giovedì, 1 Ottobre 2026

Regioni chiedono al Governo oltre 18 miliardi in più in tre anni

Nursing Up: «Risorse necessarie, ma l’Italia delle cure resta a due velocità: 5,15 miliardi di mobilità sanitaria e divari ancora profondi nei Lea».

De Palma: «21 Regioni non possono significare 21 sistemi sanitari differenti. Governo e territori costruiscano un filo diretto e una reale unità di intenti: più investimenti devono significare più personale, servizi più forti e minori distanze nell’accesso alle cure».

Roma, 1 ottobre 2026 – Le Regioni presentano al Governo il conto delle necessità della sanità in vista della prossima Legge di Bilancio. Sul tavolo c’è una richiesta da oltre 18 miliardi di euro aggiuntivi nel triennio 2027-2029: 6,8 miliardi nel 2027, 5,4 nel 2028 e 5,7 nel 2029.

Secondo quanto emerso dal confronto delle Regioni e riportato da Quotidiano Sanità, tra le priorità indicate ci sono personale sanitario, retribuzioni di medici e infermieri, medicina d’urgenza, farmaci e terapie innovative. La Conferenza delle Regioni ha chiarito che la quantificazione definitiva dovrà essere completata prima del confronto con il Governo.

Per il Nursing Up, i numeri confermano che la sanità italiana ha bisogno di investimenti. Ma raccontano anche un Paese nel quale servizi, tempi e capacità di risposta continuano a cambiare profondamente da un territorio all’altro.

21 Regioni, 21 sistemi sanitari differenti. Gli enormi divari nei Lea

I Livelli Essenziali di Assistenza dovrebbero garantire a tutti i cittadini le stesse prestazioni fondamentali. Eppure prevenzione, assistenza territoriale e ospedaliera continuano a mostrare differenze significative.

Nel monitoraggio 2024 del Ministero della Salute, 18 Regioni e Province autonome su 21 raggiungono la sufficienza nelle tre aree dell’assistenza, ma con risultati molto differenti. Analizzando gli stessi dati ministeriali, scavando a fondo, la Fondazione GIMBE rileva che tra le prime dieci realtà per punteggio complessivo sette sono del Nord, due del Centro e soltanto una del Sud, la Puglia; nelle ultime sette, esclusa Bolzano, figurano esclusivamente Regioni meridionali.

«Non basta avere sulla carta gli stessi livelli essenziali di assistenza se poi la capacità concreta di garantirli cambia da un territorio all’altro – afferma Antonio De Palma, Presidente Nazionale del Nursing Up –. 21 Regioni non possono significare 21 sistemi sanitari differenti. Le specificità locali vanno rispettate, ma non possono trasformarsi in differenti opportunità di cura».

5,15 miliardi di mobilità: pazienti e risorse cambiano Regione

Un’altra fotografia del divario arriva dalla mobilità sanitaria, cioè dalle cure ricevute fuori dalla propria Regione e pagate dal sistema sanitario di provenienza a quello che le eroga.

Secondo il Report sulla mobilità sanitaria interregionale della Fondazione GIMBE, nel 2023 questi flussi hanno raggiunto 5,15 miliardi di euro. Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto concentrano il 95,1% del saldo attivo, mentre Calabria, Campania, Puglia, Sicilia, Lazio e Sardegna raccolgono il 78,2% del saldo passivo.

«Non tutta la mobilità è una fuga sanitaria: esistono alta specializzazione, libera scelta e vicinanza geografica. Ma quando pazienti e miliardi si muovono in modo così squilibrato, il fenomeno racconta anche la diversa capacità dei territori di rispondere ai bisogni di salute», sottolinea De Palma.

Aree interne: 13,3 milioni di italiani più lontani dai servizi

Il divario non corre soltanto tra Nord e Sud. Secondo il Rapporto Annuale 2026 dell’Istat, nelle Aree Interne vivono 13,3 milioni di persone, il 22,6% della popolazione. Tra gli under 75, chi risiede in questi territori utilizza meno l’assistenza ambulatoriale, registra più ricoveri, maggiore mobilità ospedaliera fuori Regione e una mortalità evitabile superiore rispetto a chi vive nelle aree centrali.

«Non possiamo accettare che la distanza da un servizio sanitario diventi distanza dal diritto alla salute», osserva De Palma.

E c’è chi alle prestazioni rinuncia del tutto. Secondo i dati Istat dell’indagine “Aspetti della vita quotidiana”, nel 2024 circa 5,8 milioni di persone, il 9,9% della popolazione, hanno rinunciato ad almeno una visita specialistica o a un accertamento diagnostico pur avendone bisogno. Nel 2023 erano 4,5 milioni.

Meno investimenti della media europea

È dentro questo quadro che va letta la richiesta economica delle Regioni. Secondo il Country Health Profile 2025 di OCSE e Commissione europea, nel 2023 la spesa sanitaria italiana è stata pari all’8,4% del PIL contro il 10% della media UE. In termini pro capite e a parità di potere d’acquisto, significa 3.086 euro per abitante contro 3.832 euro nella UE, circa il 19% in meno.

«Le risorse servono e il tema posto dalle Regioni deve essere affrontato seriamente – prosegue De Palma –. Ma uno sforzo economico aggiuntivo di queste dimensioni deve diventare anche l’occasione per accorciare le distanze, rafforzare il personale e rendere più omogenea la capacità di risposta dei servizi».

«Non serve una contrapposizione tra Governo e Regioni. Servono coerenza, un filo diretto permanente e una reale unità di intenti su personale, organizzazione, liste d’attesa, assistenza territoriale e accesso alle prestazioni. Le specificità regionali sono una realtà, ma 21 Regioni non possono trasformarsi in 21 differenti diritti alla salute. Più risorse sì, ma con obiettivi nazionali chiari per ridurre i divari e garantire ai cittadini la stessa qualità delle risposte».

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