De Palma: «La violenza non è più da tempo un’emergenza locale. È una crisi nazionale, un drammatico fenomeno sociale, che colpisce soprattutto infermieri e professionisti in prima linea»
ROMA, 22 GIUGNO 2026 – L’ultima aggressione in ordine di tempo, avvenuta al Pronto Soccorso del Sant’Orsola di Bologna, dove un’infermiera è stata afferrata per il collo da un paziente in stato di alterazione, riportando 15 giorni di prognosi, rappresenta il simbolo di una trasformazione profonda del fenomeno delle aggressioni al personale sanitario.
Negli ultimi anni il tema delle aggressioni ai professionisti della salute è stato raccontato quasi esclusivamente attraverso singoli episodi di cronaca o mediante dati nazionali aggregati che, pur evidenziando la gravità del fenomeno, non consentono di comprenderne fino in fondo l’evoluzione territoriale, organizzativa e sociale.
Per questo il sindacato Nursing Up ha deciso di realizzare una nuova accurata indagine nazionale, con l’obiettivo di ricostruire la mappa reale della violenza nelle strutture sanitarie italiane, individuando le aree più esposte, i reparti maggiormente a rischio, le nuove caratteristiche degli aggressori e le principali criticità sul fronte della sicurezza.
L’analisi nasce dall’incrocio di dati pubblici regionali, rilevazioni degli Ordini professionali, monitoraggi effettuati dai referenti Nursing Up nelle aziende sanitarie, informazioni provenienti dagli Osservatori regionali sulla sicurezza degli operatori sanitari e segnalazioni raccolte direttamente sul territorio.
Ne emerge un quadro profondamente diverso da quello di pochi anni fa: non soltanto aumentano gli episodi di violenza, ma cambia la loro distribuzione geografica, cresce il peso dei reparti di emergenza-urgenza e della salute mentale e si amplia il divario tra aggressioni realmente subite e aggressioni formalmente denunciate.
LE CINQUE REGIONI “IN ALLARME ROSSO” PER NUMERO DI AGGRESSIONI AI PROFESSIONISTI SANITARI
Lombardia: quasi 9 mila segnalazioni annue.
Veneto: oltre 3 mila episodi registrati.
Emilia-Romagna: 2.715 aggressioni, oltre 7 al giorno, con infermieri coinvolti in quasi il 60% dei casi.
Toscana: oltre 2 mila episodi documentati.
Campania: crescita del fenomeno pari al 22%, superiore alla media nazionale. Emergenza sommerso.
«La novità non è solo che nel complesso le aggressioni aumentano (+4% nel 2025). Oggi troviamo numeri da emergenza anche nelle regioni considerate tra le più organizzate del Paese. Questo significa che il problema riguarda l’intero sistema sanitario nazionale», dichiara Antonio De Palma, Presidente Nazionale Nursing Up.
EMERGENZA-URGENZA E SALUTE MENTALE: IL NUOVO EPICENTRO DEL RISCHIO
L’indagine evidenzia una crescente concentrazione degli episodi nei reparti di emergenza-urgenza, nei Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura (SPDC) e nelle strutture di salute mentale.
Si tratta delle aree in cui si concentrano pazienti fragili, situazioni ad alta complessità assistenziale, tensioni organizzative e carenze croniche di personale.
«I reparti più esposti sono quelli dove convivono carenza di personale, pazienti fragili, elevata pressione assistenziale e crescente difficoltà organizzativa. È qui che la tensione rischia di trasformarsi in violenza», sottolinea De Palma.
CAMBIA IL VOLTO DELLA VIOLENZA: IERI AGGRESSIONI VERBALI E SPINTONI, OGGI BRUTALITÀ ALLO STATO PURO
L’indagine Nursing Up evidenzia una trasformazione profonda del fenomeno delle aggressioni ai professionisti sanitari.
Dall’analisi delle segnalazioni raccolte sul territorio emerge infatti che oltre il 50% degli episodi di violenza coinvolge soggetti in stato di alterazione psicofisica.
Ma non cambia soltanto il profilo degli aggressori. Sta cambiando anche la natura stessa della violenza.
Se fino a pochi anni fa prevalevano insulti, minacce, spintoni, schiaffi, pugni e calci, oggi si registra una crescita di episodi caratterizzati da un livello di pericolosità nettamente superiore. Gli operatori segnalano con sempre maggiore frequenza tentativi di strangolamento, aggressioni al collo, immobilizzazioni violente, soffocamenti e comportamenti che possono mettere concretamente a rischio la vita delle vittime.
Il recente episodio del Sant’Orsola di Bologna rappresenta, secondo Nursing Up, uno dei segnali più evidenti di questa evoluzione.
«Quando un professionista sanitario viene afferrato al collo o subisce un tentativo di strangolamento, non siamo più davanti a una semplice aggressione. Siamo davanti a episodi che possono avere conseguenze gravissime e che richiedono una risposta immediata sul piano della prevenzione, della sicurezza e della tutela degli operatori», afferma Antonio De Palma.
Secondo Nursing Up, questa escalation è strettamente collegata all’aumento delle situazioni di disagio psichiatrico, alle dipendenze patologiche, alla crescente pressione sui servizi di emergenza-urgenza e alla cronica carenza di personale che rende più difficile intercettare e gestire tempestivamente i soggetti a rischio.
IL CASO CAMPANIA E IL FENOMENO DEL SOMMERSO
L’incrocio tra dati territoriali, segnalazioni sindacali, monitoraggi aziendali e informazioni raccolte sul campo evidenzia una forte discrepanza tra episodi formalmente registrati e fenomeno reale.
Tra le principali cause emergono la sfiducia nelle procedure, la complessità burocratica delle segnalazioni, la mancanza di tempo e la crescente tendenza a considerare la violenza come una componente ordinaria dell’attività lavorativa.
«Troppi professionisti hanno smesso perfino di denunciare perché convinti che nulla cambierà. Ed è proprio questa rassegnazione che dobbiamo spezzare», aggiunge De Palma.
CHI PROTEGGE DAVVERO I PROFESSIONISTI SANITARI?
Secondo l’elaborazione Nursing Up su dati del Ministero della Salute, del Ministero dell’Interno e sulle rilevazioni territoriali raccolte dal sindacato, in Italia operano circa 620 Pronto Soccorso e DEA, ai quali si aggiungono oltre 300 Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura (SPDC), per un totale di quasi 1.000 strutture sanitarie di frontiera.
A fronte di questo sistema risultano attivi circa 195 posti di Polizia ospedalieri, con una scopertura strutturale superiore al 68% già considerando la sola rete dell’emergenza.
L’analisi evidenzia inoltre una forte carenza di copertura effettiva nelle ore notturne e nei fine settimana, quando molti presidi non sono operativi e la sicurezza viene affidata esclusivamente alla vigilanza privata.
Secondo l’elaborazione di Nursing Up, la carenza di copertura raggiunge il 65% nel Nord Italia, supera il 75% nel Centro e arriva fino all’85% nel Sud e nelle Isole.
«Le guardie giurate svolgono un lavoro prezioso, ma non dispongono degli stessi poteri operativi delle Forze dell’Ordine. Non possiamo fingere che sia la stessa cosa. Quando un infermiere viene aggredito alle tre del mattino in un pronto soccorso sovraffollato, la differenza tra avere un presidio delle Forze dell’Ordine operativo e non averlo può diventare decisiva», sottolinea De Palma.
L’APPELLO DI NURSING UP
Per Nursing Up servono investimenti sugli organici, procedure rapide di denuncia, tutela psicologica per le vittime di aggressione, rafforzamento dei presidi di sicurezza e una verifica nazionale della presenza effettiva delle Forze dell’Ordine nelle strutture sanitarie maggiormente esposte.
«Se un infermiere entra in turno sapendo di poter essere insultato, minacciato o aggredito, il problema non è più del singolo reparto. È dello Stato. Difendere chi cura significa difendere il futuro della sanità italiana», conclude Antonio De Palma.
FONTI DELL’INDAGINE. Per la metodologia generale, l’indagine ha utilizzato un insieme articolato di fonti istituzionali, professionali e documentali, comprendente le rilevazioni degli Ordini professionali territoriali, in particolare degli Ordini delle Professioni Infermieristiche (OPI) ove disponibili, i dati e i report elaborati dagli Osservatori regionali sulla sicurezza degli operatori sanitari, la documentazione pubblica messa a disposizione dalle Regioni, dalle Aziende sanitarie e dalle Aziende ospedaliere, nonché gli studi, i dossier e gli approfondimenti giornalistici fondati su dati ufficiali regionali e aziendali relativi alle aggressioni ai professionisti sanitari. A tali fonti si aggiunge la documentazione istituzionale disponibile a livello regionale e nazionale, utilizzata per confrontare, validare e contestualizzare i dati raccolti.