venerdì, 21 Agosto 2026

Ospedale di Livorno, in Pronto soccorso dal 1° giugno oltre 16.800 accessi. Il primario Dallatomasina: “Sempre garantita assistenza e presa in carico”

LIVORNO, 21 agosto 2026 – Oltre 16.800 accessi in poco più di due mesi, una media di circa 210 pazienti al giorno e picchi di 250-260. Sono numeri che descrivono una pressione significativa sul Pronto soccorso dell’ospedale di Livorno, soprattutto nel periodo estivo. Ma, secondo il direttore del Pronto soccorso Luca Dallatomasina, per leggere correttamente la situazione è necessario guardare non soltanto al numero degli accessi o ai tempi di permanenza, ma anche alla complessità dei pazienti, alle attività diagnostiche e terapeutiche svolte durante la permanenza e al lavoro dell’intera organizzazione ospedaliera.

Qual è la situazione attuale del Pronto soccorso di Livorno?

“Dal 1° giugno a ieri abbiamo registrato 16.860 accessi, con una media di circa 210 pazienti al giorno e picchi che hanno raggiunto i 250-260 accessi ovvero un paziente ogni 5 minuti comprese le ore notturne. Si tratta di numeri importanti, che richiedono un’organizzazione capace di gestire contemporaneamente livelli di urgenza molto diversi. Circa il 50% degli accessi riguarda codici 5 e 4, quindi non urgenze o urgenze minori; il 40% sono codici 3, cioè urgenze differibili, mentre il restante 10% è rappresentato da codici 2 e 1, quindi urgenze indifferibili ed emergenze”.

A questi numeri va aggiunta anche la particolare complessità dei pazienti che arrivano al Pronto soccorso di Livorno?

“Certamente. Il Pronto soccorso di Livorno non gestisce soltanto la casistica propria della città, ma accoglie anche la centralizzazione dei casi più gravi provenienti dalla provincia e, per alcune specializzazioni, anche da fuori provincia. Questo contribuisce ad alzare il livello medio di gravità e complessità dei pazienti che prendiamo in carico. Per questo il numero complessivo degli accessi, preso isolatamente, non è sufficiente a descrivere il carico di lavoro: bisogna considerare anche la complessità clinica dei pazienti, la necessità di diagnostica, monitoraggio, stabilizzazione e trattamento”.

Questo significa che metà dei pazienti potrebbe essere assistita altrove?

“Non è corretto tradurre automaticamente i codici meno urgenti con il concetto di accesso improprio. Il Pronto soccorso garantisce l’accesso e la valutazione a tutti i pazienti che si presentano. È però evidente che, in presenza di un numero così elevato di accessi, le diverse priorità determinano tempi di attesa differenti. La nostra missione primaria è gestire tempestivamente i pazienti critici o potenzialmente evolutivi. Per questo le attese per i codici minori sono inevitabili quando contemporaneamente dobbiamo garantire la risposta alle urgenze e alle emergenze”.

Quali sono oggi i tempi di attesa?

“Per i codici 3, 4 e 5 l’attesa media è di circa 2 ore e mezza, con una mediana di 100 minuti. È importante però sottolineare che dal 15 luglio, con l’istituzione del Team di Valutazione Rapida (TVR), il trend è in miglioramento. Per le urgenze indifferibili, cioè i codici 2, l’attesa media è di 13 minuti, con una mediana di 10 minuti, mentre per le emergenze non c’è attesa. Questo significa che la priorità clinica viene rispettata”.

Un altro dato riguarda i ricoveri: quanti pazienti vengono effettivamente ricoverati dopo l’accesso in Pronto soccorso?

“Dal 1° giugno a oggi sono stati ricoverati 1.563 pazienti, pari al 9,2% degli accessi. È un dato che evidenzia anche l’importante funzione di filtro svolta dal Pronto soccorso. Oggi il Pronto soccorso non è un luogo di semplice smistamento verso i reparti di degenza, ma un luogo di diagnosi e cura. Durante la permanenza i pazienti vengono sottoposti a esami diagnostici, monitoraggio clinico e terapie mirate, spesso proprio con l’obiettivo di evitare un ricovero quando non è necessario”.

In questi giorni è stato riportato il caso di una paziente anziana che avrebbe atteso 36 ore prima del ricovero. Come si spiegano tempi di questo tipo?

“È importante chiarire che le 36 ore riportate non sono 36 ore di semplice attesa di un posto letto. Nel nostro ospedale le attese per la disponibilità di un posto letto non sono mai state così lunghe. Durante la permanenza in Pronto soccorso il paziente continua a essere preso in carico: viene sottoposto a diagnostica, monitoraggio e terapia, con modalità assistenziali che in molti casi sono assimilabili a quelle di un reparto. Inoltre, per alcuni pazienti, quel periodo è clinicamente necessario per arrivare alla diagnosi, stabilizzare le condizioni o verificare se il ricovero possa essere effettivamente evitato. La funzione del Pronto soccorso è cambiata profondamente. I pazienti non sono ‘parcheggiati’ in corridoio in attesa di essere trasferiti in reparto. Le recenti ristrutturazioni hanno permesso di organizzare aree open space suddivise per intensità di cura, che consentono di seguire il paziente in maniera appropriata per tutta la permanenza in Pronto soccorso”.

Quali sono le caratteristiche di queste aree?

“L’area ad alta intensità è dotata di ventilatori, pompe infusionali e monitoraggio continuo e consente di stabilizzare i pazienti prima dell’eventuale ricovero, riducendo anche il livello di intensità assistenziale necessario nei successivi setting. L’area di media intensità e quella di osservazione prevedono invece infermieri dedicati al monitoraggio e alla gestione delle terapie e OSS dedicati ai bisogni assistenziali. In molti casi questo modello permette di completare il percorso diagnostico-terapeutico e di evitare il ricovero”.

Quanto incide, quindi, l’organizzazione complessiva dell’ospedale e della rete territoriale sulla capacità del Pronto soccorso di gestire gli accessi?

“Incide moltissimo. In questi mesi è stato fondamentale il grande lavoro svolto dalla Medicina per evitare il prolungamento non necessario delle degenze e liberare così posti letto. A questo si aggiunge il prezioso lavoro del Bed Management, che consente di governare in maniera più efficace la disponibilità dei posti, e il supporto della COT per le dimissioni più complesse. È inoltre importante ricordare la disponibilità dei posti letto del nuovo Ospedale di Comunità. Allo stesso tempo, la riforma della sanità territoriale sta mettendo a disposizione nuove possibilità di risposta ai bisogni di salute, anche per quei pazienti che presentano condizioni a minore priorità e che non necessitano necessariamente di una presa in carico ospedaliera. Penso, in particolare, alle Case di Comunità aperte H24, come quella di via Impastato a Livorno, che possono rappresentare un punto di riferimento importante per intercettare e gestire una parte dei bisogni che oggi arrivano al Pronto soccorso e che corrispondono ai codici minori. È una rete che va valorizzata e resa sempre più conosciuta e accessibile ai cittadini. Il Pronto soccorso deve continuare a concentrarsi sulla gestione delle condizioni urgenti, emergenti e potenzialmente evolutive, mentre una rete territoriale forte consente di offrire risposte appropriate anche agli altri bisogni di salute. La gestione del Pronto soccorso è quindi parte di un sistema molto più ampio e richiede il contributo coordinato dell’ospedale, dei servizi territoriali e di tutti i professionisti coinvolti”.

Le recenti ristrutturazioni del Pronto soccorso hanno avuto un ruolo nella gestione di questa pressione?

“Sì. I lavori hanno consentito non soltanto di migliorare l’organizzazione degli spazi, ma anche di creare aree modulari che permettono l’isolamento dei pazienti infetti e consentono di fronteggiare eventuali emergenze pandemiche. La suddivisione per intensità di cura permette inoltre di modulare l’assistenza in base alle condizioni cliniche del paziente, accompagnandolo nel percorso all’interno del Pronto soccorso”.

Resta però il tema del personale. Qual è la situazione?

“Il problema della disponibilità di medici riguarda i Pronto soccorso di tutta Italia. I giovani professionisti, per diversi motivi, mostrano una minore disponibilità verso questo tipo di attività, mentre i medici con maggiore anzianità di servizio tendono a cercare collocazioni meno gravose. Negli ultimi tre mesi siamo comunque riusciti a fronteggiare la situazione attraverso diverse soluzioni organizzative. Abbiamo avuto una nuova assunzione, che è stato l’unico medico ad accettare l’incarico su una graduatoria composta da 16 professionisti. Abbiamo inoltre acquisito tre medici con contratti di continuità assistenziale, quindi provenienti dall’ex guardia medica, destinandoli all’attività di Pronto soccorso. Infine, sei medici assunti nel reparto di Medicina, in applicazione della delibera della Giunta regionale Toscana 657/2021, sono tenuti a prestare una quota oraria in Pronto soccorso. Questo si traduce, di fatto, nella disponibilità di un’unità medica aggiuntiva. Questo ha permesso di istituire il cosiddetto Team di Valutazione Rapida (TVR) che, occupandosi dei casi intermedi, riesce a fare subito quegli approfondimenti necessari a inquadrarli e smistarli nel percorso più corretto ovvero tra i codici più o meno urgenti. Questa introduzione è stata reso possibile anche grazie al supporto della direzione aziendale che ha permesso di rafforzare anche il personale infermieristico a disposizione e che partecipa direttamente al Team.”

Qual è quindi la fotografia che emerge?

“Il Pronto soccorso è sottoposto a una pressione molto elevata, ma i numeri dimostrano che il sistema sta continuando a garantire la presa in carico dei pazienti, con tempi coerenti con la diversa priorità clinica, e che per le urgenze indifferibili e le emergenze la risposta resta tempestiva. Le difficoltà esistono e sono reali, soprattutto in presenza di volumi elevati e di una disponibilità di personale che rappresenta una criticità comune ai Pronto soccorso, ma l’organizzazione ospedaliera sta lavorando per governarle”.

Qual è, in conclusione, il messaggio che vuole rivolgere ai cittadini?

“Il Pronto soccorso è un servizio essenziale e siamo consapevoli che chi vi accede, soprattutto quando deve attendere, può vivere una situazione di disagio. Garantiamo comunque l’accesso e la valutazione di tutti. È però necessario comprendere che la priorità deve essere data a chi presenta condizioni critiche o potenzialmente evolutive. Allo stesso tempo, un paziente che rimane in Pronto soccorso per molte ore non è necessariamente un paziente che sta semplicemente aspettando un letto: è una persona che può essere sottoposta a esami, monitoraggio e terapie e per la quale può essere necessario completare il percorso diagnostico o raggiungere una stabilizzazione clinica.

Proprio perché riteniamo che la presa in carico debba riguardare il paziente e, quando necessario, anche la sua famiglia sotto diversi punti di vista, stiamo lavorando per offrire un’assistenza che tenga conto anche degli aspetti relazionali e umani. In questo ambito è preziosissimo il lavoro assicurato dall’Associazione Volontari Ospedalieri (Avo), a supporto di pazienti e familiari, così come il recente avvio del progetto dei facilitatori relazionali, figure che hanno il compito di mantenere il collegamento tra i familiari presenti in sala d’attesa e i pazienti nelle medicherie, contribuendo a ridurre ansie e preoccupazioni.

È stata inoltre recentemente approvata una convenzione che garantisce gratuitamente la presenza all’interno del Pronto soccorso di figure di intrattenimento, in particolare clown, rivolte soprattutto ai bambini, grazie all’associazione ViviamoInPositivo ‘Libecciati’. È un lavoro preziosissimo e molto apprezzato dagli utenti, che dimostra come cerchiamo di occuparci della persona nella sua globalità. A volte, accanto a un’adeguata assistenza sanitaria, c’è bisogno anche di un sorriso. E anche questo può contribuire a rendere più sostenibile la permanenza in Pronto soccorso per un bambino e per la sua famiglia. L’assistenza sanitaria resta naturalmente il nostro compito principale e cerchiamo di garantirla ogni giorno nel migliore dei modi”.

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