giovedì, 28 Maggio 2026

Dalle neuroscienze una nuova misurazione integrata dello stress femminile

Pubblicato sulla rivista internazionale Healthcare uno studio italiano che analizza gli effetti di un protocollo multimodale su stress nervoso e stress metabolico stato emotivo cuore, corpo e funzioni cognitive nelle donne lavoratrici e madri

Roma, 28 maggio 2026 – Misurare il benessere attraverso parametri fisiologici e cognitivi, osservando insieme il funzionamento del cuore, la risposta del corpo allo stress e l’equilibrio tra dimensione fisica ed emotiva. È questo l’obiettivo dello studio italiano pubblicato sulla rivista internazionale Healthcare, che ha analizzato gli effetti del protocollo multimodale “e-Motion” in donne sane sottoposte ai ritmi e alle pressioni della vita contemporanea. 

La ricerca nasce dall’idea che lo stress cronico legato al carico mentale quotidiano possa produrre effetti misurabili non soltanto sul piano psicologico, ma anche su parametri corporei e neurofisiologici. Alla base dello studio c’è infatti il concetto neuroscientifico di “embodied mind”, secondo cui la mente non è un’entità astratta inserita in un corpo, ma bisogna considerare cervello, emozioni, movimento e stato fisico come profondamente interconnessi. 

Lo studio è stato concettualizzato da Andrea Chellini, esperto di movimento e fondatore del progetto Behaviour & Movement, insieme a Simone Schinco, biologo nutrizionista con cui è stata sviluppata l’ipotesi psicobiologica e metabolica dello studio, e a Marco Iosa, neuroscienziato e professore della Sapienza Università di Roma e responsabile dello Smart Lab presso la Fondazione Santa Lucia IRCCS, che ne ha coordinato metodologia, analisi e interpretazione neuroscientifica, assieme al Professor Giovanni Morone, medico fisiatra dell’Università de L’Aquila, e la psicologa ricercatrice Claudia Salera.

Il progetto ha coinvolto 33 donne lavoratrici e madri monitorate per sei settimane attraverso un approccio definito “embodimetrico”, cioè basato sulla misurazione integrata di variabili cardiache, cognitive e motorie. Le partecipanti sono state sottoposte a valutazioni della variabilità cardiaca, del tessuto adiposo superficiale, della memoria, dell’attenzione e della mobilità corporea, con l’obiettivo di comprendere come il corpo reagisca alle condizioni di stress quotidiano. 

Il protocollo e-Motion combinava respirazione nasale, esercizi posturali, attività fisica leggera, stimolazione cognitiva, dieta gluten freeintegrazione con magnesio bisglicinato e momenti quotidiani di contatto affettivo attraverso l’abbraccio. Attività semplici e sostenibili, progettate per essere integrate nella vita reale delle persone e monitorate attraverso un’app dedicata. 

Secondo i risultati pubblicati, le donne che hanno seguito il protocollo e-Motion hanno mostrato cambiamenti significativi nel ritmo della variabilità cardiaca, un parametro utilizzato per capire come il corpo reagisce e recupera dallo stress. In pratica, la branca del sistema nervoso che regola battito cardiaco, respirazione per adeguarlo allo stimolo stressante ed equilibrio psicofisico sembrerebbe aver risposto meglio agli stimoli quotidiani. 

Ma il dato che ha colpito maggiormente i ricercatori riguarda il tessuto adiposo superficiale, considerato un possibile indicatore delle condizioni di stress dell’organismo. Dopo sei settimane di training, la percentuale di donne con valori ritenuti fisiologici è passata dal 47,1% all’82,4%, mentre nel gruppo che non ha seguito il protocollo non sono emersi miglioramenti significativi. 

Secondo i ricercatori, uno degli aspetti più innovativi dello studio riguarda la possibile correlazione tra adattamento neurofisiologico e adattamento metabolico cellulare. L’ipotesi alla base della ricerca è che, in presenza di condizioni percepite come eccessive e protratte nel tempo, il sistema nervoso possa progressivamente ridurre il proprio livello di risposta e iniziativa verso l’ambiente, mentre parallelamente alcune funzioni metaboliche cellulari potrebbero modificare il proprio comportamento adattativo.

In questo scenario, il tessuto adiposo superficiale (SAT), considerato particolarmente influenzato dalle dinamiche endocrine e dallo stress cronico, potrebbe rappresentare un possibile indicatore biologico di questi processi di adattamento. Il tessuto adiposo superficiale non rappresenta tuttavia una misura diretta dello stress psicologico, ma un possibile indicatore biologico dei processi di adattamento dell’organismo allo stress cronico.

Per la prima volta, inoltre, lo studio propone un valore soglia di riferimento per il tessuto adiposo superficiale in soggetti sani, fissato a 1,3 centimetri sulla base dell’esperienza clinica e dei dati adipometrici disponibili. Gli autori sottolineano come questo parametro dovrà essere ulteriormente validato da studi futuri, ma ritengono che possa rappresentare un primo riferimento operativo per osservare le relazioni tra stress cronico, adattamento neurofisiologico, metabolismo adiposo e variabilità del ritmo cardiaco.

“Negli ultimi anni il benessere è diventato un tema sempre più presente, ma spesso raccontato in modo generico o motivazionale” – spiega Marco Iosa – “con questo studio abbiamo cercato di affrontarlo attraverso parametri quantitativi, osservando come cuore, movimento, funzioni cognitive e dimensione emotiva possano modificarsi insieme. Oggi sappiamo che lo stress e la fatica mentale cronica possono avere effetti concreti sull’organismo e il nostro obiettivo era capire se questi effetti potessero essere osservati e misurati”.

Per Andrea Chellini “l’idea era verificare se piccoli gesti quotidiani, semplici ma costanti, potessero produrre effetti misurabili sull’organismo. Non abbiamo studiato una singola tecnica ma l’interazione tra respirazione, postura, attività fisica, alimentazione e relazione umana. Abbiamo voluto costruire un protocollo sostenibile nella vita reale delle persone, senza stravolgerne le abitudini quotidiane”.

I ricercatori evidenziano come i risultati ottenuti incoraggino ulteriori studi su approcci integrati al benessere, un ambito oggi in forte crescita ma ancora poco esplorato attraverso parametri fisiologici misurabili. Secondo gli autori, il lavoro rappresenta un primo passo verso una valutazione sempre più scientifica delle connessioni tra stress, corpo, funzioni cognitive e qualità della vita quotidiana.     

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