Il 15 luglio 2026 la Commissione europea ha approvato Wegovy in compresse, prima formulazione orale di un agonista del recettore GLP-1 autorizzata nell’Unione europea per la gestione del peso negli adulti. Per fare il punto sulle ricadute cliniche e nutrizionali dell’autorizzazione, il team di Serenis nutrizione ha intervistato la dott.ssa Anna Cavallero, medico all’interno del percorso di gestione del peso su Serenis Nutrizione, rivolto a persone con obesità o sovrappeso per cui, se opportuno, può essere presa in considerazione anche una terapia farmacologica.Non riesci a dimagrire? Scopri il percorso di gestione del peso

Partiamo dai fatti: che cosa è stato approvato?
Nello specifico, è stata autorizzata la semaglutide 25 mg in compresse, in monosomministrazione giornaliera: la prima formulazione orale di un agonista GLP-1 con via libera europea specifica per la gestione del peso negli adulti. Un dettaglio pratico da non sottovalutare: la compressa si assume a stomaco vuoto, dopo almeno 8 ore di digiuno, e per almeno 30 minuti dopo non si deve né mangiare, né bere, né assumere altri medicinali. Riguarda adulti con obesità oppure con sovrappeso associato ad almeno una condizione correlata al peso, e, come già per la formulazione iniettabile, resta un farmaco esclusivamente su prescrizione, da affiancare a dieta ipocalorica e attività fisica.
Un equivoco comune è pensare che approvato in Europa equivalga a disponibile ovunque, da subito. Non è così. L’approvazione certifica che il rapporto tra benefici e rischi regge, per determinati profili clinici; ma prezzo, rimborsabilità e reale accessibilità dipendono dai singoli iter nazionali. In Italia, ad esempio, serve il via libera di AIFA. E, soprattutto, non significa che il farmaco diventi adatto a chiunque: indicazioni, controindicazioni e monitoraggio restano, giustamente, decisioni mediche.
In che modo interviene sul rapporto con il cibo?
Il meccanismo d’azione riproduce quello del GLP-1, l’ormone naturale che regola glicemia e appetito. Il risultato pratico è un aumento della sazietà e una riduzione di fame, desiderio di cibo e quantità totale assunta: un effetto tutt’altro che marginale, che rende più semplice ridurre l’introito calorico.
Ma la dott.ssa Cavallero è netta su un punto: “il farmaco cambia quanto si mangia, non insegna a scegliere cosa mangiare”. Non compone pasti equilibrati al posto della persona, né sostituisce l’apprendimento di abitudini alimentari sane. È qui che entra in gioco il percorso nutrizionale, che lavora su cosa si mangia, come e con quale regolarità.
Meno iniezioni, più compresse: è comunque un miglioramento?
“Per molte persone sì, ed è una notizia importante”, spiega la dottoressa. L’idea di una pillola al posto di una puntura settimanale può ridurre una barriera psicologica non da poco. Attenzione però a non idealizzarla: la compressa va presa ogni mattina, a digiuno, rispettando tempistiche rigide prima di mangiare o assumere altri farmaci – una routine che per qualcuno sarà semplice, per qualcun altro più complessa di un’unica iniezione settimanale. Per questo, secondo Cavallero, non ha senso parlare di formulazione migliore in assoluto, ma di terapia più adatta alla singola persona, in quel momento specifico. Il lavoro clinico consiste proprio nell’ascoltare abitudini ed esigenze per individuare, insieme al paziente, la soluzione con più probabilità di essere seguita nel tempo, perché sentirsi coinvolti nelle decisioni aumenta le probabilità di risultati duraturi.
Cosa dicono gli studi clinici?
Un aspetto che la dott.ssa Cavallero tiene a sottolineare: sia semaglutide sia tirzepatide sono stati testati sempre all’interno di percorsi comprensivi di alimentazione e attività fisica, elementi che facevano parte del disegno sperimentale stesso, non un contorno.
Per la formulazione orale, lo studio di riferimento è OASIS 4: oltre 300 adulti con obesità o sovrappeso e almeno una malattia peso-correlata, senza diabete, monitorati per 64 settimane, tutti con indicazioni sullo stile di vita. Risultato: perdita media di peso corporeo del 13,6% nel gruppo semaglutide orale, contro il 2,2% del placebo; una perdita di almeno il 5% del peso è stata raggiunta dal 76,3% dei trattati, contro il 30,5% del gruppo placebo.
Gli studi STEP sulla versione iniettabile hanno seguito un impianto simile, valutando il farmaco insieme a interventi sullo stile di vita, in alcuni casi con programmi comportamentali più intensivi. Le differenze tra i disegni sperimentali, precisa Cavallero, non permettono di attribuire il maggiore calo di peso al solo supporto nutrizionale; il dato solido è che il farmaco è sempre stato valutato dentro un percorso strutturato, mai isolato. Discorso analogo per gli studi SURMOUNT su tirzepatide: in SURMOUNT-3 il farmaco è stato introdotto solo dopo una prima fase di intervento intensivo sullo stile di vita.
Il nodo massa muscolare: questi farmaci fanno perdere muscolo?
Serve una risposta precisa, senza toni allarmistici. È vero che, in un calo di peso significativo, una quota della perdita riguarda anche la massa magra, variabile negli studi, spesso tra un quarto e due quinti del peso perso complessivo. Ma ridurre tutto a il farmaco fa perdere muscolo è fuorviante, per due motivi: primo, gli strumenti di misurazione usati (come la DXA) rilevano la massa magra nel suo complesso (acqua, glicogeno, organi, tessuti privi di grasso, non solo il muscolo). Secondo, una certa riduzione di massa magra accompagna fisiologicamente qualsiasi dimagrimento importante, indipendentemente dal metodo con cui viene ottenuto.
La domanda utile, secondo la dott.ssa Cavallero, non è se si perde massa magra, ma quanta massa muscolare funzionale si riesce a preservare. Ed è proprio il ruolo del percorso nutrizionale: un apporto proteico adeguato, attività fisica di forza e un monitoraggio personalizzato permettono, nella maggioranza dei casi, di limitare questa perdita, proteggendo forza, autonomia e qualità di vita, in particolare per le persone anziane o già a rischio di fragilità. “Non bisogna avere paura del farmaco, ma non va usato senza una strategia”: l’obiettivo, quando la terapia si inserisce in un percorso medico-nutrizionale completo, è perdere prevalentemente massa grassa, tutelando il patrimonio muscolare.
Sul lavoro nutrizionale quotidiano: dove si concentra l’attenzione?
Quando l’appetito cala, cambia anche il modo di mangiare, ma una minore fame non garantisce automaticamente un’alimentazione adeguata. Con porzioni più piccole, ogni scelta alimentare pesa proporzionalmente di più: diventa cruciale che ciò che si riesce a mangiare copra i fabbisogni nutrizionali reali. Non esiste una dieta standard applicabile a tutti: l’alimentazione va adattata alla risposta individuale alla terapia, tenendo conto di età, condizioni cliniche, attività fisica, sintomi e quantità di cibo effettivamente tollerata.
Gli aspetti su cui si lavora in pratica sono diversi:
- Proteine e muscolo: un apporto proteico adeguato, abbinato quando possibile ad attività fisica di forza, aiuta a preservare massa e funzione muscolare durante un calo di peso importante (il fabbisogno resta comunque da valutare individualmente).
- Densità nutrizionale: con pasti più piccoli, meglio privilegiare alimenti che apportano nutrienti senza richiedere porzioni eccessive.
- Distribuzione dei pasti: in caso di sazietà precoce, porzioni piccole, mangiate lentamente e distribuite nella giornata, sono spesso più gestibili.
- Idratazione: nausea, vomito, diarrea, stipsi o un calo generale dell’introito possono rendere difficile bere a sufficienza; i liquidi vanno distribuiti e adattati, specie nei mesi caldi, per garantire una buona idratazione.
- Fibre: utili, ma un aumento troppo rapido o senza liquidi sufficienti può peggiorare gonfiore e stipsi.
L’obiettivo, ricorda Cavallero, non è solo tagliare le calorie, ma costruire un’alimentazione sana, tollerabile e sostenibile in ogni fase del trattamento.
E gli effetti gastrointestinali?
Nausea, diarrea, stipsi, dolore addominale, difficoltà digestive e vomito figurano tra gli effetti indesiderati più frequenti della formulazione orale, in particolare all’inizio e durante l’aumento della dose. Un percorso nutrizionale, chiarisce la dottoressa, non può promettere di prevenirli o farli sparire, ma può aiutare ad adattare quantità, ritmo e composizione dei pasti, mantenere un’idratazione adeguata e riconoscere la differenza tra un disturbo gestibile, legato al farmaco, e un sintomo che richiede invece un confronto tempestivo con il medico.
Qual è, nel lungo periodo, la vera sfida?
Non perdere i risultati ottenuti. Gli studi sulla sospensione del trattamento mostrano che, una volta interrotto, fame e meccanismi biologici che favoriscono il recupero del peso possono ripresentarsi: la gestione dell’obesità non finisce quando la bilancia raggiunge un certo valore. Nell’estensione dello studio STEP 1, un anno dopo la sospensione di semaglutide e del supporto sullo stile di vita, i partecipanti avevano recuperato in media circa due terzi del peso perso. Va però precisato che, in quel caso, era stato interrotto non solo il farmaco ma l’intero percorso di accompagnamento strutturato.
Per questo l’educazione nutrizionale va avviata fin dal principio della terapia: serve a costruire competenze stabili, riconoscere fame e sazietà, organizzare pasti completi, gestire i contesti sociali, mantenere attività fisica regolare, individuare per tempo eventuali difficoltà.
Un messaggio che la dott.ssa Cavallero considera imprescindibile: questi farmaci non sono una scorciatoia, e non vanno giudicati come tali. Sovrappeso e obesità sono patologie complesse, determinate da fattori biologici, genetici, ormonali, ambientali e psicologici, non da una semplice mancanza di forza di volontà. Ecco perché la terapia farmacologica può essere un aiuto prezioso, ma resta un supporto, mai un sostituto del cambiamento delle abitudini di vita: apre una finestra di opportunità che rende più accessibili comportamenti altrimenti molto difficili da sostenere. Solo un accompagnamento che prosegue oltre la fase farmacologica, fatto di educazione, consapevolezza, cambiamento dello stile di vita, permette di consolidare il calo di peso e mantenere nel tempo i benefici metabolici e cardiovascolari ottenuti.
Cosa cambia, quindi, e cosa resta uguale con la pillola?
Cambia la formulazione, non l’obiettivo: trattare una patologia cronica come l’obesità, aiutando la persona a raggiungere e mantenere un calo di peso clinicamente significativo, sempre dentro un percorso strutturato. In pratica non serve più l’iniezione, ma la somministrazione diventa quotidiana e richiede comunque attenzione: assunzione al mattino a digiuno, con tempistiche precise da rispettare prima di mangiare, bere o prendere altri farmaci. Per alcune persone sarà un formato più familiare, ma questo non implica automaticamente una gestione più semplice della terapia. Resta da vedere l’impatto sul fronte economico: se la produzione su scala industriale portasse a costi inferiori rispetto all’iniettabile, potrebbe aprirsi un’opportunità concreta, non tanto una terapia più facile, quanto potenzialmente più accessibile a un numero maggiore di persone con indicazione clinica. Ciò che non cambia è il principio di fondo: resta una terapia su prescrizione, che richiede valutazione clinica accurata e monitoraggio nel tempo. E non cambia il ruolo del farmaco stesso: nemmeno in pillola diventa automatico mantenere i risultati. Resta un supporto, ma il vero pilastro per benefici duraturi è il cambiamento di abitudini alimentari, attività fisica e stile di vita.
Il ruolo di medico e nutrizionista, in sintesi
“Trasformare una terapia farmacologica in un cambiamento di salute duraturo”: così la dott.ssa Cavallero riassume il proprio ruolo. Significa tradurre gli effetti del farmaco nella vita quotidiana della persona, evitando che la naturale riduzione dell’appetito si traduca in un’alimentazione povera, monotona o insostenibile nel tempo. Significa valutare abitudini, fabbisogni, preferenze, sintomi e fattori di rischio per costruire un percorso realmente personalizzato, che preservi massa muscolare, benessere metabolico e qualità della vita. Ma soprattutto, aggiunge, la persona non deve mai sentirsi sola: il compito del medico non finisce con la prescrizione, così come quello del nutrizionista non si esaurisce nella consegna di una dieta. Significa accompagnare lungo tutto il percorso, ascoltare, intervenire quando qualcosa cambia o serve adattare terapia e piano alimentare, perché il successo dipende da una presa in carico continua, costruita insieme al paziente, con l’obiettivo di renderlo progressivamente autonomo e consapevole.
Il percorso di gestione del peso di Serenis Nutrizione
Serenis Nutrizione ha messo a punto un percorso online per la gestione del peso che integra supporto medico e rieducazione alimentare, con l’obiettivo di accompagnare la persona per tutta la durata del trattamento.
È pensato per chi ha già provato a perdere peso attraverso la sola dieta senza risultati sufficienti, e convive con obesità o sovrappeso. Il medico valuta il quadro clinico, l’assenza di controindicazioni e i requisiti necessari (un BMI pari o superiore a 30 kg/m², oppure un BMI pari o superiore a 27 kg/m² in presenza di patologie correlate al peso) e, se appropriato, può prescrivere un farmaco GLP-1 o il trattamento più indicato.
I punti chiave del percorso:
- Due figure professionali in sinergia: un medico, che segue valutazione clinica, esami e prescrizione farmacologica, e un biologo nutrizionista, che costruisce il piano alimentare.
- Monitoraggio costante: visite online mensili per valutare la risposta al trattamento, adattare la dieta, gestire eventuali effetti collaterali e proseguire l’educazione nutrizionale.
- Costo: 119 euro ogni quattro settimane, comprensivi dell’affiancamento e delle visite specialistiche per l’intera durata del trattamento (in media 6-9 mesi).
La dott.ssa Anna Cavallero è un medico esperto in nutrizione clinica, all’interno dei servizi di gestione del peso di Serenis Nutrizione.
Riferimenti
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