Dopo la nota RAS del 6 agosto, l’ANF chiede a Giunta e Consiglio regionale di garantire competenze definite, accesso alla valutazione specialistica e continuità delle cure in ogni nuovo modello territoriale.
di Mauro Piria – Medico specialista in Medicina fisica e riabilitativa, Segretario nazionale dell’Associazione Nazionale Fisiatri (ANF)
Cagliari, 10 settembre 2026 – Chi perde la capacità di camminare, vestirsi o tornare alla propria vita quotidiana ha bisogno di un sistema sanitario capace di accompagnarlo lungo tutto il percorso di cura. Per una persona fragile, ogni passaggio lasciato all’incertezza può diventare un ostacolo al recupero. È da questa esigenza che deve partire la riorganizzazione della riabilitazione in Sardegna: dalla sicurezza e dai diritti degli assistiti.
Portare i servizi nei territori, avvicinarli alle famiglie e raggiungere le aree interne sono obiettivi necessari. La qualità di una riforma, però, si misura anche nella completezza delle risposte.
Un servizio vicino a casa deve garantire accesso alle competenze richieste dal bisogno della persona, responsabilità riconoscibili e continuità tra valutazione, trattamento e verifica dei risultati.
Su questo terreno la Regione ha già fornito un chiarimento che merita attenzione. Con la nota n. 24613 del 6 agosto 2026, la Direzione generale della Sanità ha richiamato le aziende del Servizio sanitario regionale al rispetto delle competenze professionali nei percorsi riabilitativi e protesici. Un chiarimento che l’ANF aveva sollecitato per tutelare la corretta presa in carico dei pazienti.
Il documento riguarda gli Ospedali di Comunità e, più in generale, la gestione dei bisogni riabilitativi e protesici. Precisa che il DM 77/2022 definisce modelli organizzativi senza modificare gli ordinamenti professionali né attribuire a una figura competenze riservate a un’altra. È un principio che deve orientare anche le scelte sulla riabilitazione nelle Case di Comunità e nelle cure primarie.
La nota riconosce al fisioterapista autonomia e responsabilità nelle attività proprie del suo profilo: valutazione fisioterapica e funzionale, obiettivi operativi, interventi, verifica degli esiti e contributo tecnico per protesi e ausili. Al tempo stesso, mantiene queste funzioni distinte dalla diagnosi, dalla prognosi riabilitativa, dalla scelta del contesto assistenziale e dagli atti prescrittivi di natura medica.
Il passaggio decisivo riguarda il coinvolgimento del medico specialista competente in riabilitazione, ordinariamente il fisiatra: deve essere assicurato quando occorre formulare o rivedere il Progetto riabilitativo individuale, definire la prognosi funzionale, valutare la complessità clinica e riabilitativa o assumere decisioni diagnostiche e prescrittive. La Regione chiarisce inoltre che l’assenza del fisiatra nella dotazione minima dell’Ospedale di Comunità non ne esclude l’intervento quando il bisogno della persona richiede una valutazione specialistica.
Per il cittadino significa poter contare su una valutazione che consideri la persona nel suo insieme e su un percorso adeguato alle sue condizioni. Il Progetto riabilitativo individuale collega bisogni, obiettivi e interventi: dà una direzione al lavoro dell’équipe e permette di verificarne i risultati. La fisiatria deve quindi essere una componente riconoscibile e concretamente accessibile della rete territoriale.
Anche il DM 741/1994 colloca le attività del fisioterapista, nel proprio ambito di competenza, in riferimento alla diagnosi e alle prescrizioni del medico, riconoscendone l’autonomia terapeutica. La collaborazione funziona quando ciascuna professione può esercitare pienamente le proprie competenze e trovare nel sistema il raccordo necessario con le altre. Confondere le responsabilità indebolisce questa collaborazione e lascia il paziente più esposto.
Per questo chiediamo alla Giunta, al Consiglio regionale e alla Commissione Sanità di valutare ogni proposta organizzativa sulla base di garanzie verificabili. Occorre stabilire come viene valutato il bisogno clinico, quando e con quali tempi si accede al fisiatra, come si definisce e si aggiorna il progetto riabilitativo, come si assicurano i collegamenti con il medico di famiglia e con gli altri servizi, chi interviene se le condizioni cambiano.
La nota regionale indica una strada concreta: modalità formalizzate di accesso alla consulenza fisiatrica, raccordo con la rete riabilitativa e continuità della presa in carico. Queste indicazioni devono tradursi in procedure operative, disponibilità professionali e tempi compatibili con i bisogni degli assistiti. Una consulenza prevista sulla carta, ma difficilmente accessibile, lascerebbe irrisolto il problema.
L’ANF chiede che il confronto sui nuovi modelli coinvolga fin dall’inizio fisiatri, medici di medicina generale, professioni sanitarie della riabilitazione e rappresentanti dei pazienti. Anche le esperienze di altre regioni devono essere esaminate per i risultati documentati, la sicurezza e la coerenza con il quadro normativo. Ogni sperimentazione dovrebbe rendere verificabili accessibilità, appropriatezza ed esiti, prima di essere estesa.
La Sardegna deve rafforzare la propria rete riabilitativa e correggerne le carenze. Sarebbe un grave errore introdurre percorsi frammentati o lasciare indefinita la responsabilità delle decisioni cliniche. Le difficoltà organizzative non possono essere scaricate sugli assistiti, soprattutto su chi vive lontano dai centri maggiori e dispone di minori possibilità di scelta.
Alle istituzioni chiediamo coerenza con il chiarimento già espresso e attenzione alle conseguenze concrete di ogni decisione. Il diritto a una presa in carico completa deve valere in ogni territorio.
Avvicinare le cure deve significare rendere accessibili tutte le competenze necessarie: la distanza dai servizi non può diventare una distanza dai diritti.