venerdì, 4 Settembre 2026

Sindrome di Sotos, Dott. Coviello: “Studiamo il gene NSD1 per aprire la strada a nuove terapie”

La sindrome di Sotos è una rara condizione genetica che può influenzare crescita, sviluppo cognitivo e percorso di vita dei bambini. In questa intervista, il dottor Domenico Coviello, già direttore del Laboratorio di Genetica Umana dell’Istituto Gaslini e oggi presidente del Festival della Scienza di Genova, racconta le caratteristiche della sindrome, il progetto di ricerca “Scacco al Re” sostenuto da ASSI Gulliver e le prospettive più innovative per arrivare, in futuro, a nuove strategie terapeutiche.

Dott. Coviello, partiamo dall’inizio: ci spiega che cos’è la sindrome di Sotos, quali sono le sue principali caratteristiche e come si arriva alla diagnosi?

    La Sindrome di Sotos, è una condizione genetica il cui una delle due copie del gene NSD1, che normalmente è un controllore di molti altri geni, non funziona per un danno alla sua struttura. Una copia sola del gene NSD1 non basta per espletare la sua funzione in modo completo e quindi nello sviluppo del corpo, si verificano diversi incidenti di percorso. Per esempio nelle ossa, le cartilagini di accrescimento non si fermano al momento giusto ma continuano a crescere e questi bimbi hanno una statura superiore a quella della loro età, mani e piedi e testa più grandi, in grado variabile da bimbo a bimbo. La mancanza di una copia del gene crea anche altre situazioni di fragilità a livello di sviluppo cognitivo e psicologico. Sono quindi bambini speciali che hanno bisogno di aiuto nel loro percorso di crescita. 

    Questa condizione è congenita e si riscontra in modo inatteso in genitori non portatori di alterazioni genetiche del gene NSD1. Quando ci sono segni clinici che possano far sospettare presenza della sindrome di Sotos, va fatta l’analisi del DNA per verificare se una delle due copie del gene NSD1 è non funzionante. 

    Lei conosce molto bene “Scacco al Re”, il progetto di ricerca sostenuto da ASSI Gulliver sulla sindrome di Sotos. Ci spiega da dove nasce, su cosa sta lavorando la ricerca e a che punto siamo oggi?

      La ricerca è assimilabile al gioco degli scacchi, in cui per vincere bisogna conoscere le regole, bisogna conoscere l’avversario e capire in che direzione muoversi per dare “Scacco al Re”. Il progetto nasce dall’incontro delle famiglie con i ricercatori dell’Istituto Giannina Gaslini di Genova, quando rispondendo alle domande dei genitori, ho spiegato come far nascere un progetto di laboratorio per capire meglio come funziona il gene NSD1, quali sono i geni che controlla e verificare a che livello poter intervenire per avere una terapia per i piccoli pazienti. Nel 2019 abbiamo intrapreso il percorso di creare delle linee cellulari derivate da un piccolo prelievo di cute per studiarle in laboratorio e abbiamo individuato e pubblicato i dati sui geni che vengono coinvolti nella loro funzione. Abbiamo poi riprogrammato queste cellule in cellule pluripotenti per poterne ottenere linee neuronali su cui sperimentare possibili terapie innovative.

      Guardando al futuro, quali sono oggi le prospettive più interessanti della ricerca sulla sindrome di Sotos e quanto è importante la collaborazione tra ricercatori, centri clinici e associazioni di famiglie?

        Guardando al futuro, oggi abbiamo selezionato due possibili vie per curare questa condizione: una possibilità è quella di poter individuare molecole in grado si stimolare maggiormente la copia del gene sano per permettere di compensare la carenza dovuta alla copia con il difetto genetico; la seconda possibilità è quella di utilizzare un sistema biologico in grado di riparare la copia non funzionante. In ambedue i casi il percorso è complesso e pensiamo che, per capire come correggere la carenza nelle cellule del cervello, dovremo passare attraverso le colture tridimensionali in vitro (in laboratorio) per vedere l’effetto biologico di nuove terapie in un sistema il più possibile simile al cervello umano. Queste strutture tridimensionali si chiamano “organoidi” e siamo in contatto con altri ricercatori sia in Europa che in USA per mettere a punto questo sistema. In questo complesso percorso siamo in stretto contatto e collaborazione con le associazioni di famiglie in Italia, Spagna e USA. 

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