lunedì, 12 Ottobre 2026

Entro 5 anni molte aree italiane rischiano di restare senza chirurghi: uno su due ha più di sessant’anni e i giovani scappano

Bisturi in pensione e fuga dei giovani: nel 2026 un terzo dei posti di specialità è scoperto, con punte più gravi in varie aree, da L’Aquila a Udine. Abbandoni e fughe all’estero e nel privato al 20%. Docimo, Presidente della Società Italiana di Chirurgia, mette in guardia: “Un’emorragia che entro 5 anni porterà, a livello nazionale, al sorpasso dei pensionabili sui giovani specialisti, con il rischio che l’accesso alle sale operatorie diventi in media più critico per 1 intervento di chirurgia generale su 10. Ma la situazione peggiora in alcune aree del Paese che rischiano di restare senza chirurghi. Servono subito maggiori tutele giuridiche, accesso più ampio alle nuove tecnologie e più incentivi economici”.

Roma, 12 ottobre 2026 – Secondo uno studio appena pubblicato sul Journal of the American College of Surgeons e presentato al congresso del Collegio Americano dei Chirurghi, concluso pochi giorni fa a Washington, negli Stati Uniti 15 milioni di persone vivono in contee senza un chirurgo generale. Un rischio che potrebbero correre anche molte aree del nostro Paese, dove la crisi vocazionale per la chirurgia è ormai strutturale dal 2021, quando i contratti di specializzazione non assegnati hanno cominciato a diventare un fenomeno costante e l’esodo di chi lavora nel servizio pubblico è ormai a un punto di non ritorno.

La fotografia è stata scattata dagli specialisti in occasione del 128esimo Congresso Nazionale della Società Italiana di Chirurgia (SIC), in corso a Roma fino al 14 ottobre: una chirurgia in crisi e sotto pressione, ma anche in profonda trasformazione, tra nuove spinte tecnologiche, l’età aumentata dei camici verdi e giovani più aggiornati ma sempre di meno e senza accesso alle tecnologie più innovative. Tutti uniti da un’attesa: la riforma dello scudo penale, promessa da anni ma ancora ferma in Parlamento.

1 posto su 3 resta vuoto in Italia, ma in alcune aree restano vuoti quasi 9 posti su 10

“L’Italia non dispone di studi sulla forza lavoro chirurgica equivalenti a quello americano, ma i segnali vanno nella stessa direzione, con il rischio che molte aree restino in pochi anni senza chirurghi – avverte Docimo, Presidente della Società Italiana di Chirurgia e ordinario di chirurgia generale all’Università Vanvitelli di Napoli -. I dati del 2026 sulla copertura delle borse di specializzazione in chirurgia generale, infatti, pur segnando una lieve controtendenza rispetto all’anno scorso, con il 30% di posti vuoti contro il 37,8% del 2025, confermano che la crisi vocazionale è tutt’altro che superata. Ad oggi, a livello nazionale, restano infatti scoperti 193 posti su 646 banditi, pari a quasi un terzo di quelli disponibili, con punte ben più gravi in alcune aree del Paese. A L’Aquila, ad esempio, non è stato assegnato nessun contratto, a Udine e Genova quasi 9 posti su 10 sono rimasti vuoti, mentre a Cosenza, Sassari, Campobasso e Perugia quelli occupati non superano il 20%. A questo si aggiunge che il 10% dei posti assegnati è destinato ad essere abbandonato prima di cinque anni di corso, e il 10% di chi si specializza va a lavorare all’estero o nel privato. Inoltre, tra i primi 1.000 classificati al concorso, solo 9 hanno scelto la chirurgia generale”, puntualizza.

In cinque anni 1500 chirurghi in meno: 1 intervento su 10 a rischio

I problemi non riguardano solo gli ingressi, ma anche le uscite: secondo i dati Eurostat oltre la metà dei chirurghi generali italiani che lavorano in ospedale ha più di sessant’anni, contro il 32% della Spagna e il 44% di Francia e Germania. “Entro il 2030 potrebbero lasciare il servizio, spinti da stress, carico di lavoro e scarse risorse, circa 2.800 chirurghi dei 6.500 assunti negli ospedali, mentre i giovani specialisti, in base ai posti coperti nelle scuole di specializzazione dal 2022 ad oggi, non arriveranno a 1.300, con un saldo negativo di circa 1.500 chirurghi che le strutture pubbliche potrebbero avere difficoltà a compensare”, prosegue Docimo. Un bilancio complessivo pesantissimo che si allunga come uno spettro sulla capacità del servizio sanitario pubblico di rispondere alle esigenze indispensabili di cure chirurgiche, con il potenziale rischio che l’accesso alle sale operatorie risulti sempre meno garantito nei tempi e nei modi giusti.

“Una proiezione allarmante, frutto del divario tra un calo del 20% dell’organico e un aumento atteso del 12% della domanda di cure chirurgiche previsto nei prossimi cinque anni sulla base dell’andamento demografico, dei modelli di utilizzo dei servizi sanitari e del rapporto tra chirurghi e popolazione. Tutto questo si traduce per i pazienti in un accesso più critico al bisturi con 1 intervento di chirurgia generale su 10 a rischio sui 650mila eseguiti ogni anno, tempi di attesa destinati ad allungarsi sempre di più e distanze sempre maggiori da percorrere per ricevere cure chirurgiche, soprattutto nelle regioni del Sud”, commenta Docimo.

Processi +150%, poca tecnologia e turni senza fine: ecco perché il bisturi non attrae più

Diventare chirurgo generale non è più il sogno nel cassetto di chi ambisce a indossare il camice, oggi più attratto dalla cardiologia, dalla ginecologia o dalla dermatologia. Spiega Docimo: “I motivi del drammatico allontanamento dei giovani dalla chirurgia, fino a qualche tempo fa molto ambita e invece oggi tra le specialità chirurgiche più in crisi, sono da individuarsi nei turni di lavoro massacranti rispetto a un riconoscimento economico non adeguato, tra i più bassi dell’Europa occidentale. A questo si aggiungono la mancanza di uno scudo penale, ancora all’esame del Parlamento, e un crescente contenzioso medico-legale, pari a +150% nel corso di 10 anni, che nella maggior parte dei casi si dimostra privo di fondamento, ma che fa aumentare vertiginosamente i costi delle coperture assicurative, che superano gli stessi guadagni dei giovani specialisti. Per non parlare poi delle crescenti aggressioni – sottolinea con preoccupazione -. A pesare anche il lento aggiornamento del parco tecnologico, soprattutto per le procedure robotiche che spinge i giovani a trasferirsi all’estero per acquisire competenze più all’avanguardia, proprio quando avremmo bisogno di chirurghi più aggiornati. Tutto questo induce i giovani a trovare collocazioni lavorative nelle strutture private o a migrare verso altri Paesi, dove vengono apprezzati ovunque, a conferma della grande tradizione formativa del nostro Paese. Occorre quindi realizzare un programma strategico che torni ad attrarre i giovani alla chirurgia, tutelandone la scelta con un accesso più ampio alle nuove tecnologie e maggiori tutele giuridiche ed economiche, prima che la carenza di specialisti diventi irreversibile”, auspica.

Scudo penale: il fascicolo più atteso dai chirurghi italiani. Urgente l’approvazione della riforma

Parallelamente alla carenza strutturale di personale, resta aperto il fascicolo più atteso dai chirurghi italiani: la riforma della responsabilità professionale, presentata dal Ministro della Salute Schillaci, con il disegno di legge del novembre scorso, e ora all’esame della Commissione Affari Sociali della Camera. “L’Italia è l’unico Paese al mondo in cui l’errore medico ricade anche nella sfera penale, con il rischio di processi e di condanne per lesioni o morte. In questo contesto il chirurgo è la figura più esposta rispetto alle altre specialità – dichiara Docimo -. La nostra richiesta è quella di circoscrivere e ridimensionare la responsabilità penale, rendendo strutturale il cosiddetto “scudo”, in base al quale chi sbaglia risponde anche penalmente, ma il rispetto delle linee guida diventa una discriminante e l’errore grave resta penalmente rilevante solo se queste non sono state rispettate. Su questa strada – conclude -, i chirurghi sono al fianco del governo e chiedono l’approvazione dei decreti attuativi entro il termine ultimo del 31 dicembre”.

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