Settimana del cervello: il contributo dei neurologi di Perugia diretti dalla prof.ssa Lucilla Parnetti
Perugia, 12 ottobre 2026 – Nuovi biomarcatori nel sangue potrebbero contribuire a migliorare la diagnosi differenziale delle principali malattie neurodegenerative e aprire la strada a strumenti diagnostici più semplici, meno invasivi e maggiormente accessibili. È quanto emerge da uno studio internazionale pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica Nature Aging, realizzato nell’ambito del progetto europeo bPRIDE (blood proteins for early discrimination of dementias).
“Il risultato di maggiore innovazione riguarda le malattie a corpi di Lewy, tra cui la demenza a corpi di Lewy e la malattia di Parkinson – spiega la prof.ssa Lucilla Parnetti, direttrice di Neurologia dell’Azienda Ospedaliera di Perugia – Abbiamo identificato nel sangue una specifica firma molecolare caratterizzata dalla riduzione delle integrine alfa-V (ITGAV) e alfa-M (ITGAM). Il dato è stato successivamente confermato in una seconda coorte internazionale, comprendente anche casi con conferma neuropatologica e pazienti con malattia di Parkinson. La scoperta potrebbe contribuire, in prospettiva, allo sviluppo di nuovi biomarcatori plasmatici specifici per queste patologie e alla possibilità di distinguere più accuratamente malattie che, soprattutto nelle fasi iniziali, possono presentare sintomi clinici molto simili”.
Lo studio rappresenta uno dei principali risultati del progetto europeo bPRIDE, avviato nel 2019 e finanziato nell’ambito del Joint Programme for Neurodegenerative Disease Research (JPND). Il progetto è stato coordinato dall’Amsterdam University Medical Center, sotto la guida della prof.ssa Charlotte E. Teunissen e della dott.ssa Marta del Campo, oggi ricercatrice presso il Barcelona-βeta Brain Research Center. Dal 2021 la fase di scoperta dei biomarcatori è stata guidata dal prof. Giovanni Bellomo, primo autore dello studio, durante il suo percorso di ricerca post-dottorato presso la Sezione di Neurologia dell’Università degli Studi di Perugia. Al progetto hanno inoltre contribuito il dott. Lorenzo Gaetani e il dott. Andrea Toja, oggi ricercatore presso l’Università degli Studi di Brescia. Il prof. Bellomo è attualmente professore associato di Biochimica Clinica e Biologia Molecolare Clinica presso l’Università degli Studi Link.
Per arrivare ai risultati pubblicati, i ricercatori hanno condotto una delle più ampie analisi proteomiche del plasma realizzate finora nello studio delle malattie neurodegenerative. Sono stati analizzati oltre 1.300 campioni di plasma provenienti da sei coorti internazionali, misurando più di 1.000 proteine circolanti attraverso tecnologie di proteomica ad alta sensibilità. L’analisi ha consentito di identificare oltre 200 proteine alterate nelle diverse malattie neurodegenerative e di sviluppare un pannello di 21 biomarcatori, successivamente validato in una seconda coorte multicentrica indipendente. Lo studio ha inoltre confermato il ruolo di biomarcatori già conosciuti, come la proteina acida fibrillare della glia (GFAP), associata alla malattia di Alzheimer e alla sua progressione, e il neurofilamento a catena leggera (NfL), particolarmente associato alla demenza frontotemporale.
«Negli ultimi anni i biomarcatori ematici hanno rivoluzionato la diagnosi della malattia di Alzheimer. Con questo studio dimostriamo come un approccio proteomico su larga scala possa essere utile anche nella diagnosi differenziale delle malattie a corpi di Lewy – spiega il prof. Giovanni Bellomo – L’identificazione di una specifica firma proteica nel sangue apre nuove prospettive per comprendere meglio questi disturbi e, in futuro, per sviluppare strumenti diagnostici sempre più semplici e accurati. È un ulteriore passo verso una neurologia di precisione, capace di integrare le caratteristiche biologiche della malattia con la valutazione clinica del paziente».
«Disporre di biomarcatori in grado di distinguere le principali malattie neurodegenerative rappresenta un obiettivo fondamentale della ricerca, perché queste patologie possono presentare manifestazioni cliniche molto simili, soprattutto nelle fasi iniziali – commenta il dott. Lorenzo Gaetani, esperto di biomarcatori della Sezione di Neurologia – Un semplice prelievo di sangue potrebbe, in prospettiva, fornire informazioni importanti al neurologo e supportare il percorso diagnostico. Con l’arrivo di nuove terapie mirate, inoltre, la possibilità di identificare con maggiore precisione la patologia potrà diventare sempre più importante anche per individuare i pazienti che potranno beneficiare dei trattamenti disponibili».
La ricerca ha coinvolto alcuni dei principali centri internazionali impegnati nello studio delle malattie neurodegenerative in Italia, Paesi Bassi, Spagna, Germania, Svezia, Belgio, Repubblica Ceca e Australia, ed è il risultato di oltre sei anni di collaborazione scientifica internazionale.
I risultati rafforzano il ruolo dell’Azienda Ospedaliera di Perugia e dell’Università degli Studi di Perugia nella ricerca sui biomarcatori delle malattie neurodegenerative e confermano il contributo della ricerca italiana allo sviluppo di una neurologia sempre più orientata alla diagnosi precoce, accurata e personalizzata. La disponibilità di biomarcatori ematici rappresenta infatti una delle prospettive più interessanti della neurologia contemporanea: strumenti semplici e poco invasivi che, insieme alla valutazione clinica e agli altri esami diagnostici, potranno contribuire a rendere più tempestivo e preciso il riconoscimento delle diverse malattie neurodegenerative.