Spondiloartrite assiale: fino a 9.000 nuove diagnosi ogni anno. Non è solo mal di schiena, attenzione a uveite, malattie intestinali e psoriasi
Roma, 29 aprile 2026 – Un mal di schiena che dura da almeno tre mesi, che peggiora di notte e migliora con il movimento. Un disturbo spesso sottovalutato, che può accompagnare i pazienti per lungo tempo prima di arrivare a una diagnosi corretta. È la spondiloartrite assiale, malattia infiammatoria cronica che colpisce soprattutto giovani adulti, e che ancora oggi può essere riconosciuta con un ritardo medio di 8-10 anni. In linea con il tema 2026 della Giornata mondiale dedicata alla patologia (“Not only back pain”),la Società Italiana di Reumatologia (SIR) richiama l’attenzione sulle complicanze spesso sconosciute della spondiloartrite assiale, che può arrivare a coinvolgere occhi, intestino e pelle.
“La spondiloartrite assiale è molto più di un semplice mal di schiena”, evidenzia Andrea Doria, Presidente SIR e Professore di Reumatologia presso l’Università di Padova. “Rappresenta una famiglia di malattie che riguardano principalmente la colonna vertebrale e le articolazioni sacroiliache ma possono interessare anche altre articolazioni e diversi organi. In Italia si stimano circa 15 nuovi casi ogni 100.000 abitanti all’anno, pari a oltre 8.000-9.000 diagnosi. A differenza del passato, quando la spondiloartrite era considerata quasi esclusivamente maschile, oggi il rapporto tra uomini e donne è più equilibrato (circa 3 a 2). L’esordio avviene tipicamente prima dei 40-45 anni, spesso già intorno ai 30. Di recente, abbiamo fatto importanti passi avanti nella comprensione e nella gestione della malattia, ma resta da sciogliere il nodo della diagnosi perché riconoscerla prima può cambiare la vita dei pazienti”.
“La spondiloartrite assiale è una patologia sistemica: oltre alla colonna vertebrale può coinvolgere anche altri distretti”, spiega la professoressa Roberta Ramonda, Direttrice dell’Unità Operativa Complessa di Reumatologia dell’Azienda Ospedale-Università di Padova e Vicepresidente Fondazione italiana per la ricerca in reumatologia (Fira). “Le manifestazioni più frequenti includono uveiti, quindi infiammazioni dell’occhio, malattie infiammatorie intestinali come il morbo di Crohn e la rettocolite ulcerosa, e la psoriasi. Per questo è fondamentale un approccio multidisciplinare che coinvolga reumatologi, gastroenterologi, oculisti e dermatologi. A volte la diagnosi può nascere proprio dal sospetto di altri specialisti: può essere l’oculista, di fronte a uveiti recidivanti, o il gastroenterologo in pazienti con malattie croniche intestinali e con dolore alla colonna o in altre sedi articolari, a indirizzare verso una valutazione reumatologica. Un modello sempre più diffuso è quello degli ambulatori multidisciplinari, nei quali specialisti diversi collaborano per valutare lo stesso paziente e condividere il percorso diagnostico e terapeutico, secondo l’approccio del tailored treatment: ovvero una terapia ‘su misura’, personalizzata, adattata alle caratteristiche cliniche della malattia e individuali”.
“Le recenti opzioni terapeutiche, in effetti, ci permettono una gestione sempre più personalizzata della spondiloartrite assiale”, prosegue Ramonda. “Il primo step resta quello con i farmaci antinfiammatori non steroidei, i FANS, a cui il dolore infiammatorio tipicamente risponde bene. Per la persistenza dei sintomi della malattia, oggi abbiamo a disposizione i farmaci biologici che ne hanno profondamente cambiato la storia naturale: gli inibitori del TNF e dell’interleuchina 17 rappresentano uno standard di cura nelle forme più attive, così pure l’inibitore dell’interleuchina 23. Mentre nuove classi come gli inibitori delle JAK (Janus Kinasi) stanno ampliando ulteriormente le possibilità terapeutiche. Non possiamo ancora parlare di guarigione definitiva, ma possiamo ottenere una remissione stabile: il paziente può vivere senza sintomi e condurre una vita normale, a condizione di seguire la terapia nel tempo”.
“Accanto ai farmaci, anche lo stile di vita gioca un ruolo fondamentale”, commenta la professoressa Ramonda. “L’esercizio fisico è parte integrante della terapia: migliora la mobilità, riduce la rigidità e contribuisce al controllo del dolore. Sono particolarmente utili attività a basso impatto come nuoto e ciclismo, insieme a esercizi di stretching e rafforzamento muscolare. Anche la dieta ha un impatto importante: un’alimentazione di tipo mediterraneo, ricca di fibre e polifenoli, può favorire un effetto antinfiammatorio e contribuire al benessere generale del paziente”.
Nonostante i progressi nella gestione della patologia, resta lo scoglio del ritardo diagnostico. “Il dolore lombare infiammatorio è spesso subdolo e può essere confuso con un comune mal di schiena”, sottolinea la professoressa Ramonda. “Si tratta però di un dolore con caratteristiche precise: dura da più di tre mesi, compare di notte, è associato a rigidità mattutina prolungata e migliora con il movimento.A tal proposito, è fondamentale sensibilizzare i medici di medicina generale: di fronte a un giovane con mal di schiena persistente, è importante riconoscere i segnali di infiammazione e inviare tempestivamente il paziente al reumatologo. Una diagnosi precoce consente di intervenire prima che si instaurino danni irreversibili”.
“L’auspicio è che l’attuale miglioramento delle nostre conoscenze sull’eziopatogenesi della malattia possa contribuire anche a facilitare l’identificazione dei pazienti. La ricerca, infatti, sta facendo luce sui meccanismi alla base della spondiloartrite assiale. Sappiamo che esiste una predisposizione genetica, come la presenza del gene HLA-B27, ma anche fattori ambientali, trigger infettivi e traumi articolari possono contribuire allo sviluppo della malattia.Negli ultimi anni si sta studiando molto anche il ruolo del microbiota intestinale: l’alterazione della flora batterica può influenzare la risposta immunitaria e favorire processi infiammatori sistemici. Studi recenti condotti da FIRA hanno mostrato che anche il microbiota vaginale può essere alterato: diminuiscono i batteri protettivi (i.e. lactobacilli) e aumentano quelli associati a infiammazione e attivazione immunitaria. Questo squilibrio potrebbe non essere solo una conseguenza della malattia, ma contribuire alla sua progressione”, conclude la professoressa Ramonda.