All’ESHRE 2026 di Londra, tre studi italiani spostano la medicina della riproduzione da una logica di tentativi isolati a un progetto di genitorialità personalizzato. Abbandono precoce, potenziale biologico della coppia e continuità delle cure diventano le nuove bussole di riferimento per i clinici
Londra, 8 luglio 2026 – Per molte coppie che intraprendono un percorso di Procreazione Medicalmente Assistita (PMA), l’incertezza comincia prima del primo tentativo: non sapere se si arriverà in fondo, se vale la pena continuare dopo un insuccesso, non avere strumenti per capire se e come proseguire. Oggi però la ricerca scientifica ha trasformato il volto della PMA, cambiandone il paradigma, trasformandola da tecnica del tentativo a medicina della genitorialità, in grado di accompagnare le coppie lungo un percorso disegnato su misura. E’ quanto mettono in evidenza tre studi italiani presentati all’Annual Meeting dell’European Society of Human Reproduction and Embryology (ESHRE) 2026, in corso a Londra dal 5 all’8 luglio.
Molte coppie si fermano prima ancora di iniziare
Lo indica una revisione sistematica guidata dalla Dottoressa Federica Battista (1), che masterizzanda presso l’Università di Pavia e ginecologa del Centro Genera di Roma, che ha analizzato 55 studi pubblicati tra il 1984 e il 2025. Lo studio introduce anche il concetto di non-conversion rate, cioè il mancato avvio del trattamento dopo la prima consulenza clinica: un momento precoce e spesso poco visibile di scoraggiamento, che riguarda il 23% dei pazienti nel privato e il 12% nel pubblico. Pesano su questi numeri diversi fattori, tra cui la prognosi clinica, i ripetuti insuccessi, l’età materna, il carico psicologico, gli aspetti economici e quelli organizzativi. Per questo, secondo gli autori, la continuità delle cure deve diventare un indicatore centrale nella valutazione dell’efficacia della PMA.
“Il successo della PMA non può essere letto solo come esito del singolo ciclo”, spiega Alberto Vaiarelli, coordinatore Medico Scientifico del centro Genera Roma e co-coordinatore del Master in Biologia e Biotecnologia della riproduzione, dalla Ricerca alla Clinica dell’Università di Pavia. “Dobbiamo considerare il percorso nel suo insieme: quante coppie arrivano davvero al trattamento, quante riescono a proseguire dopo un insuccesso, quanti ovociti abbiamo a disposizione e quale potenziale biologico hanno. È questa integrazione tra dati clinici e accompagnamento della coppia che può rendere il counselling realmente personalizzato”.
Ogni ovocita conta, ma il profilo della coppia conta di più
Quanto pesa, concretamente, il potenziale biologico di una coppia sulle possibilità di avere un figlio? Due studi coordinati da ricercatori del centro Genera di Roma e IVIRMA* Global Research Alliance provano a rispondere con i numeri: la continuità del percorso è decisiva anche perché ogni ovocita maturo recuperato può contribuire al progetto familiare. Uno studio guidato dalla ginecologa Erika Pittana (2), dottoranda del Dipartimento di Biomedicina e Prevenzione dell’Università di Roma Tor Vergata, di IVIRMA Global Research Alliance e ginecologa del centro Genera di Roma, ha analizzato 6.507 coppie sottoposte fino a sei tentativi di fecondazione in vitro entro tre anni, tra il 2010 e il 2020.
I risultati mostrano che ogni ovocita maturo recuperato in più è associato a un aumento del 5,4% delle possibilità di ottenere almeno un nato vivo e del 6,5% di ottenere due nati vivi entro tre anni. È il cuore del concetto di family-building: non misurare la PMA solo sul singolo trattamento, ma sul progetto riproduttivo complessivo.
Il numero di ovociti, però, non basta da solo a spiegare le possibilità di successo. Un secondo studio, presentato dal Dottor Pasquale Petrone (3), ginecologo presso il centro IVI di Roma e parte della IVIRMA* Global Research Alliance, ha analizzato 5.793 coppie e 37.514 ovociti maturi raccolti tra il 2010 e il 2020, valutando la probabilità stimata che un singolo ovocita maturo contribuisca a un nato vivo.
Il valore medio osservato è pari al 7,7%, ma cambia in base al profilo clinico della coppia: ogni anno in più di età materna è associato a una riduzione dello 0,9%, mentre la presenza di un grave fattore maschile comporta un’ulteriore riduzione del 2%.
Secondo gli autori, questi dati rafforzano il ruolo di strategie più personalizzate, efficienti nei tempi e orientate alla continuità del percorso. Nei casi selezionati, percorsi più rapidi e strategie multiciclo, come la doppia stimolazione ovarica nello stesso ciclo (la DuoStim), potrebbero aiutare a ridurre il carico complessivo del trattamento. Servono però ulteriori studi prospettici per valutarne l’impatto sul tasso di abbandono.
“Parlare di PMA oggi significa uscire dalla logica del ‘dentro o fuori’ al primo tentativo”, conclude Vaiarelli. “Ogni coppia ha una storia clinica diversa, una diversa riserva ovarica, un diverso potenziale biologico e anche una diversa capacità di sostenere il percorso. Per questo la medicina della riproduzione deve essere sempre più predittiva, personalizzata che tiene conto anche del carico emotivo e per questo capace di accompagnare le persone nel tempo”.
Bibliografia
Treatment discontinuation in IVF: an in-depth characterization across different settings
Authors
Federica Battista1,2, Valeria Perone1, Giosuè Giordano Incognito3, Marilena Taggi4, Federica Innocenti4, Alessandro Ruffa1, Erika Pittana1,5, Giuseppe Ettore3, Carla Ettore3, Silvia Colamaria1, Laura Rienzi4,5, Rossella Elena Nappi 7,8, Danilo Cimadomo2,4, Alberto Vaiarelli1
Affiliations