ridurre la paura e la distanza nei confronti delle persone che hanno affrontato un problema psichiatrico, qualcosa che può capitare a ognuno di noi”.
Completano il programma la formazione continua degli operatori su recovery, residenzialità, inclusione sociale, autismo e fragilità adulta, insieme alla collaborazione con l’Università e il mondo della ricerca, anche attraverso studi clinici.
La direzione è quindi quella di andare oltre la cura della malattia, creando le condizioni perché la persona possa tornare a vivere, scegliere, partecipare e progettare il proprio futuro. È qui che il concetto di recovery diventa concreto: nel passaggio dalla cura alla possibilità di riprendere pienamente il proprio posto nella vita quotidiana e nella comunità.