Enna, 8 agosto 2026 – È l’ASP di Enna a muovere i primi passi nell’ambito del progetto regionale per la raccolta e l’utilizzo del sangue cordonale. Capofila di uno studio multicentrico che coinvolge 15 Unità di Terapia Intensiva Neonatale.
Il Progetto parte dall’ASP di Agrigento dove si trova, unica per il territorio siciliano, la “Banca del Sangue Cordonale di Sciacca” diretta da Pasquale Gallerano e dove opera Giusy Tancredi responsabile dello studio multicentrico per tutta la regione. Mentre L’Umberto I di Enna è il primo presidio in Sicilia a raccogliere ed utilizzare il prezioso sangue avviando concretamente il progetto.
Ad Enna è già operativo un centro di raccolta dedicato al cordone ombelicale, collocato all’interno del reparto di Ginecologia diretto dal professor Elio Pecorino, dove il sangue e i cordoni verranno prelevati e inviati tramite apposite navette presso la “Banca del Sangue Cordonale di Sciacca”, che è centro di riferimento per la lavorazione delle sacche. Qui il sangue viene processato e reso disponibile per tutte le UTIN coinvolte nel progetto. Le unità pronte all’uso torneranno poi al centro trasfusionale di Enna, diretto dal dottor Francesco Spedale, per essere impiegate al bisogno dall’Unità di Terapia Intensiva Neonatale, guidata dalla dottoressa Sabrina Morreale per migliorare la qualità della vita e prevenire malattie importanti nei prematuri.
Il sangue cordonale, ricco di cellule staminali, rappresenta da anni una risorsa preziosissima per la medicina trasfusionale e rigenerativa. Contiene le cellule staminali nella loro forma più giovane, capaci di auto-rinnovarsi e di differenziarsi in diversi tipi cellulari, per questo viene già utilizzato nel trattamento di patologie oncoematologiche, immunologiche, genetiche e metaboliche, spesso in sostituzione del trapianto di midollo osseo classico, con il vantaggio di ridurre il rischio di rigetto e di poter essere impiegato anche in condizioni di compatibilità non perfetta.
Ma il progetto che parte a Enna guarda soprattutto a un utilizzo più specifico e pratico, quello dell’utilizzo per i neonati pretermine. Il sangue cordonale, infatti, contiene emoglobina fetale, che ha un’affinità per l’ossigeno molto più alta rispetto all’emoglobina adulta, mentre quest’ultima rilascia l’ossigeno ai tessuti in modo più brusco, con possibili effetti tossici su organi ancora immaturi come la retina o i polmoni, l’emoglobina fetale garantisce una cessione più graduale, riducendo i rischi. È proprio questo meccanismo a rendere le trasfusioni da sangue cordonale una strategia promettente per prevenire due delle complicanze più temute della prematurità, la retinopatia del prematuro e la broncodisplasia polmonare, con ricadute dirette sulla qualità della vita futura di questi bambini.
Un traguardo, quello di Enna, arrivato al termine di un percorso lungo quattro anni, scandito da un iter procedurale complesso per attivare lo studio. Solo nel mese di luglio si è tenuta la prima riunione operativa tra i referenti ennesi e regionali, che ha permesso di trasferire tutta la documentazione necessaria e di perfezionare gli ultimi aspetti procedurali.
Un lavoro silenzioso, fatto di autorizzazioni e protocolli, che oggi si traduce in un servizio concreto per un intero territorio: l’Utin di Enna, infatti, non serve solo la provincia ennese, ma rappresenta un punto di riferimento anche per i bacini di utenza di Caltanissetta e Agrigento.
Un progetto che unisce, dunque, valore scientifico e ricaduta clinica immediata, e che pone Enna all’avanguardia di una sperimentazione destinata a estendersi a tutta la rete ospedaliera regionale.
Il cordone ombelicale è il primo legame di una vita. Ora, per i più fragili, può diventare anche il primo atto di cura.