Dalla riabilitazione allo sport paralimpico: così nasce un atleta dopo una lesione midollare
Roma, 6 marzo 2026. La prima domanda arriva quasi sempre subito. “Dottore, tornerò a camminare?” È la domanda che molti giovani rivolgono ai medici quando entrano per la prima volta in un’unità spinale dopo una lesione midollare. La fanno con la voce incerta di chi ha visto la propria vita fermarsi all’improvviso. La seconda domanda arriva molto più tardi. Ed è quella che cambia tutto. “Dottore, potrò tornare a fare sport?”
“È in quel momento preciso che la riabilitazione smette di essere soltanto il tentativo di recuperare ciò che è stato perduto e diventa qualcosa di diverso”, spiega il dottor Giorgio Felzani, Direttore dell’Unità Spinale del San Raffaele di Sulmona. “La ricerca di ciò che una persona può ancora diventare”.
È una trasformazione che racconta una delle evoluzioni più profonde della medicina riabilitativa contemporanea. Oggi il percorso che inizia nelle unità spinali non riguarda soltanto il recupero dell’autonomia, ma sempre più spesso la costruzione di nuove strategie motorie e, in alcuni casi, anche l’avvio di un percorso sportivo paralimpico.
“Quando arrivano da noi vediamo subito le loro paure”, continua Felzani. “Molti sono giovani che avevano una vita molto attiva anche dal punto di vista sportivo. Per questo la realtà che si trovano ad affrontare è devastante”.
Negli ultimi anni la ricerca scientifica ha cambiato profondamente le prospettive della riabilitazione. L’integrazione tra robotica riabilitativa, biomeccanica e sistemi di valutazione funzionale permette oggi di comprendere con maggiore precisione quali potenzialità motorie possano svilupparsi anche dopo una lesione midollare.
“Grazie all’impiego di tecnologie robotiche e ad analisi fisiologiche avanzate, come l’analisi del consumo di ossigeno”, sottolinea Felzani, “possiamo definire con maggiore precisione le potenzialità di recupero motorio nei pazienti paraplegici e valutare anche la possibilità di avviarli a un’attività sportiva fino ai livelli agonistici”.
È proprio, dunque, durante il percorso riabilitativo che talvolta emerge questo passaggio decisivo, il momento in cui la medicina non si limita più a recuperare funzioni, ma inizia a riconoscere un potenziale atletico.
“Lo riconosciamo quando incontriamo pazienti con una motivazione particolarmente elevata e un forte coinvolgimento nell’attività”, spiega il medico “in presenza di risultati significativi possiamo coinvolgere anche i tecnici federali delle discipline paralimpiche e valutare l’avvio di un percorso sportivo dedicato”. Il cammino, però, resta impegnativo. La riabilitazione dopo una lesione midollare richiede uno sforzo fisico e psicologico enorme. Ed è proprio la dimensione psicologica a fare spesso la differenza.
“Questi ragazzi riescono a mettere in campo risorse straordinarie”, osserva Felzani “di fronte a una difficoltà enorme emergono energie che spesso neanche loro sapevano di avere. In questo senso lo sport diventa molto più di un obiettivo agonistico, è uno strumento di autonomia, di identità e di reintegrazione sociale che permette di ritrovare fiducia nelle proprie capacità, autonomia e senso di appartenenza”.
E qualche volta accade che questo percorso, iniziato in silenzio in un reparto di riabilitazione, conduca molto più lontano del previsto. Fino alle Paralimpiadi, dove la caduta più dura di una vita può trasformarsi, sorprendentemente, nella sua nuova linea di partenza perché “sì, la riabilitazione comincia quasi sempre con una perdita. Ma delle volte, straordinariamente, finisce con una gara” conclude il fisiatra.