Como, 16 luglio 2026 – Una cura della pelle rigorosa e il piacere del make-up sono abitudini diffuse, ma cosa succede quando la ricerca della perfezione estetica si trasforma in un’attenzione ossessiva? Negli ultimi anni, i media hanno coniato il termine “cosmeticoressia” per descrivere un rapporto alterato e potenzialmente dannoso con i prodotti di bellezza. Un fenomeno amplificato dai social network che sta registrando un preoccupante abbassamento dell’età media, coinvolgendo sempre più spesso bambine e preadolescenti. La cosmeticoressia non rappresenta una diagnosi medica ufficiale nei manuali di psichiatria, ma indica un insieme di comportamenti precisi: l’acquisto compulsivo di cosmetici, l’uso esagerato di sieri e trattamenti, una forte preoccupazione per il proprio aspetto e la costante convinzione che servano sempre nuovi prodotti per migliorare la propria immagine. Le cause di questa tendenza, che non ha solo risvolti psicologici, ma comporta anche concreti rischi clinici per la salute (l’uso precoce di principi attivi aggressivi rischia infatti di danneggiare la pelle), sono spesso radicate nella pressione esercitata dagli standard estetici irreali dei social, nella bassa autostima e, nei casi più complessi, in veri e propri disturbi dell’immagine corporea. Per fare chiarezza su questo tema e riconoscere i campanelli d’allarme, abbiamo posto qualche domanda agli specialisti di Asst Lariana: Isabella Cardani, responsabile della Psicologia Clinica, e Sebastiano Recalcati, responsabile della Dermatologia-IST.
Dottoressa Cardani, la “cosmeticoressia” non è una malattia classificata nei manuali di psichiatria, eppure se ne parla molto. Qual è il confine clinico tra una sana routine di bellezza e un comportamento ossessivo o compulsivo?
La cosmeticoressia è un termine usato sempre più di frequente, che non rappresenta una diagnosi clinica riconosciuta ma un comportamento di acquisto e utilizzo continuo di prodotti cosmetici, soprattutto per la cura della pelle del viso. Una routine di skincare può essere un gesto di cura di sé, piacevole e flessibile. Diventa invece problematica quando la persona sente di non poter fare a meno di quei rituali, prova ansia se li interrompe, investe tempo e denaro in modo sproporzionato oppure lega il proprio valore personale esclusivamente all’aspetto fisico. In questi casi il comportamento smette di essere una scelta e diventa una necessità.
Quali sono le molle psicologiche (come la bassa autostima o l’ansia sociale) che spingono una persona a credere che l’acquisto continuo di un nuovo siero o crema possa “risolvere” le proprie insicurezze interiori?
Alla base troviamo sempre una fragilità, un’insicurezza. Quando il proprio valore personale dipende soprattutto dall’approvazione esterna, diventa facile credere che migliorare l’aspetto significhi sentirsi finalmente adeguati. L’acquisto del nuovo prodotto genera inoltre un’immediata sensazione di speranza e di controllo. Per qualche tempo la persona pensa di stare facendo qualcosa per migliorarsi. Tuttavia il beneficio emotivo è generalmente temporaneo e lascia nuovamente spazio a sensazioni di insicurezza, alimentando così un circolo vizioso.
Siamo passati dai giochi con i trucchi della mamma a bambine delle scuole medie che chiedono come regalo di compleanno prodotti anti-età a base di retinolo o acidi esfolianti. In che modo gli algoritmi dei social media stanno plasmando la percezione del corpo nei preadolescenti?
L’adolescenza è il periodo in cui si costruisce l’identità e l’immagine di sé. Gli algoritmi dei social amplificano continuamente contenuti simili a quelli già visualizzati, creando una sorta di “camera degli specchi” in cui il ragazzo/a è esposto quasi esclusivamente ad immagini di prodotti e foto di volti e corpi perfetti. Infatti il problema non è esclusivamente il tempo passato online, ma il confronto continuo con immagini filtrate o ritoccate che finiscono per essere percepite come normali. Bambine e preadolescenti iniziano così a considerare caratteristiche fisiologiche della crescita, imperfezioni da correggere il prima possibile.
La cosmeticoressia può essere l’anticamera di disturbi più strutturati, come il dismorfismo corporeo (la percezione distorta di difetti fisici inesistenti)?
Non necessariamente, ma può rappresentare un fattore di rischio, soprattutto quando c’è una forte insoddisfazione corporea. Nel disturbo da dismorfismo corporeo la persona è profondamente convinta di avere difetti fisici minimi o inesistenti e organizza gran parte della propria vita attorno a questa preoccupazione. La necessità di utilizzare prodotti cosmetici può contribuire a mantenere o amplificare alcuni meccanismi quando la ricerca della perfezione estetica diventa il principale modo di gestire l’ansia e il senso di inadeguatezza.
Cosa si nasconde, dal punto di vista relazionale, dietro l’acquisto compulsivo di questi prodotti? Può essere una forma di compensazione emotiva?
Molto spesso sì. Gli acquisti possono assumere una funzione regolativa delle emozioni. Il cosmetico diventa un oggetto investito di un significato affettivo: non serve solo per migliorare la pelle, ma promette sicurezza, accettazione e amore.
Quali sono i campanelli d’allarme pratici che devono insospettire un genitore o un partner (ad esempio ore passate davanti allo specchio, isolamento, spese fuori controllo)?
I segnali da osservare sono soprattutto i cambiamenti nel funzionamento quotidiano come per esempio nella routine estetica che diventa sempre più lunga e rigida; acquisti continui e difficili da controllare; controllo ripetuto allo specchio o evitamento della propria immagine; marcata difficoltà per piccoli difetti della pelle; richiesta insistente di trattamenti estetici non necessari già in età molto precoce. Il criterio fondamentale è sempre l’impatto sulla qualità della vita con un impatto limitante.
Come possono i genitori arginare questo fenomeno senza colpevolizzare i figli, promuovendo un’idea di benessere e bellezza più autentica e slegata dai filtri digitali?
La strategia più efficace non è proibire ma osservare, comprendere ed educare. È importante parlare apertamente del funzionamento dei social per aiutare i giovani a sviluppare uno spirito critico verso i messaggi pubblicitari e verso tutto ciò che trovano in rete. Al tempo stesso occorre valorizzare altre dimensioni dell’identità: capacità, interessi, relazioni, creatività, sport, ma anche gesti, comportamenti gentili verso sé stessi e verso gli altri. Un ragazzo che costruisce la propria identità su molteplici aspetti sarà meno vulnerabile all’idea che il proprio valore dipenda esclusivamente dall’aspetto fisico. Altra cosa importante è il modello degli adulti; se i ragazzi vedono adulti che si prendono cura del proprio corpo con equilibrio e rispetto potranno interiorizzare questo modello da usare con sé stessi.
I rischi fisici dermatologici
Dottor Recalcati, dal punto di vista clinico, quali sono i rischi concreti a cui va incontro la pelle di una bambina o di una preadolescente che utilizza costantemente sieri anti-età, retinolo o acidi esfolianti?
L’utilizzo costante di prodotti cosmetologici dedicati ad una cute più matura, in particolare quelli ad azione esfoliante, su una pelle giovane potrebbe alla lunga creare più danni che benefici. La nostra pelle è una barriera fisiologica “progettata” per difenderci dall’aggressione degli agenti atmosferici: ridurne artificialmente lo spessore con dei peeling significa esporla a secchezza cutanea, discromie (macchie cutanee), dermatiti irritative e allergiche, compromettendo così il suo ruolo protettivo. È lo stesso meccanismo per cui si va incontro a severe scottature se ci si espone al sole dopo un trattamento esfoliante aggressivo: la pelle, semplicemente, perde le sue difese naturali.
Spesso le giovanissime acquistano questi prodotti per eliminare “imperfezioni” che in realtà sono normali manifestazioni della crescita o della transizione puberale. Usare trattamenti aggressivi su una pelle non matura può addirittura peggiorare problematiche come l’acne giovanile?
Il primo errore da evitare è l’autodiagnosi: bisogna sempre accertarsi se siamo di fronte a una reale patologia o a normali manifestazioni dell’età evolutiva che tendono a svanire spontaneamente con la crescita. Anche per l’acne esiste una moltitudine di terapie che vanno calibrate in base alla gravità del singolo caso. Utilizzare trattamenti nati per acni gravi su sfoghi lievi o transitori è controproducente e può a volte creare più danni che benefici. Quindi non solo non risolve il problema, ma rischia di sovrapporre una dermatite irritativa o di lasciare discromie e macchie antiestetiche sulla pelle. Altre manifestazioni cutanee sono effettivamente normali per alcune età evolutive e crescendo tendono a svanire, quindi in genere non sono necessari trattamenti aggressivi.
La pelle dei bambini ha una capacità di assorbimento e una barriera cutanea diverse da quelle degli adulti. Ci sono ingredienti comunemente presenti nei cosmetici che dovrebbero essere tassativamente vietati prima di una certa età?
Certamente. La cute dei bambini è più sottile e delicata, e assorbe molto più rapidamente le sostanze. Prima di una certa età vanno tassativamente evitati i retinoidi e i derivati della vitamina A, così come gli esfolianti chimici intensi come l’acido salicilico, l’acido glicolico e gli altri alfa-idrossiacidi, il cui uso è da escludere sotto i 3 anni. Nella stessa fascia d’età vanno evitati anche i filtri solari chimici, per i potenziali rischi di interferenza endocrina. Oggi l’etichetta dei cosmetici (INCI) contiene decine di ingredienti di difficile lettura per i non esperti. La regola d’oro per i genitori è semplice: per i minori si devono utilizzare esclusivamente prodotti che riportino chiaramente in etichetta la destinazione d’uso per quella specifica fascia d’età. Infine, massima allerta sugli acquisti online: evitate canali non ufficiali o prodotti non certificati di cui non sia chiara la provenienza.