venerdì, 26 Giugno 2026

REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO, OXFAM: “PORTATA DELL’EPIDEMIA DI EBOLA È GRAVEMENTE SOTTOSTIMATA”

L’allarme alla luce dei dati raccolti nel corso della risposta all’emergenza nelle province epicentro del contagio: appena 1 struttura sanitaria su 5 può contare su acqua pulita sufficiente, mancano medici e protezioni di base, il tracciamento dei contagi è fermo al 43% mentre non esistono vaccini

A oltre un mese dallo scoppio della più grave epidemia di Ebola del ceppo Bundibugyo mai registrata, la risposta umanitaria è ancora gravemente in ritardo a causa del taglio di oltre metà degli aiuti internazionali

Roma, 25 giugno 2026 – La gravità dell’epidemia di Ebola scoppiata in Repubblica Democratica del Congo al momento è sottostimata. Il contagio rischia infatti di allargarsi ancora molto, se non verrà messa in campo al più presto una risposta umanitaria e sanitaria adeguata, dato che nelle aree più colpite c’è un’enorme carenza dell’acqua pulita e dei servizi igienico-sanitari necessari.

È l’allarme lanciato oggi da Oxfam, ad oltre 1 mese dai primi casi, sulla base delle evidenze raccolte durante la risposta nelle zone più colpite dall’emergenza.

Tantissime famiglie sono costrette ad utilizzare acqua contaminata

Nella provincia di Ituri – uno degli epicentri dell’emergenza– al momento solo 1 struttura sanitaria su 5 può contare su una quantità sufficiente di acqua pulita. In un contesto dove questa è la prima linea di difesa contro la trasmissione del virus. A Mongbwalo, una città di quasi 140.000 abitanti tra le più colpite nell’area, solo il 20% della popolazione ha accesso all’acqua potabile e solo 1 abitante su 4 a servizi igienico-sanitari adeguati.

Tantissime famiglie ogni giorno sono costrette a utilizzare acqua contaminata proveniente dagli scarichi chimici delle attività minerarie della zona, mentre le strutture sanitarie faticano a smaltire in modo sicuro i rifiuti infetti e moli operatori sanitari non hanno a disposizione i dispositivi di protezione di base. Una situazione in cui contenere la diffusione del virus diviene difficilissimo.

“La disponibilità d’acqua pulita è la pre-condizione minima per affrontare e limitare qualsiasi emergenza sanitaria di questo tipo, ma i minatori che lavorano nelle zone colpite, ad esempio, non possono contare neppure su una fontanella per lavarsi le mani.– spiega Manel Rebordosa, coordinatore della risposta di Oxfam, al lavoro nell’epicentro dell’epidemia nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo – A questo si aggiunge il costo dell’acqua potabile che qui è di 2 dollari per 20 litri, una cifra assolutamente fuori portata per la maggioranza della popolazione”.

I Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC) hanno confermato che questa è attualmente la più grande epidemia di ceppo Bundibugyo del virus Ebola mai registrata.  Fino ad oggi, il Ministero della Salute della Repubblica Democratica del Congo ha segnalato 782 casi confermati e 181 decessi in 25 diverse zone sanitarie, ma il bilancio reale potrebbe essere molto più alto.

Inoltre, a differenza dell’epidemia del 2018, non esistono vaccini autorizzati né terapie approvate per il ceppo Bundibugyo, il che rende la disponibilità di acqua sicura e di servizi igienico-sanitari un fattore ancora più decisivo.

I decessi spesso vengono segnalati prima dei contagi

Anche il tracciamento dei contatti è cruciale, ma al momento è sceso al 43%. Un dato di gran lunga inferiore al 79% registrato ad un mese dallo scoppio dell’epidemia che colpì la stessa area del paese, tra il 2018 e il 2020.

Nel 2018 il tracciamento messo in campo consentiva agli operatori sanitari di poter conoscere e monitorare oltre 8 contatti su 10, tra quelli noti. – continua Rebordosa – Oggi, a causa della carenza generale di fondi e del taglio dei finanziamenti statunitensi per la sorveglianza delle malattie, il tracciamento dei contatti raggiunge meno della metà dei soggetti interessati. Questo gap non è solo una statistica, è una dolorosa realtà che permette al virus di diffondersi indisturbato”.

Una difficoltà nell’identificare i nuovi contagi aggravata dalla presenza di appena 0,2 medici ogni 1.000 abitanti e dal conflitto in corso nel paese, che ha distrutto oltre 70 strutture sanitarie.

Nel Nord Kivu, i decessi vengono segnalati prima ancora che i pazienti siano identificati come casi di Ebola. Sempre più famiglie assistono i parenti malati in casa, esponendosi inconsapevolmente al virus.

Il taglio degli aiuti internazionali

I finanziamenti internazionali per la risposta umanitaria nella Repubblica Democratica del Congo sono stati ridotti del 46% in 2 anni — da 2,58 miliardi di dollari nel 2024 a 1,4 miliardi nel 2026 — il livello più basso dell’ultimo decennio, costringendo le organizzazioni a ridurre drasticamente le loro attività. Le organizzazioni locali – spesso le prime a intervenire in caso di epidemie – si trovano in una condizione ancora peggiore, avendo ricevuto appena il 6% degli ultimi stanziamenti.

I tagli agli aiuti hanno costretto molte organizzazioni a ridimensionare i team dedicati alla prevenzione comunitaria, eliminando un pilastro fondamentale della risposta. Mancanza di dispositivi di protezione individuale, di strutture igienico-sanitarie e infrastrutture idriche fanno il resto, rendendo di fatto impossibile il contrasto alla diffusione del virus.

“Senza un sistema efficace di prevenzione, le famiglie fanno affidamento a rimedi tradizionali, rischiando di ritardare le cure e favorire la diffusione del contagio”, conlude Rebordosa.

“Ho portato mia figlia in ospedale quando ho notato che aveva la febbre e ora è sotto esame, siamo molto preoccupati. – racconta Tibakanya Mireille, madre di cinque figli che vive nella provincia dell’Ituri – Qui due case sono state messe in quarantena e una famiglia ha perso diversi membri dopo aver assistito un parente malato, causando ulteriori contagi. La malattia ha già ucciso diverse persone nella nostra comunità di Shari, a Bunia”.

La risposta di Oxfam all’emergenza

Oxfam è al lavoro con i propri partner locali e ha intensificato la sua risposta all’epidemia, avviando un intervento che in 6 mesi fornirà acqua pulita e kit igienici a 200.000 persone nella provincia dell’Ituri e sosterrà attività di sensibilizzazione guidate dalle comunità. Tuttavia i bisogni sono enormi e continuano a crescere.

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