De Palma: “Il nostro sistema perde i pezzi tra fughe all’estero e dimissioni volontarie. Senza retribuzioni competitive e valorizzazione professionale, anche chi arriva da oltreoceano rischia prima o poi di andarsene”
Roma, 19 ottobre 2026 – Tornano i moderni Magellano della sanità italiana. Dopo la Lombardia, anche il Veneto salpa idealmente verso Argentina e Brasile alla ricerca di infermieri per i reparti rimasti senza personale. Il paradosso è evidente: mentre i sistemi sanitari europei più attrattivi trattengono le proprie eccellenze e reclutano all’estero per migliorare le cure, l’Italia perde professionisti formati con ingenti risorse pubbliche e cerca sostituti oltreoceano per tappare le falle, senza una strategia efficace per fermare le partenze.
Il progetto triennale del Veneto partirà dall’Ulss 1 Dolomiti, nel Bellunese, coinvolgendo istituzioni locali, università e comunità di emigrati. Previsti verifica delle competenze, formazione linguistica, tutoraggio e sostegno all’inserimento, con dettagli che ancora non conosciamo.
«Eppure è evidente che continuare a cercare infermieri all’estero, mentre migliaia di professionisti italiani abbandonano il Paese, equivale a tentare di riempire una vasca senza chiudere il buco sul fondo», dichiara Antonio De Palma, presidente nazionale del Nursing Up.
«Non abbiamo alcun pregiudizio verso i colleghi stranieri, che devono essere accolti, rispettati e messi nelle condizioni di lavorare in sicurezza. Ma reclutare per rafforzare un sistema sanitario è diverso dal cercare sostituti perché non si riescono a trattenere i propri professionisti. Gli altri investono sulle retribuzioni e sulla qualità dell’assistenza. Noi rincorriamo l’emergenza».
“L’Italia rischia di diventare un Paese di transito”
«Chi garantisce che gli infermieri reclutati in Argentina e Brasile resteranno in Italia? Dopo aver acquisito esperienza, cosa impedirà loro di scegliere Svizzera, Germania, Spagna o Paesi Bassi, dove stipendi e prospettive sono più attrattivi? È un rischio già evidenziato per il reclutamento dall’India».
«L’Italia rischia di diventare un Paese di transito: reclutiamo infermieri, li formiamo, li integriamo e poi li perdiamo a vantaggio di sistemi sanitari che offrono condizioni migliori. Gli altri investono per crescere e migliorare l’assistenza, noi per sostituire chi se ne va. Prima di nuove traversate dell’Atlantico, Governo e Regioni dovrebbero creare condizioni idonee, perché gli infermieri, italiani e stranieri, possano e vogliano restare», afferma De Palma.
Stipendi europei, dimissioni e fuga delle competenze
Secondo Health at a Glance 2025 dell’OCSE, le retribuzioni medie annue degli infermieri ospedalieri, in dollari a parità di potere d’acquisto, sono di 48mila in Italia, 61mila nella media OCSE, 73mila in Germania e Spagna e 82mila nei Paesi Bassi.
«Germania e Spagna riconoscono 25mila dollari in più dell’Italia, i Paesi Bassi 34mila. I nostri infermieri vengono cercati già all’università o dopo anni di esperienza. Formiamo eccellenze che altri valorizzano».
«Perdiamo professionisti con dieci, quindici, vent’anni di esperienza in pronto soccorso, terapia intensiva e medicina interna: competenze cliniche, gestione dei pazienti critici e capacità di formare i più giovani».
Secondo le agenzie di reclutamento, richiamate anche dall’Eurispes, fino a 7mila infermieri italiani all’anno intraprendono percorsi professionali all’estero. Gli osservatori regionali attribuiscono ai professionisti di origine straniera già integrati in Italia circa il 5% dei flussi, pari a 300-350 infermieri.
«Se non tratteniamo neppure loro, come tratterremo chi reclutiamo in Argentina e Brasile? Nella vicina Svizzera gli infermieri possono guadagnare anche il triplo, secondo i riferimenti dell’Ufficio federale della sanità pubblica elvetico».
Quasi 200 milioni di investimento formativo a rischio ogni anno
Secondo le elaborazioni richiamate da CREA Sanità, formare un infermiere richiede circa 30mila euro di investimento pubblico. Applicando questa cifra alle 7mila partenze annue stimate da agenzie come Hunters Group, e portando in detrazione la percentuale di soggetti che non si sono formati in Italia, il costo indicativo della formazione associato raggiunge poco meno di 200 milioni di euro all’anno.
«Ma il danno maggiore è la perdita di esperienza clinica, continuità assistenziale e competenze specialistiche», sottolinea De Palma. «Servono assunzioni stabili, stipendi competitivi, condizioni sostenibili e carriere cliniche che riconoscano formazione avanzata ed esperienza».