“PARADOSSALE CHE IL MINISTRO SCHILLACI CONTINUI A RACCONTARE UNA REALTÀ CHE NEGLI OSPEDALI NON ESISTE”
ROMA 8 MAG 2026 – Altro che modello sanitario europeo. I dati OCSE 2025 presentati al Cnel, nell’ambito del dossier “State of Health in the Eu” – “Profilo della sanità 2025” per l’Italia, certificano un paradosso che il personale sanitario vive ogni giorno sulla propria pelle: l’Italia aumenta il numero dei medici, ma perde progressivamente il vero asse portante dell’assistenza, gli infermieri.
Secondo l’autorevole report, il nostro Paese registra oggi 5,4 medici ogni 1.000 abitanti, ben oltre la media europea. Ma contemporaneamente sprofonda sul fronte infermieristico con appena 6,9 infermieri ogni 1.000 abitanti, uno dei dati peggiori dell’Unione Europea.
Per il COINA, sindacato delle professioni sanitarie non siamo più davanti a una criticità temporanea, ma a un sistema strutturalmente squilibrato.
LA SANITÀ REALE CONTRO QUELLA RACCONTATA
«La domanda ormai è inevitabile: quale realtà sta osservando il Ministro Schillaci?», attacca Marco Ceccarelli, Segretario Nazionale COINA. «Perché chi lavora dentro gli ospedali italiani vede una situazione completamente diversa rispetto a quella raccontata nelle conferenze istituzionali. I pronto soccorso si svuotano di personale, i reparti sopravvivono grazie a turni massacranti, il territorio resta scoperto e migliaia di professionisti stanno lasciando il sistema sanitario pubblico».
Secondo il sindacato, il rischio è che la politica continui a leggere solo alcuni indicatori positivi – come la longevità o il numero complessivo dei medici – ignorando però il vero nodo che sta soffocando il Servizio Sanitario Nazionale.
«Non basta aumentare il numero dei medici per dire che la sanità funziona», prosegue Ceccarelli. «Se manca il personale che garantisce assistenza continua, presa in carico, monitoraggio clinico e gestione quotidiana dei pazienti, il sistema semplicemente non regge».
UN SISTEMA “IN ETERNA APNEA”: IL DATO CHE SMONTA LA NARRAZIONE
Per il COINA il dato più drammatico è quello relativo al rapporto tra infermieri e medici.
In Italia il rapporto è fermo a 1,3 infermieri per ogni medico, contro una media europea di 2,2. In Paesi come la Svezia si supera quota 4 infermieri per medico.
«Questo significa che altrove il sistema sanitario respira», afferma Ceccarelli. «Qui invece si continua a lavorare in apnea. E a pagare il prezzo di questo squilibrio non sono solo i professionisti sanitari, ma milioni di cittadini che attendono cure, assistenza territoriale e continuità assistenziale».
Il sindacato sottolinea inoltre che il problema rischia di aggravarsi con l’attuazione del PNRR e delle nuove strutture territoriali previste dal DM 77.
«Stiamo inaugurando Case di Comunità, Ospedali di Comunità e modelli territoriali senza avere il personale necessario per farli funzionare davvero», denuncia Ceccarelli. «Si stanno costruendo strutture che rischiano di restare scatole vuote».
PROFESSIONE SVUOTATA E FUGA DAL SISTEMA
Per il COINA il nodo centrale resta la perdita di attrattività della professione infermieristica.
«Gli infermieri italiani continuano a sostenere il peso del sistema sanitario tra carichi di lavoro fuori controllo, aggressioni, turni sempre più pesanti e stipendi che non compensano responsabilità e sacrifici», sottolinea Ceccarelli. «In queste condizioni parlare di rilancio della sanità pubblica senza affrontare la crisi infermieristica significa ignorare la realtà».
Il sindacato evidenzia inoltre come, secondo le analisi OCSE, in molti Paesi europei gli infermieri percepiscano stipendi superiori alla media salariale nazionale, mentre in Italia le retribuzioni restano sostanzialmente ferme.
CECCARELLI: “BASTA RACCONTARE UNA SANITÀ CHE NON ESISTE”
«Continuare a parlare di eccellenza sanitaria ignorando il crollo infermieristico significa raccontare un Paese irreale», conclude Ceccarelli. «Gli infermieri non sono un dettaglio organizzativo: sono la struttura portante del sistema sanitario. E se quella struttura cede, crolla tutto il resto».
«La verità è che oggi la sanità italiana regge solo grazie a professionisti stremati che coprono buchi ovunque, rinunciano ai riposi, lavorano oltre ogni limite e tengono in piedi reparti ormai svuotati di personale. Questa non è programmazione sanitaria: è sopravvivenza».
«Se il Governo continua a minimizzare il problema infermieristico mentre i dati europei certificano il nostro ritardo, allora vuol dire che esiste una distanza enorme tra i palazzi della politica e la realtà quotidiana degli ospedali italiani. E quella distanza ormai è diventata pericolosa».