lunedì, 14 Settembre 2026

Pavimento pelvico e piccole perdite: quando un problema resta senza nome

di Cristiano Sottosopra

Da vent’anni Cristian Sottosopra gestisce un’attività di benessere intimo a Gallipoli. Al bancone vede ripetersi la stessa scena: donne che convivono con piccole perdite di urina senza aver mai dato un nome al problema. Non è un professionista sanitario e lo dice subito. Quello che propone è un confronto con chi lo è.

«Avete le palline di Cinquanta sfumature di grigio?». In negozio me lo chiedono spesso, e molte volte chi lo chiede ha in mente un’altra cosa: un ovetto vibrante con il telecomando, un gioco di coppia. In tutti e due i casi il pensiero va all’erotismo. Quando chiarisco che non stiamo parlando dello stesso oggetto, e che dietro c’è anche il tema del pavimento pelvico, la prima reazione che vedo è la sorpresa.

Chi sono e da dove parlo

Lo dico subito: non sono un medico, non sono un fisioterapista, non sono un professionista sanitario. Dal 2006 ho un’attività di benessere intimo e tra le cose che vendo ci sono anche prodotti legati al pavimento pelvico. Il mio interesse è commerciale e non lo nascondo: chi legge ha il diritto di sapere da quale posizione parlo.

Proprio per questo, quando capisco che una cliente non sa nulla dell’argomento, le consiglio di parlarne con la sua ginecologa. Non voglio essere quello che vende a tutti i costi. Dopo vent’anni, la soddisfazione più grande per me è un’altra: sapere che a qualcuno è migliorata la vita di tutti i giorni.

C’è anche un limite da dichiarare. Rispetto a vent’anni fa questi prodotti si vendono un po’ di più, ma restano volumi troppo piccoli per trarne conclusioni. Quello che racconto è quello che vedo, non una ricerca. Però il fatto che se ne parli così poco, perfino in un posto dove si entra proprio per parlare di intimità, secondo me dice già qualcosa.

Conta anche il modo in cui lavoro. Con chi entra per la prima volta non parto dai prodotti: parlo di benessere in generale e intanto osservo come la persona reagisce. C’è chi sa già cosa vuole, va dritto al punto e alle palline non si avvicina nemmeno. Se invece vedo interesse, mi fermo lì un po’ di più, perché spesso è proprio lì che si apre il dialogo. Quello che descrivo riguarda quindi una parte delle persone che entrano, non tutte.

Il salvaslip

Chiarito l’equivoco, a un certo punto sono io a tirare in ballo il salvaslip. Dico che spesso si usa anche per gestire piccole perdite di urina, e racconto i momenti in cui possono capitare: uno starnuto, una risata, un colpo di tosse.

A quel punto molte annuiscono. Mi confermano che lo usano, e qualcuna aggiunge i fastidi che si porta dietro durante la giornata. Ma è un tema che non tirano fuori da sole: arriva solo dopo che l’ho nominato io.

La riservatezza la capisco. Quello che mi colpisce è quanto una situazione del genere possa diventare un’abitudine: il salvaslip come parte della routine, le perdite come qualcosa con cui si convive.

In queste conversazioni parlo anche degli esercizi per il pavimento pelvico. Alcune li conoscono. Altre non hanno mai sentito parlare di esercizi di Kegel e non sanno nemmeno che esiste un termine medico, l’incontinenza urinaria da sforzo, per descrivere un certo tipo di perdite. Io mi fermo a quello che so con certezza: il pavimento pelvico contribuisce a sostenere gli organi pelvici e a controllare la continenza urinaria. Oltre non vado. Chi può valutare il singolo caso è il professionista, ed è a lui che rimando.

Uno spazio vuoto

Da questa scena che si ripete ho tratto un’idea che non riguarda i prodotti e nemmeno i professionisti. Riguarda la distanza tra tre cose: ciò che una persona vive, ciò che riesce a nominare e ciò di cui riesce a parlare con un professionista. In mezzo può esserci uno spazio vuoto. Io lo vedo dal mio bancone.

Cosa succede in un ambulatorio non lo so, e non ho modo di saperlo. Non dico che i ginecologi non ne parlino: non potrei affermarlo e non è quello che penso. So solo cosa arriva a me. E quello che vedo io è che, in molti casi, l’informazione non arriva. Se un disturbo non ha un nome, può essere più difficile che diventi una domanda durante una visita. E se la domanda non viene fatta, il tema rischia di restare fuori.

Quando la conversazione torna al professionista

Qualche tempo fa ho parlato con una cliente che mi sembrava scettica e poco convinta a portare l’argomento in visita. Le ho consigliato comunque di farlo. Dopo qualche settimana è ripassata in negozio e mi ha raccontato che ne aveva parlato con la sua ginecologa e che, nel suo caso, le erano stati indicati alcuni esercizi.

È un episodio solo e non ne ricavo nessuna regola. Non me ne prendo nemmeno il merito: posso solo dire che, dopo quella chiacchierata, ne ha parlato con la professionista che la segue. Per me il percorso giusto è questo: il negozio può aprire una conversazione, ma è il professionista che deve portarla avanti.

Per questo mi piacerebbe che di questi temi si potesse parlare, quando è pertinente, anche durante una visita ginecologica. Non spetta a me dire a nessuno come fare il proprio lavoro. È solo il desiderio di chi guarda la stessa questione da un’altra porta.

Un confronto sui limiti del mio ruolo

Da qui nasce la proposta con cui chiudo. Mi piacerebbe confrontarmi con fisioterapiste del pavimento pelvico e ginecologhe su due domande: quali informazioni di base è corretto dare a chi entra in un negozio come il mio e, soprattutto, quando è il momento di invitare una persona a rivolgersi a un professionista.

Non cerco una collaborazione commerciale. Voglio capire meglio fin dove arriva il mio ruolo, senza chiedere niente in cambio.

Chi sta dietro il bancone di un negozio di benessere intimo non cura e non fa diagnosi. Però può accorgersi che una persona sta convivendo con una situazione che forse non ha mai nominato. Se quel momento venisse gestito bene, con le parole giuste e il rinvio giusto, lo spazio vuoto di cui parlo potrebbe restringersi.

Cristian Sottosopra, titolare di un’attività di benessere intimo a Gallipoli dal 2006

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