venerdì, 5 Giugno 2026

CARENZA INFERMIERI IN LOMBARDIA, COINA: «BERTOLASO DICE CHE STIPENDI SONO TROPPO BASSI. ALLORA PERCHÉ CONTINUIAMO A INSEGUIRE INFERMIERI DALL’ESTERO?”

CECCARELLI (SEGRETARIO NAZIONALE COINA): «COME UN MODERNO MARCO POLO, BERTOLASO DA ANNI INSEGUE LA CHIMERA DI PROFESSIONISTI STRANIERI, DALL’AMERICA LATINA ALL’UZBEKISTAN. 

ATTENZIONE POI AI NUMERI DELLA CARENZA DI PROFESSIONISTI: 2500 E’ UN DATO NETTAMENTE SOTTOSTIMATO, IN LOMBARDIA MANCANO 10MILA INFERMIERI!»

ROMA, 5 GIUGNO 2026 – Le dichiarazioni dell’assessore al Welfare della Lombardia Guido Bertolaso sulla carenza infermieristica aprono uno squarcio di verità su un problema che il COINA, sindacato delle professioni sanitarie, denuncia da anni: gli stipendi degli infermieri italiani non sono più compatibili né con il livello di responsabilità, richiesto né con il costo della vita lombardo.

Secondo Bertolaso, in Lombardia mancherebbero tra i 2.500 e i 3.000 infermieri e ogni anno circa 3.000 professionisti lascerebbero il sistema sanitario regionale. Per il COINA, tuttavia, la situazione reale è drammaticamente molto più grave.

«Stentiamo a comprendere la posizione dell’assessore Bertolaso, del quale non mettiamo in discussione l’impegno profuso in questi anni, ma che continua a muoversi dentro una contraddizione evidente», dichiara Marco Ceccarelli, Segretario Nazionale del COINA. «Da una parte ammette che gli stipendi sono troppo bassi, che la Svizzera continua ad attrarre infermieri italiani e che il costo della vita in Lombardia per un infermiere è diventato insostenibile. Dall’altra continua a presentare come soluzione strutturale campagne di reclutamento internazionale dall’America Latina fino all’Uzbekistan».

Per il sindacato la Lombardia resta la regione italiana con la maggiore emergenza infermieristica, contando ad oggi una carenza attendibile di almeno 10mila infermieri.

«I numeri indicati oggi da Bertolaso fotografano soltanto una parte del problema», prosegue Ceccarelli.

A confermare la gravità della situazione sono soprattutto i territori di confine. Nella sola provincia di Varese, secondo i dati richiamati dagli Ordini professionali, si registrano mediamente circa 20 infermieri al mese che scelgono la Svizzera. 

A Como, in un solo anno, oltre 100 professionisti sanitari hanno lasciato il sistema italiano per trasferirsi oltreconfine. Como, Varese, Lecco e Sondrio rappresentano oggi il principale corridoio di fuga del personale infermieristico lombardo verso il Canton Ticino. Mentre la Regione parla di 2.500-3.000 professionisti mancanti, il fenomeno continua ad alimentare un’emorragia che dura ormai da anni.

Il nodo centrale resta quello economico. 

Oggi un infermiere del nostro Servizio sanitario nazionale percepisce mediamente 1.700 euro netti al mese, mentre in Canton Ticino gli stipendi medi partono da circa 75mila-82mila franchi annui (circa 80mila-87mila euro), equivalenti a retribuzioni mensili che possono oscillare indicativamente tra 6.500 e 7.300 euro lordi, corrispondenti in molti casi a compensi netti che partono da circa 4.800 euro mensili. Con alcuni anni di esperienza si arriva facilmente a 85mila-92mila franchi annui (circa 91mila-98mila euro), pari a circa 7.500-8.200 euro lordi al mese, mentre professionisti ancora più esperti o specializzati possono superare i 100mila-110mila franchi annui (circa 107mila-118mila euro), raggiungendo oltre 9mila euro lordi mensili. Nella maggior parte dei casi il differenziale economico supera ampiamente il doppio e può arrivare anche a essere oltre il triplo rispetto alle retribuzioni italiane.

Il confronto con il costo della vita lombardo rende il quadro ancora più evidente. A Milano il canone medio di un bilocale supera ormai frequentemente i 1.100-1.300 euro mensili, mentre tra affitto, trasporti, utenze e spese essenziali una quota enorme dello stipendio viene assorbita già nelle prime settimane del mese. In queste condizioni la concorrenza svizzera diventa praticamente irresistibile per molti professionisti, soprattutto nelle province di confine.

A rendere ancora più evidente il fenomeno è la situazione delle province di confine lombarde.

Como, Varese, Lecco e Sondrio continuano a rappresentare l’epicentro della fuga verso il Canton Ticino. Le stesse istituzioni regionali hanno riconosciuto il problema introducendo incentivi straordinari fino a circa 5.400 euro annui per gli infermieri delle aree di confine nel tentativo di contrastare l’esodo verso la Svizzera. 

Secondo le stime richiamate negli ultimi anni nel dibattito regionale, sarebbero circa 4.000 gli infermieri frontalieri lombardi che lavorano già in Svizzera, provenienti in larga parte proprio dalle province di Como, Varese, Lecco e Sondrio. 

«E allora la domanda è semplice», conclude Ceccarelli. «Se sappiamo che migliaia di infermieri lombardi attraversano il confine perché trovano stipendi da 6.000-7.000 franchi al mese, migliori condizioni di lavoro e maggiori prospettive professionali, perché continuiamo a cercare personale a migliaia di chilometri di distanza invece di fare il massimo per trattenere chi abbiamo già formato nelle nostre università?»

«Da anni l’assessore Bertolaso incarna la discutibile figura di un “moderno Marco Polo” della sanità lombarda: prima l’America Latina, oggi l’Uzbekistan. Ma la vera priorità dovrebbe essere fermare l’emorragia delle nostre eccellenze. Non si può continuare a cercare infermieri a cinquemila chilometri da Milano quando non si riesce a convincere quelli formati a Milano e dintorni a restare. La Lombardia rischia di diventare la più grande scuola di formazione infermieristica della Svizzera: formiamo professionisti con risorse pubbliche italiane e li vediamo partire verso sistemi sanitari che riconoscono meglio il loro valore economico e professionale. Servono stipendi adeguati, valorizzazione professionale, carriere attrattive e numeri reali. Solo così si potrà invertire una crisi che rischia di diventare irreversibile».

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