domenica, 26 Aprile 2026

A EXPOSANITÀ CARER AFFRONTA CRITICITÀ E SOLUZIONI PER LE PERSONE CON DISABILITÀ E I LORO CARGIVER 

Avrò cura di te” è il titolo della mostra realizzata in collaborazione con l’associazione di caregiver familiari Carer ETS, che a Exposanità ha presentato sette prototipi sviluppati dagli studenti dello Istituto Europeo di Design (Ied) e pensati per le persone non autosufficienti.

Bologna, 24.04.2026 –  Exposanità Planning Solution, in corso ancora oggi a BolognaFiere, ha affrontato, in tre giorni di confronto e 200 convegni, tutte le sfide della sanità italiana alla luce delle criticità, ma soprattutto alla ricerca di soluzioni e proposte per la messa in sicurezza del SSN e della salvaguardia del suo carattere universalistico. In questo contesto la parte del leone l’hanno fatta le nuove tecnologie, in tutti i settori: dall’assistenza alle applicazioni cliniche, dalla ridefinizione dei setting di cura alla programmazione. È oramai acclarato che dall’applicazione delle nuove tecnologie, a partire dall’Intelligenza Artificiale, arriva il contributo più significativo per affrontare, e vincere, le sfide che il SSN ha dinnanzi a sé. Ma è altrettanto evidente che per il nostro paese, il più vecchio d’Europa per età demografica, che conta circa 13 milioni di persone con disabilità e oltre 5 milioni di persone non autosufficienti è strategico, insieme alla ricerca delle soluzioni per la disabilità e l’attivazione di percorsi riabilitativi che possano restituire almeno in parte, se non del tutto, autonomia, valorizzare e sostenere le risorse umane dedicate alla gestione della non autosufficienza con risorse aggiuntive e strutturali. In Italia si contano 8milioni di caregiver e 7milioni di questi sono familiari: il riconoscimento di questi ultimi è ancora teorico. Abbiamo chiesto alla dottoressa Loredana Ligabue, segretaria dell’Associazione Carer ETS, di fare il punto della situazione dei caregiver in Italia.

Dottoressa Ligabue, a che punto siamo rispetto al quadro normativo?

Il primo riconoscimento ufficiale è arrivato nel 2014 con una legge della Regione Emilia-Romagna, sulla base di una proposta formulata da Carer. È la prima legge nel nostro Paese che definisce il caregiver familiare, gli riconosce ruolo e diritti. Successivamente, altre 12 Regioni hanno legiferato. Tuttavia, normare non significa automaticamente offrire servizi concreti: molte di queste leggi emanate nel 2024 o nel 2025 non hanno ancora avuto una piena attuazione. C’è poi un problema di risorse. Alcune Regioni – l’Emilia-Romagna e più recentemente anche la Regione Lazio – hanno messo risorse economiche proprie, ma per la dimensione del fenomeno è fondamentale uno stanziamento strutturale e adeguato a livello centrale.

La proposta di legge nazionale va quindi nella direzione giusta? Il disegno di legge promosso dalla ministra Alessandra Locatelli contiene alcuni elementi già presenti in altre normative. Ad esempio, il coinvolgimento attivo del caregiver nel piano di assistenza delle persone anziane o nel progetto di vita delle persone con disabilità, già previsto sia nelle riforme sulla disabilità sia nei decreti attuativi legati alla non autosufficienza. L’elemento nuovo è il contributo economico di 400 Euro al mese. I criteri sono però fortemente restrittivi: è destinato esclusivamente ai caregiver conviventi, che abbiano un impegno assistenziale estremamente elevato — almeno 90 ore settimanali — e con livelli di reddito molto bassi, non più di 3000Euro di reddito annuo personale e 15mila Euro di Isee familiare, ossia sotto la soglia di povertà. Questo limita fortemente la platea: si parla di circa 65.000 persone, a fronte di milioni di caregiver. Senza per altro offrire strumenti per costruire un equilibrio di vita più sostenibile, né per favorire, ad esempio, una possibile partecipazione al lavoro.

Qual è oggi la difficoltà più urgente per un caregiver? La prima cosa che chiedono i caregiver familiari è di essere ascoltati, di essere riconosciuti come elemento all’interno del sistema di assistenza alla persona anziana o disabile e di non essere lasciati soli. Hanno bisogno di servizi, di momenti di sollievo, di supporto psicologico, di formazione e di strumenti concreti per gestire il carico assistenziale.

Quali sono le conseguenze di questa mancanza di tutele strutturate? I dati, anche dell’Istituto Superiore di Sanità, mostrano che i caregiver rischiano di ammalarsi, sia fisicamente che psicologicamente, se lasciati soli con questo carico. In assenza di supporto, il peso può diventare insostenibile, portando anche a situazioni estreme e drammatiche per sé e per la persona assistita.

Quanto dura mediamente il ruolo di caregiver? Non è un impegno temporaneo. La perdita di autonomia può durare anche più di 11 anni. Non si tratta di mettersi in gioco per 2 o 3 anni, ma per un lunghissimo periodo, in alcuni casi per tutta la vita. Perché non ci sono solo gli anziani, ma ci si può ritrovare ad assistere un figlio, o un fratello. Oppure si pensi al dato crescente delle demenze precoci. Una condizione deflagrante per una famiglia.

Si parla poco dei giovani caregiver. Quanto è diffuso il fenomeno? In Italia si stimano circa 300.000 giovani caregiver, molti di questi sono minorenni. Sono ragazzi che, dopo la scuola, si occupano di genitori o familiari non autosufficienti, a volte inseriti in nuclei monogenitoriali o con uno dei due genitori costretto a lavorare tutto il giorno per portare reddito alla famiglia. Il bambino si trasforma in caregiver. Questo comporta isolamento dai coetanei, difficoltà scolastiche, fenomeni di bullismo e rinunce importanti. A livello nazionale, però, non esistono ancora strumenti adeguati a sostenerli. Di questo purtroppo nel ddL Locatelli non si parla, se non per la possibilità di riconoscere alcuni crediti formativi. In sostanza il caregiver è riconosciuto dallo Stato italiano è solo maggiorenne. Ci sono però Comuni più sensibili e c’è la legge della Regione Emilia-Romagna che dal 2024 ha inserito in modo specifico un articolo sui giovani caregiver in modo che, nell’ambito scolastico e in quello dei servizi, si parli con loro, si creino dei momenti di incontro con gruppi di pari e facilitazioni per la conciliazione con lo studio. La proposta di legge nazionale ragiona su questi aspetti, ma non dà alcun tipo di indirizzo.

Qual è la priorità per il futuro? Costruire un sistema che riconosca davvero il caregiver come parte integrante del welfare. Servono risorse adeguate, servizi strutturati e una strategia nazionale coerente. Solo così possiamo rispondere a un fenomeno destinato a crescere.

Fra i diversi incontri dedicati al tema, nel convegno Tecnologie ICT nell’assistenza a domicilio nel lungo termine: nuovi orizzonti organizzativi, nuove competenze e nuove reti, si parlerà di come le tecnologie ICT possono rivoluzionare il mondo dell’assistenza domiciliar e dei limiti nell’accesso a queste possibilità. Le chiedo: tecnologia può davvero alleggerire il carico dei caregiver – e in che modo? Sì, se utilizzata correttamente. Può ridurre l’ansia, aumentare la sicurezza e favorire l’autonomia. Ma deve essere accessibile, semplice da usare e inserita in una rete di servizi. Da sola non basta: serve una visione integrata. La tecnologia deve essere una risorsa che viene conosciuta e considerata nella costruzione dei progetti di vita delle persone che necessitano di assistenza.

È su quest’ultimo aspetto che si è concentrata la mostra “Avrò cura di te”, realizzata in collaborazione con l’associazione di caregiver familiari Carer ETS, che a Exposanità ha presentato sette prototipi sviluppati dagli studenti dello Istituto Europeo di Design (Ied) di Roma, coordinati dalla professoressa Marika Aakesson, per rispondere con soluzioni innovative ai bisogni più diffusi delle persone fragili.

I progetti affrontano problemi concreti: “CareDrive”, progettata da Marco Lutta e Matteo Sori, facilita entrata e uscita dall’auto con un cuscino rotante unito ad un dispositivo che evita sblocchi accidentali della cintura di sicurezza; “Alma”, un’idea di Norma Ferdinandi, è un salvavita che sembra un gioiello, così da vincere la resistenza ad indossare un oggetto stigmatizzante, la cui sola presenza etichetta la persona che lo porta come non più in grado di badare a sé stessa. Mentre per far fronte alla tendenza a dimenticare la sequenza delle azioni quotidiane, un tempo eseguite in totale autonomia, Elena Nisi e Giulia Palmili hanno messo a punto “FlowDay” che rende le azioni da ricordare visibili con un sistema di pulsanti luminosi integrati negli spazi della casa: se il pulsante è acceso, l’azione va fatta, se invece è spento, è stata fatta. 

L’anziano interagisce con luce e pulsanti mentre il caregiver può monitorare a distanza tramite un’app. Alla frequente preoccupazione per i rischi che una persona anziana può correre uscendo di casa da sola ci pensa “HUG-O”, di Arianna Lanza, un bastone tecnologico con tracker GPS, SOS e luce incorporato. La forma è stata progettata per facilitare una buona postura nell’alzarsi, sedersi, camminare e un buon grip al terreno grazie ai piedini intercambiabili. Niente paura nemmeno per la perdita di forza nelle mani con la conseguente caduta degli oggetti, spesso umiliante per la persona anziana, grazie a “Rock and old” di Federico Pirro, un guanto morbido con parti in gomma per migliorare il grip utile in tutte le azioni quotidiane.

Non mancano anche soluzioni per problemi quali la perdita di appetito di cui si è occupato Federico Pirro che ha proposto “Cima” uno snack cremoso studiato appositamente per i bisogni nutritivi e gustativi degli anziani e infine “Pill of the day” di Veronica Picconi, una torre porta pillole che organizza e semplifica l’assunzione dei farmaci. Le grandi dimensioni permettono alla persona con ridotta capacità prensile di gestire facilmente l’apertura e la chiusura degli scompartimenti e accedere alle medicine.

Nati dall’ascolto diretto di anziani e caregiver, questi prototipi puntano a un obiettivo comune: prolungare l’autonomia il più possibile. Un tema sempre più centrale in Italia, il Paese più “vecchio” Dell’Union europea, dove circa il 25% della popolazione ha più di 65 anni e l’invecchiamento della popolazione rende urgente trovare soluzioni pratiche e sostenibili per alleggerire anche il carico sulle famiglie. Basti pensare che in Italia ci sono circa 7 milioni di caregiver familiari, dei complessivi 8 milioni, sui quali grava la responsabilità dell’assistenza che inevitabilmente influisce sull’organizzazione della vita, sul corso di studi, sullo svolgimento della propria professione. Il calo delle nascite, nel nostro paese, e il conseguente assottigliamento dei nuclei famigliari, fa sì che in futuro la cura degli anziani ricada fatalmente su un solo familiare.

Per questo è importante progettare un futuro che possa rendere la popolazione over 65 autosufficiente il più a lungo possibile.

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