sabato, 16 Maggio 2026

Precisione e personalizzazione: le Neurotecnologie riscrivono i protocolli clinici

La stimolazione magnetica transcranica ripetitiva (rTMS) mostra tassi di efficacia compresi tra il 50% e il 70% nei casi resistenti di depressione.

Koch su Alzheimer: “La ricerca ci sta dicendo che la neuromodulazione è in grado di intervenire su più livelli: dalla connettività delle reti cerebrali alla neuroplasticità, offrendo un profilo terapeutico che i farmaci anti-amiloide da soli non riescono a garantire”

Roma 8 MAGGIO 2026 – Personalizzazione, efficacia e sicurezza sono alcune delle parole chiave che derivano dall’applicazione degli strumenti di neuromodulazione e neurotecnologie nella clinica ed emerse durante la prima giornata del Congresso Nazionale della Italian Society of Neuromodulation and Neurotechnologies (ISNeT), in programma fino a domaninella sede della Fondazione Santa Lucia IRCCS di Roma.

Depressione resistente: protocolli più rapidi, target più precisi. La sessione plenaria inaugurale ha offerto un quadro aggiornato delle strategie di neuromodulazione disponibili per la depressione resistente al trattamento farmacologico, una sfida clinica attuale e di primo piano. La stimolazione magnetica transcranica ripetitiva (rTMS) mostra tassi di efficacia compresi tra il 50% e il 70% nei casi resistenti, con un profilo di sicurezza consolidato da oltre quindici anni di evidenze cliniche.

A questo proposito, un recente Consensus[1] sull’uso della stimolazione magnetica transcranica (TMS) per il trattamento della malattia, oltre a confermare la sicurezza e l’efficacia della tecnica, sottolinea la rilevanza dell’applicazione di nuovi protocolli accelerati, come la Intermittent Theta Burst Stimulation (iTBS), una forma avanzata e ultra-rapida di stimolazione magnetica transcranica ripetitiva (rTMS), che offre risultati più a breve termine. In particolare, una meta-analisi su 18 studi ha rilevato che i tassi di risposta si mantengono anche oltre il 66% tre mesi la fine del trattamento acuto tramite iTBS. Ma è soprattutto la ridotta durata della sessione il vantaggio clinico più evidente: mentre la stimolazione magnetica transcranica ripetitiva convenzionale può richiedere tra i 19 e i 38 minuti, una sessione di iTBS standard dura solo 3 minuti. Una recente revisione sistematica¹ ha confermato che i tassi di risposta rimangono superiori al 66% anche a tre mesi dalla fine del trattamento acuto, e ha sottolineato il valore aggiunto del targeting funzionale individualizzato (basato su risonanza magnetica funzionale) come elemento in grado di ottimizzare ulteriormente l’efficacia terapeutica.

La personalizzazione della cura non riguarda solo il bersaglio anatomico, ma anche la definizione di profili clinici e percorsi integrati neuro-psichiatrici, un tema affrontato nel corso della prima sessione plenaria, in cui sono stati illustrati i meccanismi con cui la stimolazione magnetica transcranica agisce su circuiti e plasticità sinaptica, con implicazioni che si estendono anche al trattamento delle nuove dipendenze.Questo approccio di precisione, gli studi finora hanno dimostrato un’efficacia straordinaria, con tassi di remissione compresi tra l’80% e il 90%.

Alzheimer e decadimento cognitivo lieve. Uno degli ambiti più promettenti della sessione scientifica ha riguardato l’applicazione della rTMS nella malattia di Alzheimer e nel deterioramento cognitivo lieve. Una nuova metanalisi pubblicata sul Journal of Psychopharmacology² ha confrontato l’efficacia della rTMS con quella dei tre farmaci anti-amiloide (aducanumab, lecanemab, donanemab) approvati dalla Food and Drug Administration (FDA) e ha rilevato una superiorità significativa della neuromodulazione sulla funzione cognitiva. Oltre all’efficacia, rTMS ha mostrato un profilo di tollerabilità e accettabilità nettamente migliore rispetto alle terapie farmacologiche, gravate da effetti avversi seri come le anomalie di imaging legate all’amiloide (ARIA). I meccanismi che sottendono questi risultati vanno oltre la semplice riduzione del carico di amiloide: la stimolazione favorisce la neuroplasticità strutturale e funzionale, la crescita dendritica, la sinaptogenesi e il miglioramento della connettività nelle reti cerebrali colpite dalla malattia. 

Nella sessione plenaria del pomeriggio il professor Giacomo Koch, ordinario dell’Università di Ferrara e della Fondazione Santa Lucia IRCCS, co-responsabile scientifico del congresso e presidente della ISNeT, ha presentato i più recenti dati su biomarcatori, plasticità di rete e target clinici della neuromodulazione non invasiva nella malattia di Alzheimer.

“La ricerca ci sta dicendo che la neuromodulazione è in grado di intervenire su più livelli della malattia di Alzheimer: dalla connettività delle reti cerebrali alla neuroplasticità, offrendo un profilo terapeutico che i farmaci anti-amiloide da soli non riescono a garantire. Il dato più incoraggiante è che questi benefici emergono in tempi relativamente brevi e con un ottimo profilo di sicurezza”, osserva il professor Koch.

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