mercoledì, 29 Luglio 2026

INDAGINE 2026 AMSI-UMEM-UXU: FUGA PROFESSIONISTI PRONTO SOCCORSO, E’ EMERGENZA VERA. ITALIA TRA PAESI CHE ATTRAGGONO PIÙ GIOVANI SPECIALIZZANDI

Aodi: «Le vocazioni non mancano. È il sistema che non riesce più a trattenere chi sceglie l’emergenza-urgenza. Burnout, aggressioni, sovraffollamento e carichi di lavoro stanno allontanando medici e professionisti sanitari da uno dei pilastri della sanità pubblica. Ma la crisi, seppur per ragioni diverse, riguarda molti paesi europei»

ROMA, 29 LUGLIO 2026 – L’Italia continua a essere uno dei Paesi europei nei quali la Medicina d’emergenza-urgenza conserva una significativa capacità di attrazione tra i giovani medici. Tuttavia, una volta entrati nei Pronto soccorso, un numero crescente di professionisti decide di lasciare il settore oppure di ridurre progressivamente il proprio impegno. È il quadro che emerge dall’Indagine AMSI-UMEM-UXU 2026, aggiornata al 30 giugno 2026, elaborata attraverso il monitoraggio della rete associativa e dei movimenti, integrato con l’analisi delle principali evidenze scientifiche e dei dati disponibili a livello nazionale e internazionale.

A confermare che il problema non riguarda le vocazioni è anche il recente studio realizzato dall’Istituto Mario Negri IRCCS, dal Policlinico di Milano e dall’Università degli Studi di Milano e pubblicato sulla rivista Internal and Emergency Medicine.

L’analisi evidenzia infatti che quasi il 10% dei neolaureati italiani sceglie la specializzazione in Medicina d’emergenza-urgenza, contro il 6% della Francia e il 3% dell’Inghilterra. Un dato che colloca l’Italia tra i Paesi europei più attrattivi per questa disciplina, ma che contrasta con la crescente difficoltà degli ospedali nel trattenere medici, infermieri e professionisti sanitari dell’emergenza.

Su questi risultati riflettono AMSI – Associazione Medici di Origine Straniera in Italia, denominata anche Unione Professionisti della Sanità Internazionali, UMEM – Unione Medica Euromediterranea, AISCNEWS – Agenzia Mondiale di Informazione Senza Confini e il Movimento Internazionale Uniti per Unire (UXU).

Il commento è affidato al Prof. Foad Aodi, medico-fisiatra, giornalista e divulgatore scientifico internazionale, esperto in salute globale, membro del Registro Esperti FNOMCEO e docente dell’Università di Tor Vergata, Presidente Nazionale AMSI e UXU.

NON MANCA CHI SCEGLIE IL PRONTO SOCCORSO, MANCA CHI RIESCE A RESTARCI

«Per anni abbiamo sentito ripetere che i giovani non volevano più lavorare nei Pronto soccorso. I dati raccontano una realtà diversa. L’Italia continua a formare e ad attrarre un numero di specialisti superiore rispetto ad altri grandi Paesi europei. Il vero problema nasce dopo la scelta della specializzazione. È lì che il sistema perde terreno. Chi entra nell’emergenza-urgenza trova turni sempre più gravosi, un sovraffollamento cronico, aggressioni, responsabilità enormi e un’organizzazione che troppo spesso scarica sul Pronto soccorso tutte le fragilità del Servizio sanitario nazionale. La fuga, quindi, non riguarda le vocazioni ma la permanenza.»

L’Indagine AMSI-UMEM evidenzia come il fenomeno non interessi esclusivamente i medici. Sempre più spesso anche infermieri e altri professionisti sanitari scelgono percorsi lavorativi differenti, determinando una perdita di competenze che rende ancora più difficile garantire la continuità assistenziale, soprattutto nei grandi ospedali e nelle aree caratterizzate da maggiore pressione assistenziale.

ITALIA ED EUROPA: UNA CRISI COMUNE, MA CON CARATTERISTICHE DIFFERENTI

L’analisi della rete associativa mostra che la crisi dell’emergenza-urgenza attraversa tutta l’Europa, pur manifestandosi con modalità diverse.

In Italia, nonostante una capacità di attrazione superiore rispetto a Francia e Inghilterra, il sistema continua a registrare una grave difficoltà nel trattenere gli specialisti. Le stime parlano di un fabbisogno superiore a 11 mila medici dell’emergenza-urgenza, a fronte di poco più di 5 mila specialisti effettivamente presenti, con una carenza che sfiora le 6 mila unità. A questo si aggiungono turni scoperti, ricorso sempre più frequente a personale temporaneo e difficoltà organizzative che incidono direttamente sull’assistenza ai cittadini.

Nel Regno Unito, le più recenti rilevazioni indicano gli specializzandi in Emergency Medicine come la categoria maggiormente esposta al burnout, con circa il 32% classificato ad alto rischio. In Francia, invece, il problema emerge già nella fase della formazione, con una quota di giovani che sceglie questa disciplina sensibilmente inferiore rispetto all’Italia. Nel complesso, le principali indagini europee descrivono un quadro caratterizzato da crescente pressione assistenziale, aumento del disagio professionale, difficoltà di fidelizzazione del personale e perdita di attrattività del lavoro nei dipartimenti di emergenza.

«Non dobbiamo commettere l’errore di confrontare sistemi sanitari molto diversi come se fossero identici. Ogni Paese presenta criticità proprie. Tuttavia, il denominatore comune è evidente: cresce ovunque la difficoltà nel trattenere professionisti esperti all’interno dei Pronto soccorso. Questo significa che il problema non riguarda soltanto il numero delle assunzioni, ma soprattutto la qualità delle condizioni di lavoro offerte a chi ogni giorno garantisce la prima risposta ai cittadini.»

IL PESO DI UNA SANITÀ SEMPRE PIÙ COMPLESSA

Secondo Aodi, negli ultimi anni il Pronto soccorso è diventato il punto di raccolta di tutte le criticità del sistema sanitario. L’invecchiamento della popolazione, l’aumento delle patologie croniche, le difficoltà della medicina territoriale, la carenza di posti letto ospedalieri e gli accessi impropri determinano una pressione costante sulle strutture di emergenza.

«Il personale dell’emergenza non affronta soltanto un aumento quantitativo degli accessi, ma una crescita della complessità clinica dei pazienti. Oggi arrivano nei Pronto soccorso persone sempre più anziane, fragili e con pluripatologie. Contemporaneamente aumentano gli adempimenti amministrativi, la medicina difensiva e il rischio di aggressioni. È evidente che tutto questo produce burnout e spinge molti professionisti a cercare condizioni lavorative più sostenibili.»

LE AGGRESSIONI AGGRAVANO LA FUGA

«Non possiamo analizzare la fuga dal Pronto soccorso senza considerare il continuo aumento delle aggressioni ai danni del personale sanitario. Medici, infermieri e operatori dell’emergenza lavorano sempre più spesso in condizioni di tensione, esposti a episodi di violenza verbale e fisica che incidono profondamente sulla qualità del lavoro e sulla scelta di proseguire la propria carriera in questo settore. Garantire sicurezza significa anche trattenere competenze preziose nel Servizio sanitario nazionale», afferma Aodi.

L’INVECCHIAMENTO DELLA POPOLAZIONE CAMBIA IL PRONTO SOCCORSO

Secondo la rete associativa e i movimenti, il progressivo invecchiamento della popolazione e l’aumento delle patologie croniche stanno modificando profondamente il ruolo dei Pronto soccorso. Ogni giorno cresce il numero di pazienti anziani, fragili e con pluripatologie che richiedono percorsi assistenziali complessi, tempi di osservazione più lunghi e un maggiore impiego di personale.

«L’emergenza-urgenza non gestisce più soltanto le urgenze tradizionali. Oggi affronta una domanda sanitaria molto più complessa rispetto al passato e questo richiede organici adeguati, formazione continua e una rete territoriale realmente in grado di alleggerire la pressione sugli ospedali», sottolinea Aodi.

PROGRAMMARE OGGI PER EVITARE LA CRISI DI DOMANI

Per la rete associativa e i movimenti non è più sufficiente intervenire sulle singole emergenze. Occorre una programmazione nazionale capace di accompagnare l’intero percorso professionale di chi sceglie l’emergenza-urgenza, dall’accesso alla specializzazione fino alla permanenza nei Pronto soccorso.

«Dobbiamo passare dalla logica dell’emergenza a quella della programmazione. Non basta formare nuovi specialisti se poi il sistema li perde dopo pochi anni. Servono condizioni di lavoro sostenibili, valorizzazione professionale, percorsi di carriera più attrattivi, tutela dal burnout e una piena integrazione, nel rispetto delle regole e degli standard qualitativi, anche dei professionisti sanitari di origine straniera. Solo così potremo garantire stabilità ai Pronto soccorso e continuità dell’assistenza ai cittadini», conclude Aodi.

LE CASE DI COMUNITÀ E IL SOSTEGNO ALLA MEDICINA TERRITORIALE

Secondo Aodi, ogni intervento volto a rafforzare la medicina territoriale rappresenta un passaggio importante per alleggerire la pressione sui Pronto soccorso. In questo quadro, la rete associativa e i movimenti valutano positivamente le dichiarazioni del ministro della Salute Orazio Schillaci sullo sblocco di 235 milioni di euro destinati a sostenere la medicina generale e a favorire l’erogazione di visite specialistiche nelle Case di comunità, così come l’attenzione rivolta ai caregiver familiari e alla necessità di criteri più equi per l’accesso alle RSA.

«Sono segnali incoraggianti perché vanno nella direzione che sosteniamo da tempo: rafforzare il territorio significa ridurre gli accessi impropri ai Pronto soccorso e consentire ai professionisti dell’emergenza di concentrarsi sui casi realmente urgenti. Naturalmente servirà verificare che le risorse si traducano rapidamente in servizi, personale e una reale integrazione tra ospedale, medicina generale, Case di comunità e assistenza sociosanitaria. Solo una rete territoriale forte può contribuire a trattenere medici e professionisti sanitari nell’emergenza-urgenza, migliorando al tempo stesso la qualità dell’assistenza ai cittadini», conclude Aodi.

IL CANADA CONFERMA CHE IL FENOMENO È GLOBALE

A rafforzare questa lettura contribuiscono anche i dati provenienti dal Canada. Una ricerca pubblicata sul Canadian Medical Association Journal evidenzia che un medico dell’emergenza su dieci ha già lasciato la disciplina, mentre il 48% ha ridotto le ore dedicate all’attività clinica e il 20% ha usufruito di un periodo di congedo. Secondo gli autori dello studio, il burnout non rappresenta più un effetto della pandemia, ma una criticità strutturale destinata a incidere sulla tenuta dei sistemi sanitari.

«Il Canada ci dimostra che nessun sistema sanitario può considerarsi al sicuro. Quando aumentano la pressione assistenziale e il disagio professionale, il rischio di perdere personale cresce ovunque. Per questo motivo l’Italia deve intervenire adesso, prima che la difficoltà nel trattenere medici e professionisti sanitari produca conseguenze ancora più gravi.»

Per la rete associativa e i movimenti è necessario passare da interventi emergenziali a una programmazione stabile. Secondo Aodi occorre rafforzare gli organici, investire nella sicurezza degli operatori, ridurre il sovraffollamento dei Pronto soccorso attraverso un reale potenziamento della medicina territoriale, valorizzare economicamente e professionalmente chi opera nell’emergenza-urgenza, sviluppare programmi permanenti di prevenzione del burnout e accelerare, nel pieno rispetto degli standard qualitativi e linguistici, l’inserimento dei professionisti sanitari di origine straniera.

«La sfida dei prossimi anni non sarà trovare giovani disposti a scegliere questa professione. La vera sfida sarà convincerli a restare. Se non renderemo nuovamente attrattivo il lavoro nei Pronto soccorso, continueremo a perdere competenze fondamentali proprio nel settore che rappresenta il cuore dell’assistenza in emergenza e il primo presidio di tutela della salute dei cittadini.»

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