DE PALMA: «NELLE MEDICINE INTERNE MANCA IN MEDIA IL 22% DEGLI INFERMIERI, CON PUNTE SUPERIORI AL 30% IN QUASI UNA STRUTTURA SU CINQUE. LA RICERCA SCIENTIFICA COLLEGA IL CONSEGUENTE SOVRACCARICO, LEGATO ALLA CARENZA DI PERSONALE, ALLA SICUREZZA DEI PAZIENTI. NON POSSIAMO CONTINUARE A CHIEDERE AI PROFESSIONISTI DI COMPENSARE I DEFICIT SULLA PROPRIA PELLE E SU QUELLA DEI CITTADINI»
Roma, 12 ottobre 2026 – Più cresce il carico di lavoro degli infermieri, più aumentano i rischi per i pazienti. Cadute, lesioni da pressione e decessi sono tra gli eventi clinici significativamente associati a una maggiore pressione assistenziale.
È quanto emerge da un nuovo studio multicentrico italiano pubblicato sul Journal of Advanced Nursing, online dal 24 febbraio 2026 e inserito nel fascicolo di ottobre della rivista scientifica internazionale.
La ricerca ha coinvolto 2.349 infermieri, 158 reparti e 25 ospedali italiani, con l’analisi degli esiti assistenziali di 21.044 pazienti.
Il risultato centrale è che nei reparti con maggiore carico di lavoro infermieristico emergono indicatori più elevati di cadute, lesioni da pressione e mortalità. Lo studio evidenzia inoltre il ruolo dell’organizzazione e della leadership infermieristica nel contenimento dei carichi e nella sicurezza delle cure.
«Questi risultati – dichiara Antonio De Palma, Presidente Nazionale del Nursing Up – devono far riflettere profondamente chi governa la sanità italiana. Non stiamo parlando soltanto di infermieri sotto pressione, ma di pazienti la cui sicurezza è legata anche alle condizioni nelle quali i professionisti sono chiamati a lavorare.
Un infermiere deve poter sorvegliare, valutare, assistere e intervenire tempestivamente. Quando i carichi diventano eccessivi, non possiamo pretendere che competenza, responsabilità e spirito di sacrificio compensino indefinitamente le carenze organizzative. La sicurezza delle cure non può essere affidata alla capacità dei singoli professionisti di sopportare pressioni sempre maggiori».
Il quadro rafforza quanto già delineato da una precedente ricerca italiana, condotta da ricercatori dell’Università degli Studi di Genova in collaborazione con istituzioni accademiche internazionali, pubblicata nel maggio 2024 sulla rivista scientifica Health Policy, su 37.494 pazienti, 1.046 infermieri e 15 ospedali.
Lo studio rileva che un aumento di dieci punti percentuali dell’intenzione degli infermieri di lasciare il lavoro è associato a un incremento del 14% della probabilità di mortalità ospedaliera. Inoltre, un paziente in più per infermiere è associato a un aumento del 3,4% della probabilità di mortalità durante il ricovero.
Ma quanto sono realmente scoperti gli organici negli ospedali italiani?
Una indagine FADOI del marzo 2026, condotta su 269 dipartimenti ospedalieri di Medicina interna, fotografa una situazione preoccupante: manca in media il 22% del personale infermieristico necessario e nel 18% delle strutture esaminate la carenza supera il 30%.
È un dato che assume un significato ancora più importante alla luce delle ricerche scientifiche sugli effetti del sovraccarico assistenziale.
«Questa è la realtà con cui dobbiamo fare i conti – incalza De Palma –. In reparti che assistono pazienti sempre più anziani, fragili e complessi, arriviamo a registrare carenze infermieristiche superiori al 30%.
E nello stesso momento la ricerca scientifica ci mostra che la pressione assistenziale è collegata a eventi che incidono sulla sicurezza dei malati.
Il sovraccarico non può essere considerato la normalità del lavoro ospedaliero. La carenza di infermieri non è soltanto un’emergenza occupazionale: riguarda direttamente la qualità dell’assistenza e la protezione dei cittadini».
Nel nostro Paese la carenza è di circa 175mila infermieri rispetto agli standard europei. Il rapporto Italy: Country Health Profile 2025, pubblicato dall’OCSE e dall’Osservatorio europeo sui sistemi e sulle politiche sanitarie, indica 6,9 infermieri praticanti ogni mille abitanti in Italia, contro una media europea di 8,4.
A rendere ancora più difficile la ricostruzione degli organici intervengono il divario retributivo e gli investimenti insufficienti nella sanità.
Secondo il rapporto OCSE Health at a Glance 2025, gli infermieri ospedalieri italiani percepiscono una retribuzione media annua equivalente a 48mila dollari a parità di potere d’acquisto, contro i 61mila della media OCSE.
Il rapporto evidenzia inoltre che in Italia gli infermieri guadagnano mediamente meno del lavoratore medio nazionale, mentre nell’insieme dei Paesi OCSE la remunerazione degli infermieri ospedalieri supera mediamente del 20% il salario medio.
Anche la spesa sanitaria resta distante dagli standard europei. Secondo Italy: Country Health Profile 2025, nel 2023 l’Italia destina alla sanità l’8,4% del PIL, contro il 10% della media UE, con un divario di 1,6 punti percentuali.
«Questi numeri raccontano una contraddizione che non possiamo più accettare – sottolinea De Palma –. Abbiamo bisogno di più infermieri, ma continuiamo a riconoscere loro retribuzioni lontane da quelle di numerosi colleghi europei, mentre il nostro Paese investe nella sanità meno della media dell’Unione.
Come possiamo pensare di riempire le corsie, arginare le dimissioni volontarie e contrastare la fuga all’estero se non rendiamo nuovamente attrattiva la professione infermieristica?
Non possiamo programmare gli organici soltanto sulla base dei posti letto e dei vincoli economici. Il personale deve essere commisurato alla complessità dei pazienti e ai bisogni assistenziali. Non sono i malati a doversi adattare al personale disponibile: deve accadere il contrario».
Per Nursing Up occorre una svolta nelle politiche sanitarie: investire maggiormente sugli organici infermieristici, incentivare l’accesso alla professione, assumere in modo capillare e portare progressivamente le retribuzioni degli infermieri italiani al livello della media europea.
Non basta formare nuovi professionisti se il Servizio sanitario nazionale non riesce ad attrarli e trattenerli. Servono condizioni economiche e lavorative capaci di arginare le dimissioni volontarie, frenare la fuga all’estero e restituire stabilità ai reparti ospedalieri.
Il sindacato chiede al Governo risorse strutturali per rafforzare gli organici e alle Regioni e alle direzioni sanitarie una programmazione del personale fondata sulla complessità assistenziale, sul monitoraggio dei carichi di lavoro e sugli indicatori di sicurezza dei pazienti.
«È questa la strada che Governo e Regioni devono percorrere – conclude De Palma –. Dobbiamo investire seriamente sugli organici e rendere nuovamente attrattiva la professione infermieristica. Significa assumere in modo capillare, garantire condizioni di lavoro sostenibili e riconoscere agli infermieri retribuzioni finalmente allineate alla media europea.
Ogni infermiere che si dimette o sceglie di lavorare all’estero rappresenta una competenza che il Servizio sanitario nazionale non riesce a trattenere.
Solo attraverso investimenti strutturali, assunzioni diffuse e una reale valorizzazione economica possiamo tornare a riempire le corsie, arginare le dimissioni volontarie e frenare la fuga all’estero.
La sicurezza dei pazienti comincia dalla presenza di un numero adeguato di infermieri, valorizzati e messi nelle condizioni di svolgere pienamente il proprio lavoro.
Non possiamo pretendere cure sicure senza investire concretamente nei professionisti che quelle cure le garantiscono ogni giorno».