“Per secoli l’artigianato è stato uno dei pilastri dell’identità italiana: botteghe, laboratori, mestieri tramandati di generazione in generazione. Un patrimonio fatto di mani esperte, creatività e saper fare unico al mondo. Oggi, però, quel mondo sta lentamente svanendo. Le botteghe chiudono, gli artigiani invecchiano, i giovani non subentrano. E l’Italia rischia di perdere non solo un settore economico, ma una parte della propria anima culturale. E i fatti parlano chiaro: ogni anno migliaia di imprese artigiane rischiano di chiudere. Le cause sono molteplici: costi di gestione sempre più alti, concorrenza della produzione industriale e del low cost, burocrazia complessa, difficoltà nel trovare personale qualificato. Molti artigiani lavorano da soli, senza ricambio generazionale, e quando vanno in pensione la bottega chiude con loro. C’è poi la concorrenza del “tutto e subito”. L’artigianato vive di lentezza, cura, personalizzazione. Il mercato globale, invece, vive di velocità e quantità. Piattaforme online e catene internazionali offrono prodotti economici, immediatamente disponibili e standardizzati. Per il consumatore medio, inoltre, la differenza tra un oggetto fatto a mano e uno industriale non è sempre evidente. E così il valore dell’artigianato si perde nella logica del “compra, usa, sostituisci”. Cosa fare? La crisi dell’artigianato non è un destino inevitabile, ma il risultato di scelte economiche e culturali che hanno privilegiato la quantità sulla qualità, la velocità sulla competenza, il prezzo sul valore. Se non si interviene con politiche mirate, formazione moderna e un vero riconoscimento sociale del lavoro manuale, l’Italia rischia di perdere uno dei suoi patrimoni più preziosi. E quando un mestiere scompare, non torna più: con esso svanisce un pezzo di storia che nessuna tecnologia potrà replicare. Bisogna invertire la rotta”. Cosi, in una nota, Carmela Tiso, portavoce nazionale di Accademia Iniziativa Comune e presidente della associazione Bandiera Bianca.