giovedì, 22 Ottobre 2026

Quali sono le dinamiche psicologiche e sociali dietro alle violenze dei più giovani

La Prof.ssa Simona Scaini, Psicologa e Psicoterapeuta, Direttrice del Dipartimento di Psicologia della Sigmund Freud University di Milano, spiega le motivazioni dietro alle violenze, e propone quale direzione deve prendere l’opera di prevenzione.

Milano, 22 ottobre 2026 – Milano, come altre grandi città, guarda al prossimo fine settimana con attenzione e preoccupazione, dopo i disordini che hanno segnato le giornate del 17 e 18 ottobre, con scontri, danneggiamenti e saccheggi ad opera di gruppi di ragazzi, spesso giovanissimi. Simona Scaini, Psicologa e Psicoterapeuta, Direttrice del Dipartimento di Psicologia della Sigmund Freud University di Milano, analizza le dinamiche psicologiche e sociali che possono spingere alcuni adolescenti ad aggregarsi e ad agire con violenza, valuta quali siano i modelli di riferimento – reali o percepiti – che influenzano i loro comportamenti, e propone quali siano le possibili strategie educative e preventive per intercettare il disagio e intervenire prima che degeneri in episodi di violenza.

Il gruppo e la violenza

Il bisogno di sentirsi parte di un gruppo, di essere accettati e riconosciuti può influenzare i comportamenti degli adolescenti. La Prof.ssa Scaini spiega che cosa porti un gruppo di adolescenti ad aggregarsi e ad agire con finalità violente.

“In adolescenza il gruppo è centrale: dà appartenenza, identità e riconoscimento, proprio quando il ragazzo si stacca dalla famiglia e cerca il proprio posto nel mondo. Quando mancano altri spazi in cui sentirsi visti e capiti (scuola, sport, relazioni significative con adulti), il gruppo può diventare l’unica fonte di valore personale. In questi casi la violenza ha spesso una funzione precisa: guadagnare status, dimostrare forza e lealtà, scaricare rabbia e frustrazione che non si riescono a dire a parole. Contano poi alcuni meccanismi tipici del gruppo. La responsabilità si diluisce (“non sono stato io, eravamo in tanti”), la pressione a conformarsi cresce e l’empatia verso la vittima cala. A questo si aggiungono fattori individuali e di contesto: difficoltà nel regolare le emozioni e gli impulsi, esperienze di trascuratezza o di violenza subita, isolamento sociale, abbandono scolastico, territori poveri di opportunità. Raramente c’è una causa sola: è l’intreccio di queste fragilità a rendere possibile il passaggio all’atto.”

I modelli di riferimento

I modelli a cui si ispirano i più giovani possono incidere sul loro modo di intendere il rispetto, il successo e la gestione dei conflitti. Scaini analizza che cosa raccontano questi episodi rispetto ai modelli di riferimento dei giovani, sia quelli reali sia quelli percepiti.

“Raccontano di ragazzi che spesso faticano a trovare adulti credibili, presenti e capaci di contenere: genitori stanchi o in difficoltà, istituzioni percepite come lontane. Quando i riferimenti reali sono deboli, si fanno strada modelli percepiti, amplificati dai social e da certi prodotti culturali. In questi modelli il successo coincide con il dominio, il rispetto si ottiene con l’intimidazione e la vulnerabilità è una debolezza da nascondere. I social, in particolare, premiano la visibilità: filmare e condividere un atto violento può trasformarlo in un modo per “esistere” agli occhi degli altri. Questi episodi raccontano quindi anche un bisogno di riconoscimento che non trova canali sani. E raccontano, spesso, una povertà di linguaggio emotivo: molti ragazzi non sanno dare un nome a ciò che provano, e la violenza diventa il modo più immediato per esprimerlo.”

La prevenzione

Prevenire la violenza significa riconoscere i segnali di disagio prima che si trasformino in comportamenti problematici. Famiglia, scuola e società possono svolgere un ruolo fondamentale attraverso l’ascolto, il dialogo e la presenza di adulti capaci di offrire punti di riferimento solidi. Dove e come è possibile prevenire questi fenomeni, prima che degenerino in violenza?

“La prevenzione funziona quando è precoce, diffusa e mette in rete più soggetti – sottolinea ancora Scaini –. In famiglia: sostenendo la genitorialità, aiutando i genitori a leggere i segnali di disagio (chiusura, cambi improvvisi di amicizie, irritabilità, calo scolastico) e a restare presenti anche quando il figlio sembra respingerli. A scuola: educando alle emozioni e alla gestione dei conflitti fin dall’infanzia, intercettando subito bullismo e dispersione e formando gli insegnanti a riconoscere le situazioni a rischio. Servono sportelli di ascolto e figure psicologiche stabili. Nel territorio: offrendo spazi di aggregazione positiva (sport, arte, musica, volontariato, educativa di strada) dove i ragazzi possano sentirsi competenti e riconosciuti, con adulti di riferimento affidabili. Nei servizi sanitari ed educativi: garantendo un accesso rapido a valutazione e presa in carico quando emergono difficoltà emotive, comportamentali o del neurosviluppo. I tempi di attesa troppo lunghi sono uno dei punti critici della prevenzione. Nel digitale: accompagnando i ragazzi a un uso critico dei social, invece di limitarsi a vietare. Il punto è intervenire sulla fragilità prima che si trasformi in rabbia agita: offrire ai ragazzi alternative concrete per sentirsi qualcuno, e adulti capaci di ascoltarli davvero.”

La Sigmund Freud University di Milano, dal suo osservatorio privilegiato, si avvale della collaborazione con la Clinica Età Evolutiva, centro specialistico fondato e diretto dalla Prof.ssa Sandra Sassaroli, con cui opera in stretta sinergia didattica e scientifica.

Tra le peculiarità della SFU Milano spicca infatti l’indirizzo in Psicologia Clinica dell’Età Evolutiva, che sta riscontrando sempre più interesse da parte degli studenti: un percorso dedicato alla formazione avanzata di professionisti in grado di prevenire, valutare e trattare le principali difficoltà psicologiche che possono emergere durante l’infanzia e l’adolescenza, accompagnando lo sviluppo emotivo, cognitivo e relazionale del bambino e giovane adulto.

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