lunedì, 6 Luglio 2026

Procreazione Medicalmente Assistita è cambiata: da tecnica del tentativo a progetto di genitorialità, ma fattore tempo resta decisivo

ESHRE 42nd Annual Meeting – Londra, 5-8 luglio 2026

All’ESHRE 2026, in programma a Londra dal 5 all’8 luglio, la svolta culturale della PMA: i nuovi progressi scientifici aiutano a personalizzare le tecniche di fecondazione assistita, il cui successo non si misura più sul singolo tentativo. Il fattore tempo resta decisivo per entrambi i partner e rende necessario ripensare percorsi di genitorialità sempre più personalizzati.

Londra, 6 luglio 2026 – La Procreazione Medicalmente Assistita (PMA) sta vivendo un profondo cambiamento: da una logica del “tentativo” a una medicina della riproduzione orientata alla realizzazione di un progetto di genitorialità a lungo termine. Il concetto sarà al centro dell’Annual Meeting della European Society of Human Reproduction and Embryology, ESHRE 2026, in programma a Londra dal 5 all’8 luglio, dove i dati dimostrano come prevenzione, personalizzazione delle cure e continuità del percorso siano leve importanti per accompagnare le persone che cercano un figlio, in un contesto segnato dalla denatalità, superando la logica stressante del “dentro o fuori” al primo ciclo: “La personalizzazione del percorso non è più un’aspirazione: è una necessità supportata dai dati. Gli studi presentati a ESHRE indicano come sia sempre più possibile disegnare percorsi costruiti sulla biologia reale di ogni aspirante genitore”, afferma il professor Antonio Pellicer, professore ordinario di Ostetricia e Ginecologia all’Università di Valencia e fondatore di IVI, “Sapere quanti ovociti possono essere necessari per realizzare un progetto di famiglia, conoscere il peso dell’età uterina anche nell’eterologa, ridurre l’abbandono con strategie multiciclo: questa è la direzione verso cui la PMA sta andando e solo così può diventare una risposta concreta alle aspirazioni delle persone e alla situazione di denatalità nel nostro Paese”.

Una nuova alleanza terapeutica basata sui dati, non sui dogmi

Uno degli esempi più importanti di questo cambio di paradigma è un imponente studio multicentrico guidato da ricercatori di IVIRMA Global Research dal titolo: Association between endometrial pattern and reproductive outcomes in donor oocyte cycles: a multicentric retrospective analysis on 14,039 single embryo transfers, che dimostra come, nei cicli con ovociti donati e spessore endometriale adeguato, l’assenza di un pattern endometriale trilaminare non comprometta il tasso di nascita e non dovrebbe, da sola, giustificare la cancellazione del trasferimento embrionale. In questo campo, infatti, l’aspetto dell’endometrio cosiddetto “trilaminare” all’ecografia è sempre stato considerato dai medici un indicatore importante della recettività endometriale: ideale per poter accogliere un embrione, tanto da spingere spesso a cancellare il trasferimento embrionale se il pattern non appariva adeguato. Lo studio del ricercatore Pietro Molinaro, che ha analizzato 14.039 trasferimenti di singoli embrioni da ovociti donati tra il 2020 e il 2025, invita però a superare questa convinzione. Questo vuol dire poter guidare la coppia all’interno di una strategia sicura e misurabile, con l’obiettivo finale di aumentare le probabilità di nascita.

Il fattore tempo: l’impatto dell’età uterina

Sul piano biologico, la ricerca dal titolo Advanced maternal age independently affects live birth and increases miscarriage risk in donor oocyte cycles evidenzia un limite biologico chiaro: anche ricorrendo all’eterologa con ovociti donati da donne giovani, i tassi di successo si riducono in modo significativo oltre i 49 anni, in relazione ai cambiamenti legati all’età dell’utero e dell’endometrio. Il dato conferma quindi l’importanza di considerare il tempo biologico anche nei percorsi di ovodonazione. Lo studio presentato dalla ricercatrice Beatrice Crestani di IVIRMA Global Research Alliance e IVI Roma e condotto su 2.760 trasferimenti embrionali, chiarisce che l’invecchiamento dell’utero e dell’endometrio esercita un impatto indipendente sui tassi di successo. Nelle riceventi di età uguale o superiore a 49 anni, infatti, i tassi di nascita per singolo trasferimento risultano pari al 31,7%, rispetto al 46,2% registrato nelle pazienti tra i 35 e i 40 anni. Considerando però l’intero percorso di trasferimenti disponibili, il tasso cumulativo di nascite rimane del 60% anche nelle pazienti di età più avanzata, a fronte dell’80% nelle donne tra i 35 e i 40 anni. Parallelamente, il rischio di aborto spontaneo risulta più che raddoppiato, probabilmente in relazione ad alterazioni della ricettività endometriale.

“L’età della donna rimane un fattore di cui tenere conto per una corretta valutazione e un adeguato counseling anche nei percorsi di donazione”, spiega Mauro Cozzolino, Direttore Clinico IVI Bologna. “Si stima che ogni anno centinaia di coppie richiedano una donazione di spermatozoi, mentre sono migliaia quelle che ricorrono alla donazione di ovociti. Questa differenza è riconducibile alla diversa biologia della gametogenesi femminile e maschile. Tuttavia, proprio perché la fertilità femminile è maggiormente condizionata dal fattore tempo, la medicina riproduttiva deve guardare oggi alla coppia in modo integrato e creare percorsi personalizzati grazie ai progressi e all’innovazione ottenuti”.

Fertilità maschile, dopo i 45 anni aumentano le varianti genetiche nel Dna spermatico

Dopo i 45 anni, anche l’età paterna può lasciare una traccia misurabile nel DNA spermatico. È quanto emerge da uno studio pilota prospettico, che ha osservato negli uomini over 45 un aumento del 31% delle varianti somatiche sperm-specifiche rispetto agli under 30. La ricerca, dal titolo “Increased sperm-specific somatic mutations in advanced paternal age: implications for preconception genetic screening”, ha confrontato il DNA del sangue e quello degli spermatozoi degli stessi partecipanti, mostrando che alcune alterazioni del DNA possono essere presenti esclusivamente nei gameti maschili. Il risultato non indica un aumento diretto del rischio per la salute dei figli, ma apre una riflessione importante: i test genetici preconcezionali sono generalmente eseguiti su campioni di sangue e, se alcune varianti sono presenti solo negli spermatozoi, potrebbero non emergere da un test ematico. Secondo gli autori, saranno necessari ulteriori studi per chiarire il significato clinico delle varianti osservate e la loro eventuale rilevanza per la salute dei figli.

Lo studio è coordinato da Laura Mossetti, embriologa di IVI Roma e ricercatrice della Fondazione IVI, e nasce da una collaborazione tra IVI Roma, IVI Bilbao, IVI Valencia, la Fondazione IVI e partner di ricerca spagnoli: “Il nostro studio mostra che il DNA degli spermatozoi può contenere varianti non rilevabili nel sangue e che il numero di queste varianti somatiche aumenta con l’età paterna”, precisa Mossetti. “È un risultato preliminare, ma importante, perché suggerisce che la valutazione genetica preconcezionale potrebbe in futuro dover considerare con maggiore attenzione anche il contributo maschile”.

“Dobbiamo superare l’idea che la fertilità sia una “responsabilità” quasi esclusivamente femminile”, spiega Rossella Mazzilli, specialista in Endocrinologia e Malattie del Metabolismo, Andrologia e Diabetologia dei centri IVI e Genera. “Nell’uomo, la produzione degli spermatozoi continua per tutta la vita: questo significa che le cellule coinvolte nella spermatogenesi vanno incontro a continue divisioni cellulari e, con l’avanzare dell’età, può aumentare la probabilità di errori nella replicazione del DNA. Il messaggio non è creare allarmismo”, aggiunge Mazzilli. “Dopo i 45 anni non si smette di essere potenzialmente fertili. Ma la medicina della riproduzione deve guardare alla coppia in modo integrato, considerando la salute metabolica, ormonale e seminale, ma anche l’età paterna, specialmente tenendo conto di ciò a cui si è esposti negli anni, cercando di sensibilizzare a un corretto stile di vita e riducendo l’esposizione a potenziali fattori di rischio ambientali”.

IVI

IVI nasce nel 1990 come la prima istituzione medica in Spagna totalmente specializzata in Procreazione Medicalmente Assistita, grazie al lavoro pioneristico svolto dal Professor José Remohí e il Professor Antonio Pellicer che hanno contribuito in modo significativo alla ricerca e allo sviluppo della medicina riproduttiva a livello mondiale. Dalla sua fondazione, IVI ha aiutato a far nascere più di 250.000 bambini grazie all’utilizzo delle più avanzate tecnologie di Fecondazione Assistita. Questo è stato possibile grazie al lavoro di un’equipe multidisciplinare integrata, composta da più di 2.500 professionisti altamente specializzati in Ginecologia, Ostetricia, Genetica, Biologia, Andrologia, Chirurgia, Medicina Materno-Fetale, Anestesia, etc. Fin dalla sua fondazione, la mission è stata quella di offrire soluzioni di altissima qualità per le coppie che affrontano problemi di fertilità. Dalla prima clinica a Valencia, IVI ha continuato a crescere e svilupparsi ampliando la sua presenza in tutto il mondo, aprendo sedi in Italia – attualmente presente a Roma, Bologna, Milano e Bari – Portogallo, Argentina, Cile, Panama, Brasile e Messico, India, Abu-Dhabi, tra gli altri. All’inizio del 2017, IVI si è fusa con RMA, fondata nel 1999 dal Dottor Paul Bergh, Dottor Richard Scott e il Dottor Michael Drews negli Stati Uniti, diventando uno dei gruppi leader mondiali nel campo della medicina riproduttiva. I valori comuni come l’innovazione riconosciuta a livello internazionale, l’attenzione personalizzata al paziente e i migliori tassi di successo in campo clinico, hanno contribuito a rendere IVI una delle reti di cliniche per la fertilità più grandi e rispettate al mondo. Per maggiori informazioni: www.ivitalia.it

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