lunedì, 7 Settembre 2026

CURE PALLIATIVE, INDAGINE NURSING UP: “ACCESSO CRITICO IN OLTRE 2 PAESI UE SU 3”

DE PALMA: «Gli infermieri sono da sempre in prima linea accanto ai malati terminali e alle loro famiglie. Competenza, ascolto e presenza sono parte essenziale della cura. Ma senza organici adeguati anche il migliore modello assistenziale rischia di rimanere sulla carta»

ROMA, 7 SETTEMBRE 2026 – Cure palliative ancora caratterizzate da forti differenze nell’accesso in Europa, reti territoriali italiane da potenziare e una carenza di professionisti che rischia di pesare sempre di più sulla capacità del sistema sanitario di accompagnare i pazienti affetti da patologie oncologiche, croniche e degenerative nelle fasi più complesse della malattia.

È il quadro che emerge dall’indagine di Nursing Up, che mette insieme i più recenti dati europei e nazionali e richiama l’attenzione sul ruolo degli infermieri all’interno dei percorsi di cure palliative: professionisti chiamati non soltanto a garantire competenze clinico-assistenziali, ma anche quella continuità della presenza e della relazione che assume un valore particolare quando la persona e la sua famiglia affrontano la fase terminale della malattia.

«Gli infermieri – afferma Antonio De Palma, Presidente Nazionale del Nursing Up – sono tra i professionisti che trascorrono più tempo accanto alla persona malata e alla sua famiglia. Nelle cure palliative questo significa possedere competenze specifiche, saper riconoscere e gestire bisogni complessi, contribuire al controllo dei sintomi, ma significa anche saper ascoltare, osservare, comunicare e comprendere ciò che talvolta il paziente non riesce neppure a esprimere. Sono qualità professionali e umane che non possono essere considerate accessorie: fanno parte della qualità stessa dell’assistenza».

A mostrare la dimensione europea del problema sono i dati del rapporto “Delivering High Value Cancer Care”, pubblicato il 2 febbraio 2026 da OCSE e Commissione europea nell’ambito dell’European Cancer Inequalities Registry. L’analisi evidenzia che in oltre due terzi dei Paesi dell’Unione europea l’accesso alle cure palliative rappresenta ancora una criticità legata alla disponibilità dei professionisti e dei servizi.

La stessa analisi europea rileva una disponibilità media di circa 1,2 servizi specialistici di cure palliative ogni 100mila abitanti, con profonde differenze tra i diversi sistemi sanitari. Tutti i Paesi UE considerati dispongono ormai di strutture e politiche dedicate alle cure palliative, ma permangono differenze significative nell’accessibilità e nell’effettiva attuazione dei percorsi assistenziali.

«I numeri – sottolinea De Palma – ci dicono che non siamo davanti a una criticità marginale. L’Europa deve confrontarsi con l’invecchiamento della popolazione e con un numero crescente di persone affette da patologie croniche, oncologiche e degenerative. Le cure palliative devono diventare sempre di più una componente strutturale dell’assistenza, accessibile indipendentemente dal territorio in cui una persona vive e sostenuta da professionisti numericamente sufficienti e adeguatamente formati».

Per l’Italia, una delle principali fragilità rimane proprio quella degli organici. Il Country Health Profile Italy 2025, realizzato da OCSE e Commissione europea, rileva 6,9 infermieri ogni 1.000 abitanti contro una media dell’Unione europea di 8,4, con una densità quindi inferiore di oltre il 20% rispetto alla media UE.

Il rapporto registra inoltre appena 1,3 infermieri per medico, uno dei rapporti più bassi dell’Unione europea, e individua nella carenza infermieristica un ostacolo strutturale allo sviluppo di modelli di assistenza maggiormente integrati.

«Questi divari – prosegue De Palma – diventano ancora più significativi quando parliamo di cure nelle quali il tempo dedicato alla persona, la continuità e la presenza del professionista sono determinanti. Non possiamo chiedere agli infermieri di garantire assistenza ad altissima complessità clinica, relazionale ed emotiva senza mettere a loro disposizione organici, formazione e organizzazioni adeguate.

Accanto alla competenza tecnica esiste una dimensione della professione che i numeri difficilmente riescono a raccontare: essere presenti nei momenti di maggiore fragilità, riconoscere una paura, ascoltare un familiare, rispettare i tempi e la dignità della persona. Non sono gesti separati dall’assistenza. Sono assistenza».

Anche il quadro organizzativo italiano mostra la necessità di proseguire nel rafforzamento delle reti. AGENAS, attraverso il monitoraggio e l’analisi dei piani regionali, ricorda che l’obiettivo nazionale è raggiungere entro il 2028 una copertura delle cure palliative pari al 90% della popolazione interessata, attraverso programmi regionali sottoposti a monitoraggio periodico.

L’Agenzia ha inoltre proseguito nel 2025, con dati aggiornati fino al 31 dicembre, il monitoraggio dell’assistenza territoriale previsto dal DM 77, comprendendo cure palliative e assistenza domiciliare.

Per la rete territoriale sono previsti standard di una Unità di Cure Palliative Domiciliari ogni 100mila abitanti e 8-10 posti letto hospice ogni 100mila abitanti, all’interno di un sistema chiamato a garantire la presa in carico globale della persona e della famiglia tra ospedale, ambulatorio, domicilio e hospice.

«Gli standard sono indispensabili – evidenzia De Palma – ma devono tradursi in servizi realmente disponibili. Una rete non è fatta soltanto di strutture: è fatta prima di tutto di professionisti. Un hospice, un servizio domiciliare o una Unità di Cure Palliative possono rispondere davvero ai bisogni dei cittadini soltanto se dispongono di personale sufficiente per garantire continuità e qualità dell’assistenza».

In questo percorso il ruolo dell’infermiere è centrale. Il professionista monitora l’evoluzione delle condizioni cliniche, contribuisce alla gestione del dolore e degli altri sintomi, garantisce continuità assistenziale, intercetta bisogni e fragilità e opera all’interno dell’équipe multidisciplinare tra ospedale, hospice e domicilio.

Ma la peculiarità delle cure palliative rende altrettanto importante la relazione costruita con la persona e con chi le sta accanto. Ascolto, empatia, capacità di comunicare, rispetto dei silenzi e sensibilità nel riconoscere i bisogni della persona e della famiglia accompagnano la competenza clinica e contribuiscono alla qualità complessiva della presa in carico.

«Ci sono momenti – osserva De Palma – nei quali una persona ha bisogno di una terapia somministrata correttamente e di sintomi controllati, ma anche di sapere che accanto a sé c’è un professionista capace di ascoltarla e comprenderla. E ci sono famiglie che hanno bisogno di essere orientate, sostenute e accompagnate. L’infermiere unisce quotidianamente competenza e relazione, tecnica e capacità di prendersi cura della persona nella sua interezza. È questo patrimonio professionale e umano che dobbiamo mettere nelle condizioni di esprimersi pienamente».

Per Nursing Up occorre quindi accelerare sul rafforzamento delle reti territoriali e domiciliari di cure palliative, sugli organici, sulla formazione specifica e sulle équipe multidisciplinari, riducendo le differenze territoriali e garantendo percorsi realmente accessibili.

«La sfida dei prossimi anni – conclude De Palma – è trasformare gli obiettivi programmati in assistenza concreta. Servono più professionisti, reti realmente operative e continuità tra ospedale, territorio, hospice e domicilio. Ma dobbiamo anche difendere il tempo della cura: il tempo necessario per ascoltare, osservare, comprendere e stare accanto alla persona.

La qualità delle cure palliative si misura certamente nella capacità di controllare dolore e sintomi e nella solidità dell’organizzazione sanitaria, ma anche nella capacità di non lasciare soli il malato e la sua famiglia nei momenti di maggiore fragilità. Gli infermieri rappresentano ogni giorno uno dei punti fondamentali di questa presenza. Metterli nelle condizioni di svolgere pienamente il proprio ruolo significa tutelare concretamente qualità, dignità e umanità dell’assistenza».

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