A Verona, il 22 e 23 maggio, il convegno “Ti racconto la storia…D” farà il punto sulle nuove evidenze scientifiche, compresa la correlazione tra vitamina D e inquinamento. Uno studio condotto su circa 600 soggetti sani residenti in città ha dimostrato che, rispetto agli anni Duemila, i livelli di contaminazione atmosferica si sono ridotti del 40%.
Verona, 19 maggio 2026 – Verona continua a fare scuola nel campo della ricerca e applicazione della vitamina D in ambito medico. Nuovi studi e aggiornamenti epidemiologici verranno presentati in occasione di “Ti racconto la storia…D”, convegno di respiro nazionale in programma venerdì 22 e sabato 23 maggio all’Hotel Leon d’Oro di Verona. I dati parlano chiaro: più di 9 pazienti geriatrici su 10 presentano livelli bassi di colecalciferolo, ma il problema non riguarda soltanto la popolazione anziana: anche tra i giovani adulti circa una persona su due registra valori non sufficienti. Due giornate di confronto scientifico per rileggere il ruolo della Vitamina D alla luce delle evidenze più recenti, della pratica clinica e dell’eredità della scuola veronese del professor Silvano Adami, figura di riferimento internazionale nello studio dell’osteoporosi e del metabolismo minerale. Il convegno nasce anche sulla volontà di tributo alla figura del prof. Adami mancato dieci anni fa, ancora oggi una delle figure più autorevoli nel campo dell’osteoporosi, del metabolismo minerale e delle malattie metaboliche dello scheletro. Il tema conserva un forte rilievo epidemiologico e clinico. L’Italia è ancora tra i Paesi europei con la maggiore prevalenza di ipovitaminosi D, sfatando l’idea che il “Paese del sole” sia automaticamente protetto dalla carenza. Nelle fasce più fragili il dato diventa particolarmente significativo: negli anziani, soprattutto se disabili, istituzionalizzati o con patologie osteometaboliche, la vitamina D non è una semplice integrazione ma rappresenta uno strumento terapeutico da utilizzare in modo mirato. Sopra i 75 anni, l’assunzione quotidiana di colecalciferolo ha dimostrato di poter ridurre la mortalità del 4%, tanto da essere raccomandata in modo sistematico anche senza la necessità di documentare preventivamente uno stato carenziale, secondo un approccio di uso empirico. Questa
strategia non è in contrasto con l’appropriatezza prescrittiva, ma la razionalizza: è infatti poco razionale, oltre che inutilmente costoso, documentare una carenza in una popolazione nella quale sappiamo già, con elevata probabilità, che tale carenza è presente.
È proprio l’appropriatezza, eredità centrale della scuola scientifica di Silvano Adami, a rappresentare il filo conduttore del convegno. Dopo anni di confronto sul ruolo della vitamina D, la ricerca e la pratica clinica indicano oggi una strada più matura: non una supplementazione indistinta, proposta a tutti nello stesso modo ma una valutazione costruita sul profilo del paziente, sulle condizioni di rischio presenti e sugli obiettivi di prevenzione e cura. È il caso, in particolare, dei pazienti fragili, degli anziani, delle persone con osteoporosi, dei soggetti a rischio di caduta e frattura e delle condizioni cliniche che possono interferire con assorbimento, metabolismo o fabbisogno.
A Verona verranno presentati anche i risultati di un recente studio di correlazione tra carenza di vitamina D e inquinamento atmosferico, fattore noto per la sua azione di filtro sui raggi solari. L’analisi, condotta su una popolazione di circa 600 soggetti sani non trattati con integratori residenti in città, mostra un dato inatteso e incoraggiante: rispetto agli anni Duemila, l’inquinamento a Verona si è ridotto del 40%. Un miglioramento che, pur in un territorio come la Pianura Padana, ancora tra le aree più critiche d’Europa, contribuisce a spiegare la capacità della popolazione generale di mantenere livelli adeguati di vitamina D per buona parte dell’anno.
L’indagine, nel dettaglio, ha coinvolto 534 donatori di sangue sani tra i 18 e i 65 anni residenti nel veronese, analizzati tra il 2016 e il 2018. I ricercatori partivano dall’ipotesi che PM10, PM2.5 e biossido di azoto potessero ridurre la penetrazione dei raggi UVB e quindi ostacolare la produzione cutanea di vitamina D. Tuttavia, i risultati mostrano che la stagionalità della vitamina D resta ben conservata: i livelli minimi si registrano tra febbraio e marzo, mentre i picchi arrivano tra agosto e settembre. La concentrazione media annuale di vitamina D è risultata pari a circa 57 nmol/L, più alta rispetto agli studi italiani dei primi anni 2000. Solo il 7,1% dei partecipanti presentava una vera carenza severa (<25 nmol/L), mentre circa il 62% mostrava livelli considerati ottimali (≥50 nmol/L). Lo studio suggerisce quindi una possibile correlazione indiretta tra miglioramento della qualità dell’aria e aumento dei livelli di vitamina D rispetto al passato. Gli autori dello studio ricordano infatti che tra il 2005 e il 2019 a Verona si è registrata una riduzione del 46% delle concentrazioni di PM10 e del 38% del NO2, ipotizzando che questo possa aver favorito una migliore esposizione ai raggi UVB.
Il convegno nasce quindi come occasione di confronto scientifico, didattico e culturale su uno dei temi più discussi della medicina contemporanea. Il programma propone una rilettura storica e critica del colecalciferolo: dalla carenza alla prescrizione, dalle evidenze consolidate alle questioni ancora aperte, fino alle prospettive nella pratica clinica multidisciplinare. Il razionale del corso chiarisce infatti che l’obiettivo è superare letture semplificate e restituire alla vitamina D il suo corretto perimetro clinico: un elemento importante nella gestione della carenza e della fragilità, da interpretare in rapporto al profilo del paziente, al rischio individuale e agli obiettivi di prevenzione e cura. L’iniziativa assume un significato particolare perché si svolge a Verona, città che ha avuto un ruolo centrale nella storia italiana della ricerca sulla vitamina D e sulle malattie metaboliche dell’osso. Il convegno si colloca nel solco della scuola scientifica del professor Silvano Adami, scomparso dieci anni fa, figura di riferimento internazionale nello studio dell’osteoporosi, del metabolismo minerale e delle patologie scheletriche. Non una commemorazione formale, dunque, ma un vero passaggio di testimone scientifico: cosa abbiamo imparato dalla stagione pionieristica della ricerca sulla vitamina D? Quali evidenze si sono consolidate? Quali domande restano aperte? E, soprattutto, come tradurre le conoscenze disponibili in decisioni cliniche appropriate, sostenibili e realmente utili per i pazienti?“La domanda oggi non è più se la vitamina D serva o non serva. La domanda corretta è: in quali pazienti, con quali livelli di carenza, con quale obiettivo clinico e con quale schema di supplementazione – spiega il prof. Maurizio Rossini, tra i responsabili scientifici del convegno, Direttore UOC Reumatologia AOUI Verona e Direttore della Scuola di Specializzazione in Reumatologia dell’Università di Verona nonchè Consigliere e Coordinatore del Gruppo di Studio sull’Osteoporosi e le Malattie Metaboliche dello Scheletro della Società Italiana di Reumatologia (SIR) – La scuola veronese ha contribuito a costruire una cultura clinica della vitamina D. Oggi il nostro compito è aggiornarla, distinguendo ciò che è solido da ciò che è ancora oggetto di ricerca, ciò che appartiene alla pratica clinica da ciò che richiede ulteriori evidenze”.