lunedì, 15 Giugno 2026

RILANCIO SANITÀ TERRITORIALE. NURSING UP: “NODO DELL’INFERMIERE DI FAMIGLIA E COMUNITÀ NON È PIÙ RINVIABILE”

RILANCIO SANITÀ TERRITORIALE. NURSING UP: «IL NODO DELL’INFERMIERE DI FAMIGLIA E COMUNITÀ NON È PIÙ RINVIABILE. MANCA UNA STRUTTURA CONTRATTUALE SOLIDA AL PASSO CON I PIU’ AVANZATI MODELLI EUROPEI»

De Palma: «L’Europa investe da anni sul rilancio della sanità di prossimità e su figure infermieristiche specializzate nella gestione delle cronicità. L’Italia arriva all’appuntamento con il PNRR senza aver ancora completato il percorso di riconoscimento professionale e contrattuale della figura che il DM 77 individua come riferimento dell’assistenza territoriale»

ROMA, 15 GIUGNO 2026 – E’ come avere costruito la piscina più bella e grande sul mercato, ma lasciarla vuota, priva di acqua, inutilizzata. L’esempio è calzante.

Mentre si avvicina il traguardo fissato dal PNRR per lo sviluppo della rete territoriale e delle Case della Comunità (30 giugno 2026) e il confronto per il rinnovo del CCNL Comparto Sanità 2025-2027 è giunto alla quarta riunione presso l’ARAN, il sindacato Nursing Up richiama l’attenzione su una questione che rischia di diventare uno dei principali punti irrisolti della riforma sanitaria territoriale: il ruolo, l’inquadramento e la valorizzazione dell’Infermiere di Famiglia e Comunità (IFeC).

FIGURA CHIAVE DELLA SANITÀ TERRITORIALE MA SOLO SULLA CARTA. IL PERICOLO GIOCO DELLE PAROLE NON SEGUITO DAI FATTI

Negli ultimi mesi il dibattito pubblico si è concentrato prevalentemente sulle strutture, sui cronoprogrammi del PNRR, sull’organizzazione delle Case della Comunità e sul rafforzamento dell’assistenza territoriale. Molto meno spazio è stato invece dedicato alla figura professionale che il DM 77/2022 individua come riferimento dell’assistenza di prossimità e della presa in carico continuativa dei cittadini.

L’IFeC non rappresenta semplicemente un infermiere assegnato a servizi territoriali o domiciliari. Si tratta di un professionista chiamato a svolgere funzioni strategiche nella gestione della cronicità, nel monitoraggio dei pazienti fragili, nella prevenzione, nell’educazione sanitaria, nella continuità assistenziale e nel raccordo tra cittadini, famiglie, servizi territoriali e strutture sanitarie.

Il DM 77 prevede inoltre uno standard di almeno un Infermiere di Famiglia e Comunità ogni 3.000 abitanti, pari a un fabbisogno base di circa 20.000 professionisti sul territorio nazionale. Un dato che rende ancora più urgente chiarire ruolo, competenze e collocazione di una figura destinata a diventare uno dei principali pilastri della nuova assistenza territoriale.

«Se le Case della Comunità rappresentano la porta di accesso del nuovo modello territoriale – afferma Antonio De Palma – l’Infermiere di Famiglia e Comunità è destinato a diventarne uno dei principali punti di riferimento operativi».

UN PAESE SEMPRE PIÙ ANZIANO E SEMPRE PIÙ CRONICO

La centralità dell’IFeC è legata all’evoluzione stessa dei bisogni assistenziali del Paese.

Oggi oltre 12,8 milioni di italiani convivono con forme di multicronicità, mentre più di 7 milioni di persone presentano contemporaneamente multimorbilità e limitazioni funzionali. Numeri destinati ad aumentare in una popolazione che invecchia progressivamente e che richiede modelli di assistenza sempre più orientati alla prossimità, alla domiciliarità e alla presa in carico continuativa.

È proprio per rispondere a questa trasformazione che l’Europa continua a chiedere agli Stati membri di investire sulla sanità territoriale, sulla gestione delle patologie croniche e sull’assistenza di prossimità.

L’EUROPA ACCELERA, L’ITALIA È ANCORA FERMA SUL NODO CONTRATTUALE

Le più recenti raccomandazioni formulate dalla Commissione Europea nell’ambito del Semestre Europeo 2026 (Rapporto Italia) richiamano ancora una volta la necessità di rafforzare l’assistenza territoriale, migliorare l’accesso alle cure e sviluppare modelli organizzativi più vicini ai cittadini.

In molti Paesi europei questo percorso è stato accompagnato dalla valorizzazione di figure infermieristiche specializzate.

In Spagna l’infermieristica familiare e di comunità è riconosciuta come specialità professionale. In Finlandia gli infermieri di comunità rappresentano una componente strutturale dell’assistenza territoriale. Nel Regno Unito le figure dedicate alle cure di prossimità e alla gestione dei pazienti cronici costituiscono da anni un pilastro consolidato del sistema sanitario.

Non è un caso che la stessa figura dell’Infermiere di Famiglia e Comunità trovi le proprie radici nei modelli di Family Health Nurse promossi dall’OMS Europa e sviluppati a partire dalle esperienze britanniche. 

Mentre altri Paesi hanno consolidato e fatto evolvere queste professionalità, l’Italia continua ancora oggi a confrontarsi con interrogativi che riguardano identità professionale, collocazione contrattuale e valorizzazione delle competenze.

«Mentre molti Paesi europei hanno costruito la sanità territoriale partendo dalla valorizzazione di figure infermieristiche specializzate – sottolinea De Palma – in Italia continuiamo a discutere di modelli organizzativi senza aver ancora risolto il nodo della piena valorizzazione della figura che dovrebbe rappresentare uno dei cardini della riforma».

Non va inoltre dimenticato che la cornice normativa da cui prende avvio il percorso dell’Infermiere di Famiglia e Comunità nasce nel 2020, durante la fase emergenziale della pandemia (Decreto Legge n. 34 del 2020). Oggi però non si parla più di una risposta straordinaria, ma di una delle figure chiamate a sostenere in modo strutturale il nuovo modello di assistenza territoriale previsto dal PNRR e dal DM 77.

RESPONSABILITÀ CRESCENTI, RICONOSCIMENTO CONTRATTUALE ANCORA INCOMPLETO

Secondo Nursing Up, il vero paradosso della riforma territoriale riguarda la distanza esistente tra le responsabilità attribuite all’IFeC e il suo mancato riconoscimento professionale e contrattuale.

Il paradosso è che perfino la denominazione della figura continua a presentare elementi di ambiguità. Gli atti ufficiali parlano infatti di IFoC, mentre molte aziende sanitarie utilizzano la definizione IFeC, segnale di una figura che, pur essendo centrale nella programmazione territoriale, non ha ancora trovato una definizione pienamente uniforme all’interno del Servizio sanitario nazionale.

Le stesse linee di indirizzo dell’Agenas hanno chiarito con precisione cosa fa e dove opera questa figura, ma non hanno risolto definitivamente il tema del suo riconoscimento professionale. In altre parole, sono state definite funzioni e responsabilità, ma non ancora una cornice contrattuale pienamente coerente con il ruolo assegnato.

Da una parte il DM 77 assegna a questa figura un ruolo centrale nell’organizzazione della sanità territoriale, individuandola come riferimento dell’assistenza di prossimità e fissando standard organizzativi specifici. Dall’altra restano ancora aperte numerose questioni legate all’identità professionale della figura, ai percorsi di carriera, alle competenze avanzate e alla valorizzazione economica.

«Il rischio – prosegue De Palma – è quello di attribuire a questi professionisti responsabilità sempre più specialistiche nella gestione della cronicità, della fragilità e della continuità assistenziale continuando però a considerarli, sotto il profilo dell’inquadramento, come “infermieri generalisti”».

Per Nursing Up questa situazione rischia inoltre di produrre interpretazioni differenti da Regione a Regione e perfino da azienda ad azienda. Una figura strategica nazionale non può essere lasciata a letture organizzative diverse sul territorio proprio mentre il Paese investe risorse senza precedenti per rafforzare la sanità di prossimità.

DALLA FUGA DEGLI INFERMIERI ALLE NUOVE FIGURE DI SUPPORTO

Per il sindacato la questione assume un significato ancora più importante in una fase caratterizzata dalla crescente difficoltà di reperire personale infermieristico, dalla fuga di professionisti verso sistemi sanitari più attrattivi e dal dibattito sull’introduzione di nuove figure di supporto.

«Mentre si continua a discutere di figure intermedie, di reclutamento dall’estero e di soluzioni emergenziali per colmare le carenze – vedi il reclutamento di infermieri stranieri o la creazione di figure ibride come l’assistente infermiere – il rischio è perdere di vista la necessità di valorizzare pienamente le competenze avanzate degli infermieri italiani. Non possiamo lamentare la fuga dei professionisti e contemporaneamente rinviare il riconoscimento delle figure che dovrebbero rappresentare il futuro della sanità territoriale», evidenzia De Palma.

IL TEMA IMMINENTE DA PORTARE SUL TAVOLO DEL CCNL

Per Nursing Up il tema dell’Infermiere di Famiglia e Comunità deve ora trovare spazio nel confronto per il rinnovo del CCNL Comparto Sanità 2025-2027, giunto alla quarta riunione negoziale presso l’ARAN.

La figura dell’Infermiere di Famiglia e Comunità non è mai stata espressamente disciplinata negli ultimi rinnovi contrattuali. Di fatto questi professionisti vengono oggi inquadrati come infermieri generalisti e la loro specificità può essere riconosciuta soltanto attraverso il sistema degli incarichi.

«Non è possibile, afferma De Palma, proporre nuove Lauree Magistrali con specializzazione clinica, e poi pensare di gettare tutti nello stesso calderone e non costruire, ad esempio per queste nascenti figure, come quella relativa a  “Cure primarie e Infermieristica di famiglia e comunità”, un inserimento contrattuale immediato nell’area della dirigenza. Si tratterebbe di un equivoco pericolosissimo.

Così come occorre un inquadramento specifico e l’inserimento nell’area di elevata qualificazione per i professionisti con laurea di primo livello (e titoli equipollenti) e master che svolgeranno funzioni di infermiere di famiglia, e non certo prevedere una paradossale collocazione come infermiere generalista a incarico.

Se il sistema sanitario individua nell’infermiere di famiglia uno dei pilastri della presa in carico territoriale – conclude De Palma – allora è arrivato il momento di affrontare concretamente il tema del suo riconoscimento professionale, contrattuale ed economico, anche perché il rilancio della sanità territoriale non può attendere. Le Case della Comunità non si misureranno soltanto dal numero delle strutture attivate, ma dalla capacità di garantire una presa in carico reale, continuativa ed efficace dei cittadini più fragili e dei milioni di pazienti cronici che rappresentano ormai una delle principali sfide della sanità italiana».

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