martedì, 21 Luglio 2026

Sindrome Ovarica Poliendocrino-Metabolica (PMOS): cambia nome patologia che colpisce 1 donna su 8

Como, 21 luglio 2026 – Non più solo “PCOS”, ma PMOS: è il cambio terminologico sancito a livello scientifico internazionale per definire la Sindrome Ovarica Poliendocrino-Metabolica, la condizione finora nota come sindrome dell’ovaio policistico. Non si tratta di una nuova malattia, ma della descrizione più accurata di un disturbo ormonale e metabolico che interessa circa una donna su otto in età fertile, dall’adolescenza alla menopausa, come attestato da The Lancet nel 2026. A fare il punto su diagnosi, cambio di paradigma e nuove strategie terapeutiche è la dottoressa Olga Disoteo, facente funzioni della Endocrinologia, Diabetologia Dietetica e Nutrizione Clinica di Asst Lariana.

Alimentazione e stili di vita sono la vera terapia.

“Il vecchio termine portava a focalizzarsi prevalentemente sulle cisti ovariche, che tuttavia non rappresentano il cuore della patologia – spiega la specialista -. La nuova sigla PMOS descrive meglio la realtà clinica: Poliendocrina, perché coinvolge diversi ormoni tra cui insulina e androgeni; Metabolica, in quanto altera la gestione di zuccheri e grassi; e Ovarica, perché l’ovaio resta un organo chiave, anche se la sindrome coinvolge l’intero organismo”. Oltre a sintomi come cicli irregolari, acne, irsutismo e difficoltà di concepimento, la PMOS comporta un rischio cardiometabolico nel lungo termine (predisposizione a ipertensione, colesterolo alto, insulino-resistenza e diabete di tipo 2). Per questo la prevenzione e la presa in carico devono iniziare fin dalla giovane età.

Non esiste un’unica terapia farmacologica valida per tutte le pazienti: il percorso è sempre personalizzato. Tuttavia, le linee guida internazionali sono concordi, il primo e più efficace intervento terapeutico è la modifica dello stile alimentare e dell’attività fisica. “Nelle pazienti in sovrappeso, un calo ponderale anche modesto (del 5-10%) migliora subito la fertilità e i parametri metabolici. Ma la dieta è fondamentale anche nelle pazienti normopeso – chiarisce Disoteo –. Il modello di riferimento più solido è la Dieta Mediterranea, ricca di verdure, legumi, cereali integrali, pesce e olio extravergine d’oliva. Grazie alle sue proprietà antinfiammatorie e antiossidanti, migliora la sensibilità all’insulina e aiuta a ridurre gli androgeni in eccesso. In alcuni casi, su indicazione specialistica, può essere modulata a più basso indice glicemico per ottimizzare l’equilibrio ormonale”.

L’attività fisica regolare, una buona igiene del sonno e la gestione dello stress completano il quadro dei fattori comportamentali in grado di influenzare positivamente l’assetto ormonale.

Accanto all’alimentazione e ai farmaci, alcuni integratori (nutraceutici) possono offrire un contributo prezioso, ma l’endocrinologa mette in guardia dal fai-da-te: “La scelta va effettuata dallo specialista sulla base di esami ematici mirati”. Tra i principali figurano: Inositolo (mio e D-chiro-inositolo), tra i più studiati per favorire l’ovulazione e ridurre l’insulino-resistenza; Vitamina D, Magnesio e Omega-3, per la regolarità del ciclo, la protezione cardiovascolare e il controllo dell’infiammazione; Probiotici, Zinco, N-acetilcisteina (NAC) e Berberina, utili per riequilibrare la flora intestinale, contrastare acne e peli superflui o migliorare il metabolismo degli zuccheri.

“La PMOS è una condizione comune e ampiamente gestibile – conclude la dottoressa Disoteo -. Il successo della cura si basa sull’alleanza tra endocrinologo, ginecologo, dietologo/nutrizionista e psicologo. In questo percorso, l’alimentazione non è un semplice dettaglio accessorio, ma uno degli strumenti terapeutici più potenti per garantire alla donna salute e qualità di vita nel presente e nel futuro”.

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