Dalle ricerche sui circuiti delle emozioni ai falsi ricordi, fino alla possibilità di intervenire sulle memorie traumatiche
Il professor Piero Barbanti racconta che cosa sta cambiando nella nostra conoscenza del cervello: “la memoria non è un archivio immobile. Ogni volta che ricordiamo, in parte ricostruiamo noi stessi”
Roma, 6 ottobre 2026 – Non ricordiamo ciò che è stato. Ricordiamo ciò che il nostro cervello, oggi, riesce a ricostruire di ciò che è stato. È forse una delle verità più affascinanti, e più inquietanti, emerse dallo studio contemporaneo della memoria. Perché ciò che chiamiamo “ricordo” non è una fotografia conservata intatta in qualche archivio cerebrale, è materia viva, viene recuperato, modificato, consolidato di nuovo. E può perfino incorporare dettagli mai accaduti. A raccontare questo territorio di confine tra neuroscienze, emozione e identità è il professor Piero Barbanti – Direttore dell’Unità per la Cura e la Ricerca su Cefalee e Dolore dell’IRCCS San Raffaele di Roma e ordinario di Neurologia all’Università San Raffaele, che parte dalle ricerche sui circuiti neuronali rese possibili dall’optogenetica per spiegare quanto sia ormai lontana l’idea di un cervello suddiviso in compartimenti semplici, con un luogo preciso per la paura, uno per il piacere e uno per la memoria.
“Le emozioni”, spiega il neurologo, “non nascono in una singola area cerebrale, ma dall’interazione fra reti di neuroni distribuite e connesse anche a distanza. Tecniche sperimentali come l’optogenetica hanno consentito di attivare o inibire popolazioni neuronali selezionate e di passare così dalla semplice osservazione di un’associazione alla possibilità di studiare il rapporto causale fra l’attività di un circuito, un comportamento e uno stato emotivo. Il sistema nervoso lavora attraverso reti neurali che connettono aree anche remote. È questa fitta trama di connessioni a integrare ciò che percepiamo e a dare alle emozioni tutte le loro sfumature”.
Ed è proprio qui che emozione e memoria finiscono per incontrarsi. Non ricordiamo con la stessa intensità ogni giorno della nostra vita. Possiamo dimenticare un appuntamento della settimana scorsa e conservare per decenni il primo giorno di scuola, un amore, una paura improvvisa, una perdita. Per Barbanti la ragione è precisa “l’emozione tagga l’informazione, la segnala al cervello come significativa e ne rafforza la memorizzazione. L’essere umano è una macchina straordinaria, ma con la testa molto vicina al cuore”. Non è soltanto una metafora. L’intensità emotiva contribuisce concretamente a determinare ciò che viene conservato. Ed è anche per questo che, in condizioni caratterizzate da un appiattimento della dimensione emotiva, come può accadere nella depressione, possono manifestarsi importanti difficoltà della memoria. Ma il cervello ha anche una predilezione apparentemente crudele, tende a ricordare particolarmente bene ciò che ci ha fatto male.
“Le esperienze drammatiche” spiega Barbanti “possono così essere custodite con particolare forza nei circuiti che coinvolgono l’amigdala, struttura fondamentale nei meccanismi della paura. Nel corso dell’evoluzione abbiamo imparato a conservare meglio i drammi delle gioie perché ricordare un pericolo poteva salvarci la vita. Il prezzo di questo straordinario sistema di protezione è che, qualche volta, il cervello non riesce più a dimenticare”.
C’è però un altro aspetto che incrina definitivamente l’idea della memoria come registrazione fedele del passato. Ricordare significa anche riscrivere. Barbanti descrive quattro passaggi fondamentali: apprendimento, consolidamento, stoccaggio e recupero-riconsolidamento. Ed è soprattutto durante quest’ultima fase che il ricordo torna, per così dire, nuovamente disponibile.
“È come se si aprisse periodicamente una cassaforte, il ricordo viene recuperato, ma in quel momento può anche essere rielaborato, arricchito e rinforzato”. La memoria, dunque, non soltanto può sbiadire. Può anche trasformarsi. Se ogni ricordo viene ricostruito, allora esiste una domanda ancora più destabilizzante: possiamo ricordare qualcosa che non è mai accaduto? La risposta è sì.
“Recuperiamo il passato come chi tenta di restaurare un mosaico del quale mancano alcuni tasselli” precisa l’esperto, “il cervello ricompone i frammenti disponibili e può inconsapevolmente riempire i vuoti con elementi plausibili, fino ad accettarli come autentici. Più tempo passa dall’evento, più questa ricostruzione può diventare complessa. È uno dei motivi per cui anche una testimonianza resa in assoluta buona fede non coincide necessariamente con una registrazione oggettiva dei fatti”.
Nei casi estremi, la pressione esterna può contribuire alla costruzione di memorie completamente false. Barbanti richiama il fenomeno della memory distrust syndrome, nel quale una persona può arrivare a mettere profondamente in dubbio la propria memoria e a incorporare ricostruzioni suggerite dall’esterno “il celebre caso delle confessioni legate alla vicenda di Reykjavík è l’esempio concreto dei possibili effetti di isolamento, interrogatori ripetuti e pressione psicologica”.
Il rapporto privilegiato fra memoria ed emozione diventa particolarmente evidente anche nelle malattie neurodegenerative. “Nell’Alzheimer, infatti, le memorie non scompaiono tutte nello stesso momento e allo stesso modo. I ricordi più remoti, richiamati molte volte nel corso della vita e quindi maggiormente consolidati, possono conservarsi più a lungo. E le esperienze associate a un’emozione intensa possono lasciare una traccia particolarmente resistente”.
Può così accadere che una persona non sappia più ricostruire un episodio e tuttavia conservi ancora ciò che quell’episodio le faceva provare. Ed è forse proprio qui che la neuroscienza incontra una delle domande più antiche sull’identità umana. Se possiamo dimenticare un nome, un luogo, perfino un volto, ma continuare a conservarne l’eco emotiva, allora la memoria non coincide semplicemente con ciò che sappiamo raccontare di noi.
“Pensiamo al cervello come al custode del nostro passato” conclude Barbanti “in realtà ne è anche l’autore. Seleziona, consolida, ricostruisce. Talvolta inventa. Eppure proprio attraverso questa memoria imperfetta continuiamo a sapere chi siamo”.
Perché, in fondo, non siamo soltanto ciò che ci è accaduto. Siamo ciò che il nostro cervello ha deciso di non dimenticare.