AMSI-CO-MAI-UXU: Emergenza immigrazione Ceuta: 80mila ingressi, 141 morti e 5.800 migranti assistiti. «La crisi migratoria è ormai una drammatica sfida sanitaria europea»
Aodi: «Muri e repressione non governano i flussi. Servono sanità di frontiera, cooperazione e aiuti mirati nei Paesi d’origine e un Piano Marshall europeo per la salute globale»
ROMA, 17 agosto 2026 – La crisi migratoria esplosa a Ceuta alla fine di luglio continua a produrre conseguenze umanitarie, sociali e sanitarie di drammatica portata. Sono circa 80mila le persone entrate nell’enclave spagnola durante l’ondata di fine luglio. Ad oggi, secondo fonti internazionali, si contano ben 141 persone che hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere Ceuta.
A distanza di oltre due settimane l’emergenza non è terminata. Circa 8mila migranti risultano ancora presenti a Ceuta, molti dei quali vivono in sistemazioni precarie, mentre resta particolarmente delicata la condizione dei minori stranieri non accompagnati e delle persone più vulnerabili. Il 15 agosto le forze di sicurezza marocchine hanno inoltre intercettato nuovi gruppi diretti verso il confine, confermando il permanere della pressione lungo la frontiera tra Marocco e territorio spagnolo.
È soprattutto il versante sanitario a destare crescente preoccupazione. Nelle ultime due settimane i servizi sanitari di Ceuta hanno assistito circa 5.800 migranti, mentre gli accessi alle urgenze sono aumentati del 50%. Sono stati segnalati casi di gastroenterite, tubercolosi, scabbia, colpi di calore, ferite e conseguenze di aggressioni. Le autorità sanitarie spagnole parlano di un sistema fortemente sotto pressione, pur escludendo al momento un collasso formale dell’ospedale.
La pressione non riguarda quindi soltanto l’accoglienza, ma investe direttamente l’organizzazione dell’assistenza sanitaria e territoriale. È la combinazione tra l’arrivo concentrato in pochissimo tempo di decine di migliaia di persone, la permanenza sul territorio di migliaia di migranti in condizioni precarie e l’improvviso aumento della domanda di cure a trasformare l’emergenza migratoria e umanitaria anche in una rilevante emergenza sanitaria e organizzativa per i servizi di frontiera.
Particolarmente critica resta la situazione dei minori stranieri non accompagnati. Secondo l’ultimo bilancio disponibile, sono ben 1.898 i bambini e gli adolescenti identificati nel sistema di protezione, mentre resta ancora da definire con precisione il numero di quelli che vivono fuori dalle strutture. Una condizione che accresce la necessità di garantire identificazione, assistenza sanitaria, protezione e sostegno psicologico ai soggetti più vulnerabili.
Di fronte a uno scenario che investe ormai direttamente la salute pubblica, l’assistenza alle persone vulnerabili, in particolare donne e minori, e la capacità dei sistemi sanitari di frontiera, AMSI (Associazione Medici di Origine Straniera in Italia, denominata anche Unione Professionisti della Sanità Internazionali), CO-MAI (Comunità del Mondo Arabo in Italia), UMEM (Unione Medica Euromediterranea), AISCNEWS (Agenzia Mondiale di Informazione Senza Confini) e il Movimento Internazionale Transculturale UNITI PER UNIRE analizzano l’evoluzione della crisi e richiamano Italia ed Europa alla necessità di superare una gestione esclusivamente emergenziale dei flussi migratori.
Sul delicato argomento interviene il Prof. Foad Aodi, medico-fisiatra, giornalista e divulgatore scientifico internazionale, esperto in salute globale, membro del Registro Esperti FNOMCeO e docente dell’Università di Tor Vergata, che richiama l’attenzione sulle conseguenze sanitarie e psicologiche dei viaggi e sulle condizioni nelle quali migliaia di persone arrivano alle frontiere europee.
AODI: «L’EMERGENZA SANITARIA NASCE DURANTE IL VIAGGIO»
«Ceuta rappresenta oggi un campanello d’allarme per tutta l’Europa. Non possiamo continuare a discutere di immigrazione soltanto in termini di confini, respingimenti e sicurezza. Quando decine di migliaia di persone si concentrano in pochissimo tempo in un territorio con capacità sanitarie e assistenziali limitate, la questione diventa inevitabilmente anche sanitaria, sociale e umanitaria», dichiara Aodi.
«Occorre inoltre chiarire un punto fondamentale: non bisogna commettere l’errore di associare automaticamente immigrazione e malattie. Moltissimi migranti partono in condizioni di salute complessivamente buone e sviluppano problemi durante il viaggio o nei Paesi di transito, dopo settimane o mesi trascorsi in condizioni estreme, senza acqua sufficiente, assistenza medica, igiene e alimentazione adeguate, spesso dopo avere subito violenze, torture e abusi».
UNA VERA E PROPRIA EMERGENZA SANITARIA LEGATA ALL’EMERGENZA IMMIGRAZIONE
Secondo Aodi, «nei punti di arrivo dobbiamo essere preparati soprattutto ad affrontare quella che oggi rappresenta un’emergenza sanitaria a dir poco drammatica, caratterizzata da disidratazione, ferite e traumi fisici, patologie dermatologiche e gastrointestinali e un grave problema di salute mentale. Ansia, depressione, disturbi post-traumatici e conseguenze psicologiche legate sia ai traumi vissuti durante il viaggio sia alle precarie condizioni di chi si ritrova in centri di accoglienza sovraffollati, o addirittura senza una sistemazione adeguata, possono assumere una particolare gravità soprattutto tra donne e minori».
Per questo, prosegue, «servono oggi più che mai équipe multidisciplinari di frontiera composte da medici, infermieri, psicologi, professionisti dell’emergenza e mediatori linguistico-culturali, capaci di effettuare rapidamente triage, screening, profilassi e presa in carico delle persone vulnerabili. La mediazione transculturale non è un elemento accessorio: in queste situazioni è parte integrante dell’assistenza sanitaria».
«Una particolare attenzione deve essere riservata ai minori stranieri non accompagnati», sottolinea Aodi. «Non basta trovare loro un posto dove dormire. Occorre una presa in carico sanitaria e socio-assistenziale completa, con una valutazione delle condizioni fisiche e nutrizionali e, soprattutto, dello stato psicologico. Parliamo di bambini e adolescenti che possono avere affrontato violenze, separazioni familiari, viaggi estremi e situazioni traumatiche: lasciarli senza un’assistenza adeguata significa aumentare ulteriormente la loro vulnerabilità».
«NON BASTANO MURI E CONTROLLI: BISOGNA INTERVENIRE CON AIUTI CONCRETI NEI PAESI D’ORIGINE»
«Pensare di governare fenomeni di queste dimensioni esclusivamente innalzando barriere o aumentando la repressione alle frontiere significa intervenire soltanto sull’ultimo anello della catena», sottolinea Aodi. «I flussi migratori devono essere programmati e governati, combattendo l’immigrazione irregolare e il traffico di esseri umani, ma contemporaneamente creando percorsi regolari e investendo seriamente nei Paesi dai quali le persone partono. Occorre sostenerli nei loro paesi di origine, lo chiediamo da anni a gran voce».
«Da anni sosteniamo che servano accordi bilaterali trasparenti ed etici con i Paesi del Nord Africa, dell’Africa subsahariana e del Medio Oriente, fondati sul rispetto dei diritti umani e accompagnati da investimenti nella sanità, nella formazione, nell’occupazione e nella prevenzione. Senza questa strategia continueremo a intervenire soltanto quando l’emergenza è già arrivata sulle coste europee».
L’ESPERIENZA AMSI DAL 2000: INTEGRAZIONE, SALUTE E IMMIGRAZIONE PROGRAMMATA
«Portiamo avanti dal 2000 la nostra esperienza sul campo, anche attraverso l’Ambulatorio AMSI per stranieri, che ci ha consentito di osservare direttamente come i migranti non siano portatori di malattie, ma possano sviluppare problemi di salute dopo l’arrivo in Europa, quando le condizioni del viaggio, la precarietà, lo stress e le difficoltà abitative e sociali possono incidere anche sulle difese immunitarie», sottolinea Aodi. «Per questo riteniamo necessario rilanciare l’esperienza degli ambulatori dedicati agli stranieri, rafforzando la medicina transculturale e la mediazione linguistico-culturale per superare le barriere linguistiche, culturali ed etniche nell’accesso alle cure».
«C’è poi un’altra questione che l’Europa e l’Occidente non possono più ignorare: nei prossimi anni avremo un crescente fabbisogno di manodopera e di professionisti di origine straniera in numerosi settori, dalla sanità all’agricoltura. Siamo già in ritardo. Occorrono politiche di integrazione, immigrazione programmata e ingressi regolari costruiti anche sulla base delle reali necessità del mercato del lavoro. Senza una programmazione avviata oggi sarà sempre più difficile garantire nei prossimi anni inclusione, integrazione e copertura del fabbisogno occupazionale».
Aodi richiama in questo quadro anche le proposte del Manifesto politico internazionale e interculturale “Unione per l’Italia”, che lega immigrazione programmata, integrazione e valorizzazione delle competenze. «Dobbiamo costruire percorsi che consentano a chi arriva regolarmente di diventare parte attiva della società e del mondo del lavoro. Per i professionisti di origine straniera chiediamo procedure più rapide per il riconoscimento e l’equipollenza dei titoli di studio conseguiti all’estero, il superamento degli ostacoli legati alla cittadinanza nell’accesso stabile al lavoro pubblico e tutele concrete contro il precariato. Non possiamo cercare medici, infermieri e altri professionisti internazionali soltanto quando mancano lavoratori e poi dimenticare integrazione, diritti e valorizzazione del merito. Lo stesso principio deve accompagnare una politica migratoria programmata che sappia coniugare le esigenze del mercato del lavoro con percorsi reali di inclusione sociale».
UN PIANO MARSHALL EUROPEO PER LA SALUTE GLOBALE
La rete associativa e i movimenti chiedono quindi alle istituzioni italiane ed europee di avviare un Tavolo permanente sulla Sanità Transculturale e di Frontiera, coinvolgendo professionisti sanitari, istituzioni, esperti di salute globale, mediatori culturali e rappresentanti delle comunità.
«L’Europa deve promuovere un vero Piano Marshall per la salute globale», conclude Aodi. «Occorre finanziare ospedali, ambulatori, programmi vaccinali, medicina territoriale e formazione dei professionisti nei Paesi d’origine e di transito, oltre a predisporre protocolli sanitari comuni nei punti di ingresso europei. Prevenire una crisi sanitaria prima che raggiunga le nostre frontiere costa meno, salva più vite ed è molto più efficace che rincorrere continuamente le emergenze».
«Chiediamo da anni una strategia europea comune per i minori stranieri non accompagnati, per le donne e per tutte le persone vulnerabili. Non possono essere lasciati per giorni o settimane in condizioni precarie. Sicurezza e solidarietà non sono concetti contrapposti: una gestione ordinata, programmata e sanitaria dei flussi tutela contemporaneamente i migranti, i cittadini europei e gli stessi sistemi sanitari nazionali».