giovedì, 16 Luglio 2026

Report Nursing Up: “Caldo estremo mette a rischio salute dei professionisti sanitari e sicurezza cure”

ROMA, 16 LUGLIO 2026 – Lo stress termico negli ospedali non rappresenta più soltanto un problema di benessere lavorativo, ma una questione di sicurezza delle cure. È la posizione del Nursing Up, che richiama le più recenti evidenze scientifiche internazionali e i casi registrati nelle ultime settimane in diverse strutture sanitarie italiane per chiedere con urgenza un monitoraggio nazionale specifico e interventi strutturali nelle aziende sanitarie.

Il sindacato ricorda che le analisi del progetto Worklimate di INAIL e CNR, pubblicato nel 2025, associano alle alte temperature circa 4.000 infortuni sul lavoro ogni anno, pari a oltre l’1% del totale, mentre uno studio epidemiologico nazionale condotto su oltre 2,2 milioni di infortuni evidenzia un’associazione significativa tra temperature estreme e rischio di incidente, con migliaia di eventi attribuibili ogni anno al caldo e al freddo.

Secondo il Nursing Up, la cronaca recente conferma la gravità del fenomeno: il 25 giugno 2026 al Businco di Cagliari un guasto alla climatizzazione ha interessato tutti i piani dell’ospedale, con intervento di Nas e Spresal; il 30 giugno al San Paolo di Milano nei reparti sono state registrate temperature vicine ai 31 gradi, insieme a infiltrazioni, allagamenti, carichi assistenziali elevati e riposi saltati; il 24 giugno alle Molinette e al Maria Vittoria di Torino il raffrescamento risultava ancora non uniforme, con aree prive di climatizzazione fissa; il 4 giugno al San Camillo di Trento sono state nuovamente segnalate criticità dell’impianto di climatizzazione, problema che si ripete da almeno tre anni e che ha portato alcuni professionisti sanitari ad acquistare autonomamente ventilatori per recuperare durante i turni.

Per il Nursing Up il fenomeno non può più essere considerato soltanto una questione di benessere lavorativo. Infermieri e professionisti sanitari vivono infatti una doppia esposizione: durante le ondate di calore possono operare per molte ore in ambienti che raggiungono o superano i 30 gradi, mentre aumenta contemporaneamente l’intensità assistenziale, la complessità clinica dei pazienti e il carico fisico richiesto dai turni.

Turni prolungati, movimentazione dei pazienti, utilizzo dei dispositivi di protezione individuale e temperature elevate favoriscono disidratazione, cefalea, vertigini, difficoltà respiratorie, affaticamento e perdita di concentrazione. Quando questi effetti riguardano chi somministra terapie, assiste pazienti critici, utilizza apparecchiature e prende decisioni rapide, il rischio non è soltanto occupazionale, ma coinvolge direttamente la sicurezza delle cure.

A sostegno della richiesta, il sindacato richiama la scoping review pubblicata nel gennaio 2025 su Public Health Nursing, oltre agli studi comparsi sul Journal of Hospital Infection e su Annals of Work Exposures and Health. La revisione, realizzata da ricercatori della Charles Sturt University (Australia), ha analizzato 15 studi, rilevando effetti negativi dello stress termico in 13 casi, soprattutto durante l’utilizzo dei dispositivi di protezione individuale.

Tra le ricerche considerate figura un’indagine su 428 professionisti sanitari, nella quale il 96,5% definisce estenuante lavorare con i DPI durante le giornate calde, il 93% riferisce difficoltà respiratorie e l’86% segnala una riduzione della capacità di concentrazione. Uno studio pubblicato sul Journal of Hospital Infection, condotto su circa 1.100 professionisti sanitari britannici, conferma che il calore prodotto dai DPI compromette prestazioni fisiche e cognitive, favorendo sudorazione eccessiva, disidratazione, cefalea, stanchezza, vertigini e difficoltà di concentrazione. Nella stessa direzione va la ricerca pubblicata nel 2025 su Annals of Work Exposures and Health dai ricercatori dell’Università Ludwig Maximilian di Monaco, secondo cui l’aumento delle temperature interne e l’utilizzo degli indumenti protettivi incrementano lo stress termico, con possibili ripercussioni sulla salute dei professionisti sanitari, sulla sicurezza e sulla qualità delle prestazioni lavorative.

«Quando a essere esposto è chi somministra farmaci, assiste pazienti critici e prende decisioni cliniche, il problema non riguarda soltanto il lavoratore, ma l’intera organizzazione sanitaria», afferma Antonio De Palma, presidente nazionale del Nursing Up.

«Oggi non esiste una banca dati nazionale pubblica che indichi quanti infermieri, medici e operatori sociosanitari abbiano subito malori o infortuni direttamente attribuibili allo stress termico. Chiediamo quindi al Ministero della Salute, alle Regioni e all’INAIL di attivare un monitoraggio nazionale specifico e di promuovere piani strutturali nelle aziende sanitarie per prevenire il rischio caldo, monitorare le condizioni microclimatiche degli ambienti di lavoro e tutelare contemporaneamente professionisti sanitari e pazienti. Lo stress termico non è più soltanto un problema di benessere lavorativo: è una questione di sicurezza delle cure che richiede una strategia nazionale permanente di prevenzione».

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