Roberto Feroli, Ceo di TuttoBene TV e Project Manager di Salute.it: «Lo stress cronico non è un semplice periodo difficile. Quando il corpo continua a lanciare segnali e nessuno li ascolta, il rischio è che il disagio si trasformi in una vera malattia con conseguenze psicologiche, cardiovascolari e metaboliche»
ROMA, 11 AGOSTO 2026 – Non è soltanto una sensazione di affaticamento né un inevitabile effetto dei ritmi lavorativi moderni. Lo stress lavoro-correlato rappresenta oggi uno dei principali rischi per la salute dei lavoratori in Europa. Secondo l’indagine OSH Pulse 2025 dell’EU-OSHA, il 29% dei lavoratori europei dichiara di soffrire di stress, depressione o ansia collegati o aggravati dal lavoro, mentre oltre il 40% riferisce di operare costantemente sotto una forte pressione dovuta ai tempi e ai carichi di lavoro. Un quadro che impone una riflessione anche in Italia, dove nel 2025 l’INAIL ha registrato 98.463 denunce di malattia professionale, con un incremento dell’11,3% rispetto all’anno precedente, confermando una crescente necessità di investire nella prevenzione dei rischi fisici e psicosociali.
IL QUADRO ITALIANO
Anche in Italia il fenomeno assume dimensioni rilevanti. La sesta Indagine INAPP sulla Qualità del lavoro, realizzata su 20.000 lavoratori, evidenzia che il 57% degli occupati è esposto a un significativo carico psicologico ed emotivo durante l’attività lavorativa, mentre il 18% ritiene che il proprio lavoro rappresenti un rischio per la salute. Lo studio segnala inoltre livelli di stress superiori alla media tra i lavoratori che utilizzano strumenti di intelligenza artificiale (76,2% contro il 70,6%), confermando come i cambiamenti organizzativi e tecnologici rendano sempre più strategica la prevenzione dei rischi psicosociali nei luoghi di lavoro.
DAL DISAGIO ALLA MALATTIA
Lo stress è una risposta fisiologica dell’organismo di fronte a richieste impegnative. Diventa però un problema quando si prolunga nel tempo senza consentire un adeguato recupero. In queste condizioni il corpo resta in uno stato di continua attivazione, con alterazioni che possono coinvolgere il sistema nervoso, endocrino, cardiovascolare e immunitario.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ricorda che il burnout è un fenomeno occupazionale conseguente a uno stress cronico sul luogo di lavoro non gestito con successo, caratterizzato da esaurimento delle energie, crescente distacco mentale dal lavoro e riduzione dell’efficacia professionale. È importante distinguere il burnout dallo stress temporaneo e dai disturbi d’ansia, pur riconoscendo che tutti possono avere importanti ripercussioni sulla salute e sulla qualità della vita.
«Lo stress non è sinonimo di debolezza e non riguarda soltanto chi svolge professioni particolarmente pesanti», afferma Roberto Feroli, Ceo di TuttoBene TV e Project Manager di Salute.it. «Quando una persona convive per settimane o mesi con tensione continua, senza recuperare energie, l’organismo comincia lentamente a presentare il conto. Ignorare questi segnali significa aumentare il rischio di conseguenze sempre più importanti.»
I CAMPANELLI D’ALLARME DA NON IGNORARE
Lo stress lavoro-correlato raramente compare all’improvviso. Nella maggior parte dei casi si manifesta con sintomi progressivi che vengono sottovalutati o attribuiti alla normale stanchezza.
Tra i segnali più frequenti figurano insonnia, sonno non ristoratore, stanchezza persistente, irritabilità, ansia, difficoltà di concentrazione, vuoti di memoria, riduzione delle prestazioni lavorative, cefalea, tensioni muscolari, cervicalgia, tachicardia, disturbi gastrointestinali, variazioni dell’appetito e maggiore suscettibilità alle infezioni.
Quando questi sintomi persistono nel tempo o interferiscono con la vita lavorativa, familiare e sociale è fondamentale rivolgersi al proprio medico, evitando di considerarli una normale conseguenza del lavoro.
COSA SUCCEDE ALL’ORGANISMO
Le principali evidenze scientifiche mostrano che uno stress cronico può contribuire allo sviluppo o al peggioramento di numerose condizioni cliniche. Oltre ai disturbi d’ansia, alla depressione e al burnout, aumenta il rischio di ipertensione arteriosa, malattie cardiovascolari, alterazioni metaboliche, disturbi gastrointestinali, cefalee croniche e problematiche muscolo-scheletriche.
L’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) e l’OMS sottolineano inoltre che i rischi psicosociali incidono sulla produttività, aumentano assenze e turnover e compromettono il benessere complessivo dei lavoratori e delle organizzazioni.
CHI È PIÙ ESPOSTO
Nessuna categoria è completamente al riparo, ma alcuni comparti risultano maggiormente esposti per intensità dei ritmi, responsabilità e pressione emotiva. Tra questi figurano sanità, assistenza sociosanitaria, emergenza-urgenza, scuola, trasporti, logistica, forze dell’ordine, servizi di assistenza al pubblico e professioni caratterizzate da turnazioni, carenza di personale e contatto continuo con situazioni critiche.
Carichi eccessivi, turni prolungati, scarsità di organico, scarsa autonomia decisionale, obiettivi difficilmente raggiungibili, precarietà lavorativa e conflitti organizzativi rappresentano alcuni dei principali fattori che favoriscono lo sviluppo dello stress lavoro-correlato.
LA PREVENZIONE SI FA NELL’ORGANIZZAZIONE
La prevenzione non può essere affidata esclusivamente alla capacità individuale di “resistere”. Le indicazioni di OMS, ILO ed EU-OSHA convergono sulla necessità di intervenire soprattutto sull’organizzazione del lavoro, migliorando i carichi, i turni, la comunicazione interna, il sostegno ai lavoratori e la formazione dei dirigenti.
In Italia il Decreto Legislativo 81/2008 stabilisce che la valutazione dei rischi debba comprendere anche quelli collegati allo stress lavoro-correlato, riconoscendo la tutela della salute psicologica come parte integrante della sicurezza nei luoghi di lavoro.
«Dire semplicemente a una persona di riposare di più non basta», prosegue Feroli. «La prevenzione vera significa creare ambienti di lavoro nei quali il benessere organizzativo sia considerato un investimento e non un costo. Turni sostenibili, personale adeguato, ascolto e formazione riducono il rischio di stress cronico e migliorano la qualità del lavoro.»
UN PROBLEMA DI SALUTE PUBBLICA
Lo stress lavoro-correlato produce conseguenze che vanno ben oltre il singolo lavoratore. Riduce la qualità della vita, aumenta il rischio di assenze, favorisce errori, compromette la produttività e determina un impatto economico e sociale rilevante per aziende, sistema sanitario e collettività.
«La salute mentale e quella fisica sono due facce della stessa medaglia», conclude Feroli. «Riconoscere precocemente i segnali dello stress, intervenire sulle cause organizzative e promuovere una vera cultura della prevenzione significa proteggere le persone prima che il disagio diventi una patologia. È questa la sfida che il mondo del lavoro deve affrontare nei prossimi anni.»