Roma, 23 luglio 2026 – Mentre si sta sviluppando la contrattazione collettiva nazionale per il personale del SSN, sia per il comparto sia per la dirigenza, le parti – sicuramente i lavoratori – si rendono sempre più conto che le condizioni di lavoro nella sanità pubblica sono al limite della rottura del patto di alleanza storica che le ha caratterizzate.
Un patto che garantiva di lavorare in un contesto di prestigio, per un ruolo di elevato valore sociale, con un trattamento soddisfacente per mantenere dignitosamente una famiglia, opportunità per chi merita di avere una carriera, la consapevolezza di poter dare un contributo fondamentale alla società prevenendo le malattie, curando, riabilitando e prendendo in carico le debolezze di chi ha un bisogno reale. Ergo: assicurare Livelli Essenziali di Assistenza, non prestazioni voluttuarie o inappropriate ma solo ciò che serve veramente.
Veramente però questo succede sempre meno, e i cittadini lo sanno benissimo, visto che i LEA vengono considerati raggiunti anche quando si attestano su un 60% di reale erogazione (ben meno del 100% che dovrebbe caratterizzare una prestazione essenziale) e le liste d’attesa sono penose rappresentazioni della domanda di salute dirottata sul privato.
Chi non lo sa ancora sono i soloni dell’economicismo sanitario che ci hanno regalato l’aziendalizzazione delle USL trasformando un diritto costituzionale “fondamentale” (art. 32) in una somma di prestazioni (l’output), e la somma di prestazioni in un immane mercato con finanziamento a prestazione (DRG – DM 15/4/1994), e poi ancora nel 2001, con una modifica costituzionale del Titolo V agli artt. 17 e 18 che da quel momento definiscono la tutela della salute una materia di “legislazione concorrente”, frazionando quel mercato nazionale in un suk interregionale governato dall’economia competitiva della mobilità sanitaria. Nel 2011 il federalismo fiscale ha ulteriormente alterato l’uniformità della tutela nazionale della salute e ha istituito i millenari “piani di rientro”.
Il dr. Caligari nel suo angosciante gabinetto non avrebbe saputo fare di meglio.
I quattro principi cardine del SSN, istituito dalla Legge 833/1978 (governo di solidarietà nazionale) – è sempre bene ricordarli anche solo per rimpiangerli – sono: “Universalismo”, cioè tutela la salute di tutti i cittadini. Anche gli stranieri residenti, gli irregolari, i detenuti hanno diritto alle cure. “Uguaglianza”: ovvero stessa possibilità di accesso alle prestazioni per tutti, senza discriminazioni di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali. “Globalità”: copertura di tutti i reali bisogni di salute: prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione. “Equità”: quando ognuno contribuisce in base alle proprie possibilità economiche, principalmente con la fiscalità generale, ma in un paese in cui il 45% dei cittadini non paga di tasse nemmeno la quota pro capite della spesa sanitaria si può solo parlare di iniquità.
Oggi gli atti di indirizzo per i CCNL del personale sanitario emanati dalle Regioni rappresentano adeguatamente le problematiche e avanzano suggestive soluzioni, che non hanno però né il sostegno di una base giuridica innovativa, né una volontà politica e il necessario coinvolgimento delle parti sociali, men che meno le risorse necessarie per una svolta strategica tangibile e duratura.
Si dibatte da tempo, ma su basi teoretiche non certo fattive, della necessità di valorizzare – per prima cosa – il personale quale risorsa basilare del sistema salute.
Chi potrebbe pensare che, invece, si agisca in senso opposto?
Facciamo un esempio di quali interventi politici e manageriali si sono agiti per valorizzare un medico o un sanitario dipendente:
1. Dopo un decennio di blocco della contrattazione e degli stipendi (mentre l’evasione fiscale nazionale restava inviolata) si è appiattita, se non azzerata la possibilità di carriera; per dirla in altro modo non c’è più speranza di diventare “primari” perché le strutture complesse sono state falcidiate dall’accorpamento delle Aziende a dalla strategia “togli 3 e paghi 1” delle direzioni generali. Generando al contempo una concentrazione delle relazioni di potere.
2. Il ruolo di dirigente del personale sanitario comporta una gabbia normativa tipica del dipendente della burocrazia statale (Dlgs 165/2001). Nessuno si è ancora accorto che riconoscere una (modesta) indennità di specificità medica non indennizza minimamente dalle ricadute di una normativa che nulla ha a che fare col mondo attuale della sanità pubblica che è permeata e incalzata da una sanità privata totalmente libera da vincoli. Come si può ritenere che un medico di una neurochirurgia, di una rianimazione o di un pronto soccorso pediatrico sia regolato e gestito pressappoco come un dirigente del catasto che coltiva pratiche polverose?
3. Come è possibile che nessuno si sia accorto che a reggere l’impalcatura del SSN sono rimasti i dirigenti medici e sanitari e che, comunque sia, una risposta la devono dare 24 ore al giorno ogni giorno mentre, per esigenze largamente programmabili e non programmate di personale, oggi c’è una mercato fiorente di gettonisti che, se da un lato alleviano la tensione lavorativa nei reparti, nel momento della verifica del trattamento economico aumentano vertiginosamente la tensione di chi guadagna in un mese ciò che il gettonista guadagna in una settimana?
4. Come si pensa di fidelizzare il personale se si costruiscono complicati marchingegni algoritmici per giustificare e decurtare il monte ore lavorato extra orario mai pagato a sanitari dipendenti i cui stipendi negli ultimi 10 anni hanno perso potere d’acquisto mentre gli analoghi dipendenti degli altri paesi OCSE hanno avuto aumenti del 35%?
5. Come si pensa di valorizzare i lavoratori del settore più specialistico ed evolutivo della pubblica amministrazione se si sottoscrivono per anni contratti che prevedono 4 ore settimanali, delle 38 dell’orario di lavoro dei dirigenti sanitari, per la formazione e l’upgrade delle competenze ma regolarmente le 4 ore non assistenziali si trasformano in lavoro ininterrotto?
6. L’ultima dose di anestetico per evitare la fuga in massa dal SSN sembra essere l’abolizione dell’esclusività di rapporto per i medici e i sanitari che hanno una opportunità di esercizio libero professionale remunerante. Orbene, sarebbe interessante sentire i fuoriclasse, che avevano coniato lo slogan: “non puoi giocare al mattino con l’Inter e nel pomeriggio col Milan”, quale metafora calcistica troveranno per andare nei convegni a rivendere la questione ai fini del “liberi tutti”. A distanza di un quarto di secolo dalla sua istituzione il tema dell’esclusività di rapporto merita indubbiamente una riflessione seria anziché una sparata preelettorale o una contrapposizione ideologica da curva sud/nord. È evidente che ai medici si può prospettare una facile e allettante alternativa: non abbiamo soldi per pagarvi meglio quindi fatevi pagare da chi ha bisogno di voi e se lo può permettere. La salute, quindi, non sarà più un diritto costituzionale ma una possibilità legata al reddito?
L’Aran agisce la negoziazione secondo quanto disposto dai datori di lavoro, ma i datori di lavoro – Regioni e Governo – stanno perdendo tempo prezioso per mettere in sicurezza la sanità pubblica alleandosi con il patrimonio professionale che invece viene ancora una volta mortificato e depistato su questioni marginali.
Non sorprende che il Governo, o parte di esso, ipotizzi una valvola di decompressione che vada incontro alle aspettative economiche di chi sa di poter mettere a mercato la propria professionalità, giusto perché il mercato primario ha chiuso i rubinetti dell’assistenza universalistica.
Sorprende che non ci sia una sede dove discutere razionalmente delle criticità che indubbiamente richiedono sforzi di intelligenza e buona volontà non banali.
Sorprende che su una questione drammatica come la sostenibilità della sanità pubblica si agisca in modo disinvolto per procacciare consensi mediatici che non daranno frutti. Sorprende che le Regioni, dall’alto della loro invocata autonomia, non esibiscano un pensiero organico, rimanendo in ostaggio del MEF e della solita logorante negoziazione del Fondo sanitario nazionale. Secondo il DFP 2026, la spesa sanitaria pubblica è destinata a crescere gradualmente: dai circa 141,5 miliardi di euro previsti per il 2025 a oltre 159 miliardi nel 2029. Tuttavia, il rapporto tra spesa per la salute e Prodotto Interno Lordo resterà pressoché stabile, attorno al 6,4%.
Non sorprende, infine, che sia iniziato un depistaggio dai problemi reali attraverso una chiamata alle armi contro l’esclusività, o contro la sua abolizione. Ormai gran parte dell’azione politica si forma contro qualcosa; forse in assenza di un progetto cui agire pro.
E a favore dell’universalità e dell’equità qualcuno è disposto a cercare una via d’uscita da questa palude inquinata che danneggia prima di tutto la salute dei cittadini?
La prima urgenza riguarda anche una riflessione intersindacale unitaria per definire un posizionamento e un progetto sui temi fondamentali della sanità. Sin quando le diverse letture della situazione non si espliciteranno in una sintesi unitaria la sanità pubblica sarà priva di tutori consapevoli e sarà fatta a brandelli.