sabato, 16 Maggio 2026

Tumore al fegato. Dopo intervento 70% dei pazienti rischia recidiva, 13 maggio specialisti a confronto a Monza

Il 13 maggio specialisti a confronto su come prevedere,  prevenire e trattare il ritorno dell’epatocarcinoma 

Monza, 11 maggio 2026 – L’intervento chirurgico può rappresentare un passaggio decisivo  nella cura dell’epatocarcinoma, ma raramente coincide con la fine del percorso. Per molti  pazienti, la fase più delicata inizia proprio dopo la rimozione del tumore: quella in cui si  affronta il rischio concreto che la malattia si ripresenti. 

Nel caso del tumore primitivo del fegato, tra i più diffusi e letali a livello globale, la recidiva  dopo resezione è un evento frequente, che coinvolge circa 7 pazienti su 10, con percentuali  che possono raggiungere livelli anche più elevati nel corso degli anni di follow-up. Un dato  che sta spingendo la comunità scientifica a ripensare profondamente l’approccio a questa  patologia. 

Non esiste infatti un’unica forma di recidiva: il tumore può riemergere in tempi diversi, con  caratteristiche differenti e con modalità che richiedono ogni volta una valutazione specifica.  In questo contesto, la ricomparsa della malattia non viene più letta semplicemente come un  esito negativo, ma come una fase che impone una nuova analisi complessiva del paziente e  delle opzioni disponibili. 

“L’epatocarcinoma appartiene ormai alla categoria di big killers fra i tumori dell’apparato  digerente – spiega Fabrizio Romano, professore associato di Chirurgia generale all’Università  degli Studi di Milano-Bicocca e responsabile della Chirurgia epatobiliare della Fondazione  IRCCS San Gerardo dei Tintori -. La recidiva, soprattutto dopo resezione, rappresenta una  sfida oncologica molto complessa ma nello stesso tempo il concetto di recidività della  malattia deve cambiare il nostro modo di affrontare questo tumore, non più secondo schemi  rigidi, ma mettendo in campo di volta in volta tutte le strategie che abbiamo a disposizione  per prevenire l’insorgenza della recidiva, per identificare i soggetti più a rischio e, quindi,  predire la sua comparsa, e per utilizzare i progressi oncologici, chirurgici e tecnologici per  trattarla nel modo migliore ed eventualmente multimodale, quando si presenta. Mettendo in atto una medicina veramente multidisciplinare in cui tutti gli attori coinvolti si confrontino  ad ogni evento di recidiva e come una sorta di navigatore satellitare “resettino” e  “reimpostino” il percorso di trattamento del paziente verso la destinazione “cura”. Serve  quindi la capacità di ricalibrare ogni volta il percorso terapeutico, mettendo in campo tutte  le strategie disponibili”. 

Un cambio di prospettiva che sarà al centro del convegno “La recidiva di HCC dopo resezione  chirurgica: predire, prevenire, trattare”, in programma il 13 maggio nell’Auditorium Pogliani della Fondazione IRCCS San Gerardo dei Tintori di Monza. 

I tre verbi scelti nel titolo sintetizzano l’evoluzione dell’approccio clinico. Predire significa  cercare di anticipare il rischio, anche grazie a strumenti innovativi come l’analisi avanzata  delle immagini, la patologia digitale e l’intelligenza artificiale. Prevenire vuol dire intervenire  già nelle fasi iniziali del trattamento, modulando le strategie chirurgiche e terapeutiche per  ridurre le probabilità di ritorno della malattia. Trattare, infine, implica disporre di un ventaglio  sempre più ampio di soluzioni quando la recidiva si manifesta, dalle nuove tecniche  chirurgiche mini-invasive alle terapie integrate. 

Alla base di questo modello c’è un approccio multidisciplinare sempre più centrale: chirurghi,  oncologi, epatologi, radiologi e altri specialisti chiamati a confrontarsi in modo continuo per  adattare le decisioni cliniche all’evoluzione della malattia. 

Il congresso di Monza riunirà esperti da tutta Italia con l’obiettivo di tradurre nella pratica  clinica quotidiana le innovazioni più recenti, riducendo il divario tra le possibilità offerte dalla  ricerca e la loro reale applicazione nei percorsi di cura. 

Perché la sfida dell’epatocarcinoma non si esaurisce in sala operatoria, ma continua nel  tempo: nella capacità di aggiornare le strategie, riconsiderare le scelte e accompagnare il  paziente lungo un percorso che, sempre più, richiede flessibilità e visione integrata.

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