lunedì, 7 Settembre 2026

Settembre non deve costarci tutta l’estate: le pratiche per non arrivare alla fine dell’anno già esausti

Milano, 7 settembre 2026 – Secondo Richard Romagnoli è il patrimonio di benessere che rischiamo di dilapidare nei primi giorni dopo le vacanze e che invece va assolutamente preservato. «Il problema non è che le ferie finiscono, ma che torniamo troppo in fretta a essere quelli di prima».

Strategie e suggerimenti per non arrivare alla fine dell’anno già esausti

Vacanze finite, agenda piena, notifiche riattivate e la sensazione che tra settembre e dicembre debba entrare un anno intero. Ma se il vero problema del rientro non fosse la malinconia perché l’estate è finita, bensì la velocità con cui consumiamo tutto ciò che in vacanza ci aveva fatto stare meglio?

A ribaltare la consueta narrazione del post-vacation blues è Richard Romagnoli – formatore, coach e autore bestseller, e soprattutto ideatore del Metodo Happygenetica – che introduce il concetto di Capitale Emotivo Estivo: il patrimonio personale composto da riposo, sonno, tempo, relazioni, leggerezza, natura, silenzio, esperienze piacevoli e ritmi meno frenetici sperimentati durante le ferie. Non una metaforica «scorta di serotonina da infilare nel trolley», precisa Romagnoli, ma qualcosa di più concreto e utilizzabile: la conoscenza delle condizioni che ci permettono di stare meglio. Il rischio è archiviarla insieme ai costumi da bagno, tornando in pochi giorni agli stessi automatismi che ci avevano portato stanchi alla partenza.

«Durante le vacanze scopriamo una versione di noi che respira, cammina, dorme di più, ascolta e si concede tempo. Poi rientriamo e decidiamo che tutto questo non può più appartenere alla vita normale. Perché consideriamo normale ciò che ci esaurisce ed eccezionale ciò che ci fa stare bene?»

Non è solo «nostalgia da rientro»: il benessere delle ferie può svanire

La ricerca scientifica conferma che le vacanze possono produrre effetti positivi sul benessere, ma il punto non è stabilire una data di scadenza uguale per tutti, ma capire quali condizioni del rientro aiutino a conservare il recupero e quali lo erodano. Tra i fattori critici c’è il mancato distacco psicologico dal lavoro. Essere fisicamente lontani dall’ufficio non equivale necessariamente a esserlo mentalmente: la cosiddetta workplace telepressure, cioè l’urgenza percepita di controllare e rispondere subito alle comunicazioni professionali, è stata associata a un recupero più fragile e a una minore capacità di staccare.

«Il corpo può essere sul divano mentre la mente è ancora in ufficio», sintetizza Romagnoli nel suo ultimo libro Il silenzio che guarisce (Sonda Edizioni).

Le quattro «spese pazze» che bruciano il capitale emotivo

Secondo Romagnoli, il patrimonio costruito durante l’estate si consuma soprattutto quando, al rientro, concentriamo quattro comportamenti nello stesso momento:

  • riempiamo immediatamente ogni spazio dell’agenda, cancellando il tempo per noi stessi;
  • riattiviamo tutte le notifiche e torniamo alla disponibilità permanente;
  • abbandoniamo proprio le attività che in vacanza ci avevano restituito energia;
  • ci imponiamo di «recuperare il tempo perso», trasformando settembre in una rincorsa.

«Ma perso dove? Se hai dormito, riso, camminato, letto, vissuto relazioni e fatto esperienze, quel tempo non è perso. Settembre ci fa credere che quattro mesi debbano entrare in quattro settimane. Così arriviamo a ottobre già stanchi e senza una briciola dell’energia ritrovata».

Il ritorno nei luoghi e nei ritmi abituali può inoltre riattivare automaticamente vecchi comportamenti. Gli studi sulle abitudini mostrano infatti che i segnali del contesto – la stessa scrivania, lo smartphone nello stesso punto, la medesima sequenza mattutina – possono innescare schemi consolidati. Il rientro può però diventare anche una finestra di scelta: modificare deliberatamente un piccolo elemento del contesto aiuta a non ricadere subito nel pilota automatico.

La prima domanda di settembre non è «cosa devo fare?»

Per Romagnoli la domanda utile è un’altra: «Che cosa mi ha fatto stare davvero bene durante le vacanze e voglio continuare a coltivare?». La vacanza diventa così un osservatorio privilegiato, non soltanto una pausa: permette di vedere come cambia il nostro stato quando diminuisce la pressione, recuperiamo sonno, trascorriamo più tempo all’aperto, siamo presenti nelle relazioni e interrompiamo alcuni automatismi.

«Fotografiamo il mare, il tramonto e il piatto. Dovremmo imparare a fotografare anche le condizioni interiori: che cosa facevo quando mi sentivo bene? Con chi ero? Quanto correvo? Dove si trovava il telefono? Quanto tempo trascorrevo fuori?»

Happygenetica: tre mosse per non spendere l’estate in sette giorni

  • Prima il respiro, poi il mondo. Per i primi cinque minuti del mattino niente email, messaggi o notizie. Portare l’attenzione al corpo e respirare lentamente, senza forzare. Avvicinarsi gradualmente a circa sei respiri al minuto può favorire la variabilità della frequenza cardiaca; se compaiono fastidio o capogiri, si torna al proprio ritmo naturale. Domanda guida: «Come voglio vivere questa giornata?»
  • Salva una cosa dell’estate. Niente promesse di rivoluzionare la vita. Scegliere una sola abitudine che ha fatto bene – una passeggiata dopo cena, una colazione senza telefono, più sonno, una conversazione vera – e darle un posto concreto nella settimana.
  • Fai il saldo emotivo. Prima di dormire chiedersi: «Che cosa oggi mi ha restituito energia?» e «Che cosa me l’ha portata via inutilmente?». Il giorno dopo, ripetere un gesto che nutre e ridurre un comportamento che consuma.

La felicità non può essere il premio di fine anno

Il Capitale Emotivo Estivo si inserisce nella visione che Romagnoli riassume da anni nella frase «La felicità è una scelta». Non significa scegliere ciò che accade – una perdita, una malattia, un problema economico o una separazione – ma allenare la qualità con cui entriamo nella vita, senza rinviare il benessere al prossimo viaggio, al prossimo weekend o a quando tutto sarà finalmente risolto.

«Credo nella felicità feriale: quella del martedì mattina, del caffè bevuto con presenza, di dieci respiri, di una passeggiata, di una risata improvvisa. Gran parte della vita si gioca lì, non nei quindici giorni che aspettiamo per undici mesi».

Proteggere il capitale emotivo, conclude Romagnoli, non significa trasformare settembre in una gara al miglioramento personale. Significa scegliere una cosa che ci ha fatto bene e rispettarla con continuità. Poi, eventualmente, un’altra.

«Non possiamo prolungare le vacanze all’infinito, ma possiamo portare con noi ciò che ci hanno fatto riscoprire. Se in estate hai incontrato una versione di te più calma, presente e leggera, perché dovresti aspettare la prossima estate per viverla di nuovo?»

Le vacanze finiscono. Il loro insegnamento no: la vera sfida del rientro è fare in modo che la quotidianità non torni a essere soltanto il luogo dal quale sentiamo il bisogno di fuggire.

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