Il report “Innovation Starting-point” della Fondazione Mesit: per oltre 8 italiani su 10 l’innovazione ha reso le cure più efficaci, ma quasi la metà dice no all’intelligenza artificiale nelle decisioni cliniche
Roma, 6 ottobre 2026 – All’Health Innovation Show 2026, IV edizione, promosso dalla Fondazione Mesit (Medicina Sociale ed Innovazione Tecnologica), in collaborazione con ALTEMS (Università Cattolica del Sacro Cuore), CEIS-EEHTA (Università degli Studi di Roma Tor Vergata) e il Centro di Ricerca Interdipartimentale “Innovazione & Salute” (Università Roma Tre) è stato presentato il report “Innovation Starting-point: Prospettive passate e future in Sanità”, che quest’anno dà voce ai cittadini: due italiani su tre (65,2%) ritengono probabile o ‘abbastanza probabile’ che l’innovazione sanitaria aumenti le differenze nell’accesso alle cure, e il 63,2% teme che renda più impersonale il rapporto con medici e infermieri. Non è sfiducia nel progresso: oltre 8 su 10 riconoscono che l’innovazione ha reso le cure più efficaci e le diagnosi più precoci. Ma chi pensa che abbia aiutato poco o per niente a curarsi quando serve è il 38,4%, più del doppio di chi lo pensa per l’efficacia delle cure (16,6%).
L’indagine, realizzata dalla Fondazione Mesit con le università partner su un campione di 1.411 maggiorenni residenti in Italia (dati ponderati), adotta per la prima volta la prospettiva dei cittadini: l’innovazione come fenomeno sociale, che produce salute solo se le persone riescono a conoscerla, fidarsene e raggiungerla.
I numeri chiave
- Il timore delle disuguaglianze. Il 65,2% ritiene almeno abbastanza probabile che l’innovazione aumenti le differenze nell’accesso alle cure, il 63,2% che renda più impersonale il rapporto con il personale sanitario e il 55,4% che crei nuove difficoltà di accesso. Allo stesso tempo, il 55,5% pensa che possa migliorare molto o moltissimo la qualità delle cure.
- Efficacia sì, accesso meno. L’83,4% ritiene che l’innovazione abbia migliorato almeno abbastanza l’efficacia delle cure e l’82,9% la diagnosi precoce delle malattie. Sull’accesso, invece, il 38,4% pensa che abbia contribuito poco o per niente: è la valutazione meno favorevole dell’intera indagine.
- Telemedicina promossa, IA clinica frenata. Il 79,2% accetterebbe dispositivi per monitorare a distanza i parametri di salute, il 76,5% strumenti per seguire a distanza una terapia, il 67,1% la televisita. Ma il 48,6% è poco o per niente disposto ad accettare l’IA a supporto della diagnosi e il 48,4% nella scelta del trattamento; le disponibilità elevate si fermano al 18,5% e al 17,7%.
- Fiducia nei professionisti più che nel sistema. Su una scala da 0 a 10, gli scienziati e i ricercatori ottengono 7,25, i medici 7,01, infermieri e professionisti sanitari 6,91. Seguono gli ospedali pubblici (6,48), le strutture private (6,27) e il Servizio Sanitario Nazionale nel suo complesso (6,07).
- Oncologia: progressi riconosciuti, innovazioni poco conosciute. I tumori sono il primo ambito in cui si percepiscono progressi (47,8%), seguiti dalle malattie cardiovascolari (35,4%) e dai vaccini (30,8%). L’85,3% valuta positivamente il contributo dell’innovazione alla diagnosi dei tumori. Eppure il 39,1% non ha mai sentito parlare di intelligenza artificiale in oncologia e solo il 37,5% dichiara almeno una conoscenza indicativa della medicina di precisione.
Un gradiente sociale. La percezione dei benefici cambia con età, istruzione e condizione economica. Il profilo alto scende dal 63,1% tra i 18-34enni al 50,5% tra gli over 65 e sale dal 49,1% tra chi ha un titolo di studio basso al 59,4% tra i laureati. Pesa soprattutto la pressione economica: il profilo alto riguarda il 60,4% di chi affronta le spese con facilità, contro il 51,0% di chi fatica ad arrivare a fine mese. Sul piano territoriale, al Sud e nelle Isole solo il 31,9% esprime basse preoccupazioni sugli effetti dell’innovazione, contro il 45,1% del Centro.
Dal report emergono cinque indicazioni per le politiche sanitarie: portare l’innovazione sul terreno dell’accesso, valorizzare la fiducia estendendola al SSN, introdurre l’IA con il medico al centro, colmare il divario di conoscenza in oncologia e prevenire nuove disuguaglianze.
“I cittadini ci consegnano un messaggio molto chiaro: l’innovazione funziona, ma non arriva ancora a tutti allo stesso modo. Più di otto italiani su dieci riconoscono che ha reso le cure più efficaci, ma solo uno su quattro la percepisce come una leva per accedere alle cure quando ne ha bisogno. È su questo terreno che si gioca la credibilità del cambiamento. La pubblicazione dei nuovi LEA rende questo tema ancora più attuale. Il nostro report mostra che anziani, persone con minori strumenti culturali, famiglie in difficoltà economica e cittadini del Mezzogiorno colgono meno le opportunità dell’innovazione: le politiche devono raggiungere per prime proprio loro. Anche sull’intelligenza artificiale il segnale è netto. Gli italiani si fidano di medici e ricercatori, non di algoritmi lasciati soli: l’IA va introdotta con il medico al centro, con trasparenza e regole chiare sull’uso dei dati. Innovare, oggi, significa anche prevenire nuove disuguaglianze”. Lo afferma Marco Trabucco Aurilio, Presidente della Fondazione Mesit.