martedì, 6 Ottobre 2026

Infezioni correlate all’assistenza, studio europeo 2026: 84% degli infermieri vuole saperne di più

Roma, 5 ottobre 2026 – Nursing Up: «Supportare la formazione vuol dire accrescere le conoscenze per migliorare la qualità delle cure e ridurre i rischi per i pazienti».

Professionisti già forti nelle competenze, preparati e consapevoli, ma desiderosi di sapere di più, approfondire e aggiornarsi continuamente per migliorare ulteriormente la qualità delle cure e la sicurezza dei pazienti.

È il messaggio che emerge dallo studio europeo Hygeia, pubblicato nel 2026 sull’International Journal of Hygiene and Environmental Health e condotto su 438 infermieri di Italia, Spagna, Svezia e Turchia.

Il 75% degli infermieri coinvolti aveva già partecipato ad almeno un corso di formazione sull’igiene e ben l’84% manifesta interesse per ulteriore formazione. Lo studio rileva che la maggioranza dei professionisti riferisce una buona conoscenza delle misure di igiene, prevenzione e protezione. Disinfezione, sterilizzazione e infection control emergono come ambiti sui quali concentrare ulteriormente i futuri percorsi di approfondimento.

«Questi numeri – afferma Antonio De Palma, Presidente Nazionale del Nursing Up – raccontano una professione forte, preparata e soprattutto consapevole della responsabilità che porta ogni giorno accanto ai pazienti. Gli infermieri vogliono sapere di più, approfondire, confrontarsi con l’evoluzione scientifica e continuare a crescere. È un patrimonio professionale che il nostro sistema sanitario deve saper sostenere e valorizzare».

4,3 milioni di pazienti colpiti ogni anno in Europa

La dimensione delle infezioni correlate all’assistenza spiega quanto questa volontà di crescita professionale possa incidere sulla sicurezza delle cure. Secondo l’ECDC, sulla base della rilevazione europea 2022-2023 negli ospedali per acuti, circa 4,3 milioni di pazienti nell’Unione europea e nello Spazio economico europeo contraggono ogni anno almeno un’infezione correlata all’assistenza durante il ricovero.

Le infezioni respiratorie rappresentano complessivamente quasi un terzo delle ICA rilevate a livello europeo, seguite dalle infezioni delle vie urinarie, del sito chirurgico, del sangue e gastrointestinali. A questo si aggiunge l’antibiotico-resistenza: un batterio su tre individuato nelle ICA risulta resistente ad antibiotici importanti. L’ECDC stima inoltre che almeno il 20% delle infezioni correlate all’assistenza possa essere prevenuto attraverso programmi continuativi e multifattoriali di prevenzione e controllo.

Terapie intensive: dispositivi e procedure al centro della prevenzione

Nell’Annual Epidemiological Report pubblicato dall’ECDC nel febbraio 2026, relativo alla sorveglianza europea del 2022, su 100.277 pazienti rimasti in terapia intensiva per più di due giorni, 9.802, pari al 9,8%, hanno sviluppato almeno una delle infezioni correlate all’assistenza sottoposte a sorveglianza.

Il dato sui dispositivi è particolarmente significativo: l’83% degli episodi di polmonite era associato all’intubazione, il 43% delle infezioni del sangue risultava correlato al catetere e il 95% delle infezioni delle vie urinarie era associato alla presenza di un catetere urinario.

«Dietro queste percentuali – prosegue De Palma – ci sono pazienti fragili e attività che appartengono alla quotidianità dell’assistenza. Gli infermieri sono costantemente impegnati nella gestione e nel monitoraggio di accessi vascolari, cateteri, medicazioni e pazienti sottoposti a procedure invasive. Più conoscenza significa maggiore capacità di prevenzione. Aggiornare e approfondire continuamente le competenze significa rafforzare quelle buone pratiche che rappresentano una barriera fondamentale contro le infezioni».

Il quadro italiano: 325 ospedali e oltre 60mila pazienti

Anche i dati italiani confermano la rilevanza del fenomeno. L’indagine nazionale di prevalenza negli ospedali per acuti, condotta nel novembre 2022 secondo il protocollo ECDC, ha coinvolto 325 ospedali di 19 Regioni e Province autonome e 60.404 pazienti.

La media della prevalenza dei pazienti con almeno una ICA nei singoli ospedali è risultata dell’8,8%. Le infezioni più frequentemente rilevate erano quelle del basso tratto respiratorio (19,2%), del sangue (18,8%), delle vie urinarie (17,1%) e del sito chirurgico (10,5%), oltre al Covid-19 (16,3%). Il 60,3% dei pazienti osservati era portatore di almeno un dispositivo invasivo nel giorno della rilevazione.

Un aggiornamento pubblicato dall’ISS nel 2026 sulle RSA, relativo alla rilevazione 2024, aggiunge un ulteriore elemento: su 31.670 residenti di 470 strutture, il 2,6% presentava almeno una ICA. Le più frequenti erano urinarie (37,8%) e respiratorie (33,3%).

Una professione che vuole continuare a crescere

«È questo – conclude De Palma – il messaggio che arriva dagli infermieri europei e che dobbiamo saper raccogliere anche in Italia. Professionisti già forti nelle competenze, che vogliono diventarlo ancora di più. Vogliono conoscere, capire, approfondire e confrontarsi continuamente con nuove evidenze scientifiche, nuovi rischi, procedure e strumenti. Questa volontà di crescita rappresenta una risorsa preziosa per la sanità e deve trovare il sostegno delle organizzazioni sanitarie e delle istituzioni. Ogni conoscenza in più sulla prevenzione, sulla gestione dei dispositivi, sulla disinfezione, sulla sterilizzazione e sul controllo delle infezioni può tradursi in maggiore qualità dell’assistenza e maggiore sicurezza per chi viene curato. Investire sulla crescita delle competenze degli infermieri significa investire direttamente sulla qualità e sulla sicurezza delle cure».

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