IL SEGRETARIO NAZIONALE DEL COINA, MARCO CECCARELLI È PERENTORIO: «NON BASTA QUALCHE ASSUNZIONE IN PIÙ PER PARLARE DI RIPRESA. SENZA UN VERO RICAMBIO GENERAZIONALE E CON UNA PROFESSIONE SEGNATA DA INIDONEITÀ FISICHE, RIMANIAMO A DISTANZA DI SICUREZZA DAGLI STANDARD EUROPEI»
ROMA, 8 agosto 2026 – Il recente Rapporto del Ministero della Salute sul personale del Servizio Sanitario Nazionale, basato sui rilevamenti del Conto Annuale della Ragioneria Generale dello Stato, fotografa un sistema apparentemente in ripresa: gli organici crescono dell’1,6% raggiungendo 727.829 addetti e, per la prima volta, le assunzioni (58.311) superano nettamente le cessazioni (47.238).
Per il COINA, Sindacato delle Professioni Sanitarie, tuttavia, il saldo positivo non può essere interpretato come il segnale di una reale inversione di tendenza. A un’analisi obiettiva e distaccata dai facili trionfalismi emerge infatti un quadro ancora strutturalmente fragile per quanto riguarda gli infermieri e i professionisti dell’assistenza, dove il moderato incremento degli organici non scalfisce le criticità storiche del sistema né recupera gli effetti di anni di turnover insufficiente.
«I dati del Ministero ci mostrano un sistema che prova a risollevarsi, ma la realtà dei reparti ci impone un’analisi rigorosa e priva di illusioni», dichiara il Segretario Nazionale del COINA, Marco Ceccarelli. «L’aumento dell’1,6% e il saldo positivo tra entrate e uscite sono piccoli passi che non possiamo ignorare, ma non bastano a parlare di una vera ripresa del Servizio sanitario nazionale».
IL DIVARIO CON L’EUROPA: L’ITALIA TRA LE PROFESSIONI INFERMIERISTICHE PIÙ ANZIANE DEL CONTINENTE
Secondo l’analisi del COINA, uno degli elementi più preoccupanti riguarda l’età della forza assistenziale. Come confermano i dati ministeriali e della Ragioneria Generale dello Stato, mentre il dato generale del SSN indica un’età media dei dipendenti di 48,4 anni, la categoria degli infermieri si attesta sui 46,9 anni di media per il personale dipendente, con una permanenza media in servizio di 17,4 anni.
Il dato assume contorni ancora più significativi se messo a confronto con i dati internazionali elaborati dall’OCSE e da Eurostat. L’età media degli infermieri nel panorama europeo si colloca infatti attorno ai 41,7 anni. In Germania sfiora i 40,6 anni, nei Paesi Bassi e nei Paesi nordici si attesta tra i 40 e i 42 anni, mentre in Francia e Spagna oscilla tra i 41 e i 43 anni.
L’effetto è quello di un doppio invecchiamento: oltre la metà degli infermieri dipendenti del SSN supera i 50 anni d’età, mentre il calo costante delle immatricolazioni ai corsi di laurea in Infermieristica — evidenziato dai report annuali del MUR e della Conferenza dei Corsi di Laurea delle Professioni Sanitarie — rischia di rallentare ulteriormente il ricambio generazionale nei prossimi anni.
«Un infermiere con quasi 47 anni di età media e oltre 17 anni di corsia alle spalle porta sui propri muscoli e sulla propria salute il peso di anni di blocchi parziali del turnover e riorganizzazioni mai completate», osserva Ceccarelli. «Non possiamo continuare a valutare il sistema solo sulla base del numero delle assunzioni senza considerare l’età e la tenuta complessiva della forza lavoro».
LA SALUTE DEGLI OPERATORI: INIDONEITÀ FISICHE E MALATTIE PROFESSIONALI
Per il COINA, l’invecchiamento degli organici si riflette inevitabilmente anche sulle condizioni di salute dei professionisti. Un’età media elevata, unita a turni usuranti e a carichi assistenziali sempre più gravosi, incide direttamente sulla capacità operativa degli infermieri.
Come si evince dalle principali indagini di Medicina del Lavoro e dai dati raccolti dai centri studi di categoria, oltre il 15% degli infermieri in servizio presenta oggi inidoneità fisiche o limitazioni prescritte dal medico competente che condizionano lo svolgimento della mansione. Nel 49,5% dei casi le limitazioni riguardano la movimentazione manuale dei carichi, seguite da quelle correlate alla postura e all’esenzione dal lavoro notturno o dalla reperibilità. Le inidoneità crescono inoltre in modo esponenziale con l’avanzare dell’età, sfiorando il 30% nella fascia tra i 60 e i 64 anni.
A questo si affianca il drammatico capitolo delle patologie da lavoro: le relazioni annuali dell’INAIL dedicate al settore della Sanità e dell’Assistenza Sociale indicano che oltre il 60% delle malattie professionali denunciate riguarda l’apparato muscolo-scheletrico e osteo-articolare, tra ernie discali, tendiniti e patologie da sovraccarico biomeccanico, a testimonianza dell’elevata usura fisica che caratterizza l’assistenza diretta al letto del paziente.
«Non possiamo ignorare che una fetta importante di colleghi opera con limitazioni fisiche proprio a causa dell’usura professionale», prosegue Ceccarelli. «I flebili segnali di ripresa numerica rischiano di essere riassorbiti in breve tempo se non si interviene sulle condizioni di lavoro, sull’attrattività economica della professione e su un piano strutturale di assunzioni giovanili. L’assistenza sanitaria ha bisogno di energie nuove per sostenere il confronto europeo e rispondere ai bisogni di cura dei cittadini. Il rafforzamento del Servizio sanitario nazionale non può essere misurato soltanto dal saldo tra assunzioni e cessazioni, ma dalla capacità di garantire organici adeguati, sostenibili e in grado di assicurare continuità assistenziale nel tempo».