mercoledì, 18 Febbraio 2026

MORTALITÀ MATERNA, AMSI-UMEM: “NEI PAESI IN GUERRA OLTRE 65% DEI DECESSI GLOBALI, PIÙ DI 170MILA MADRI MORTE NEL 2023”

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Aodi: «Nei contesti di conflitto la gravidanza diventa una condanna. Senza cure primarie, acqua potabile e controllo delle infezioni non si salvano le madri»

ROMA, 18 FEB 2026 – Oltre il 65% delle morti materne nel mondo si concentra oggi in Paesi colpiti da conflitti armati o da grave fragilità istituzionale. Nel solo 2023 si stimano più di 170mila decessi materni prevenibili in aree di guerra o in sistemi sanitari collassati, nonostante in questi contesti si registri meno del 15% delle nascite globali. In alcune aree il tasso supera i 500 decessi ogni 100mila nati vivi, con un rischio fino a cinque volte superiore rispetto ai Paesi stabili.

Quando la guerra distrugge la maternità

La rete associativa composta da AMSI – Associazione Medici di Origine Straniera in Italia, UMEM – Unione Medica Euromediterranea, AISCNEWS – Agenzia Internazionale Informazione Senza Confini e il Movimento Internazionale Uniti per Unire, alla luce delle proprie analisi e delle indagini condotte nei contesti fragili del Mediterraneo e dell’Africa subsahariana, riflette su un dato strutturale: dove il conflitto interrompe la sanità, aumenta in modo esponenziale la mortalità materna.

Nei territori di guerra la continuità assistenziale si spezza: mancano ostetriche, sale operatorie, sangue per le trasfusioni, farmaci essenziali. Le donne partoriscono senza monitoraggio, spesso senza elettricità e senza acqua sicura.

Malaria, colera, sepsi: le infezioni che moltiplicano il rischio

In Sudan la malaria colpisce fino al 30% della popolazione in alcune aree sfollate, aggravando anemia e complicanze ostetriche. A Gaza oltre il 70% della popolazione non dispone di accesso stabile ad acqua potabile, con aumento di infezioni gastrointestinali, sepsi e malnutrizione nelle donne incinte.

Nei Paesi in conflitto si registrano inoltre focolai di colera, tubercolosi e infezioni respiratorie acute. La combinazione tra malattie infettive, malnutrizione, sfollamenti forzati e collasso dei servizi sanitari crea un effetto moltiplicatore sul rischio materno.

La salute materna come cartina di tornasole della stabilità globale

Interviene il prof. Foad Aodi, medico fisiatra, giornalista e divulgatore scientifico internazionale, esperto in salute globale, membro del Registro Esperti FNOMCEO e docente dell’Università di Roma Tor Vergata, che afferma:

«Quando un sistema sanitario crolla, la gravidanza diventa un evento ad altissimo rischio. Senza cure primarie, senza prevenzione delle infezioni, senza accesso all’acqua potabile e senza personale formato, le morti materne aumentano inevitabilmente. Non è fatalità: è assenza di sistema».

Aodi amplia l’analisi evidenziando che nei contesti di guerra la donna incinta è esposta a una tripla vulnerabilità: sanitaria, sociale ed economica. «La mancanza di controlli prenatali regolari, l’assenza di strutture sicure per il parto, la difficoltà di accesso ai farmaci essenziali e alle trasfusioni trasformano complicanze gestibili in tragedie evitabili. Emorragie post-partum, eclampsia, sepsi, anemia grave diventano cause di morte perché non esiste una rete sanitaria capace di intervenire in tempo».

Secondo Aodi, la mortalità materna non è solo un indicatore clinico, ma un parametro politico e istituzionale. «La salute materna è il primo indicatore della resilienza di uno Stato. Dove muoiono le madri significa che il sistema non protegge i più vulnerabili, che la prevenzione è carente e che le disuguaglianze sono strutturali. È un dato che misura la tenuta della governance sanitaria e la capacità di garantire diritti fondamentali».

Aodi richiama inoltre la necessità di politiche integrate e strutturali: «Non possiamo separare la salute materna dalla lotta alla povertà, dall’accesso all’istruzione femminile, dalla tutela dell’acqua potabile e dalla stabilità delle infrastrutture. Nei contesti fragili, la salute riproduttiva deve essere considerata servizio essenziale, al pari dell’approvvigionamento alimentare e della sicurezza civile».

Aodi va avanti con un richiamo alla responsabilità internazionale e alla cooperazione sanitaria globale: «Ridurre la mortalità materna nei Paesi in guerra non è un gesto di solidarietà episodica, ma un investimento strategico in stabilità globale. Dove si proteggono le madri, si proteggono le comunità e si costruisce pace sociale».

La fragilità sanitaria come indicatore geopolitico

Il dato più allarmante riguarda le adolescenti: una ragazza di 15 anni che vive in un contesto di guerra può avere un rischio di morte materna nel corso della vita fino a dieci volte superiore rispetto a una coetanea che vive in un Paese stabile.

Per la rete associativa questo non è solo un indicatore sanitario, ma un indice della fragilità istituzionale e sociale di intere aree del mondo.

Carenza di personale sanitario e collasso dei sistemi nei Paesi Terzi

Un elemento strutturale che amplifica la mortalità materna nei contesti di guerra e nei Paesi Terzi è la drammatica carenza di professionisti sanitari. In molte aree colpite da conflitti il numero di medici e ostetriche è inferiore del 40-60% rispetto agli standard minimi raccomandati per garantire assistenza ostetrica sicura. Ospedali danneggiati, fuga di personale qualificato, interruzione dei percorsi formativi e mancato ricambio generazionale determinano un deficit sanitario cronico che si traduce in parti non assistiti, diagnosi tardive e assenza di cure d’urgenza.

La rete associativa evidenzia che nei Paesi economicamente fragili la densità di personale sanitario può scendere sotto le 2 unità ogni 1.000 abitanti, contro valori superiori a 8-10 nei sistemi avanzati. Questa sproporzione strutturale rende impossibile garantire continuità assistenziale in gravidanza, soprattutto durante emergenze umanitarie o sfollamenti di massa.

Secondo AMSI, UMEM, AISCNEWS e il Movimento Internazionale Uniti per Unire, tale squilibrio non può essere ignorato dalle nazioni economicamente forti. I conflitti, le migrazioni forzate e le crisi sanitarie non restano confinati entro i confini geografici. Investire in formazione, cooperazione sanitaria, sostegno alle reti territoriali e protezione del personale medico nei Paesi fragili non è solo un dovere etico, ma una scelta strategica di stabilità globale.

«La carenza di professionisti sanitari nei contesti di guerra – sottolinea Aodi – è una delle prime cause indirette della mortalità materna. Se non rafforziamo i sistemi sanitari locali con politiche di cooperazione strutturale, continueremo a contare morti prevenibili».

Investire in resilienza per salvare le madri

Secondo AMSI, UMEM, AISCNEWS e il Movimento Uniti per Unire, la risposta deve essere strutturale: rafforzamento delle cure primarie, protezione delle strutture sanitarie nei conflitti, formazione di personale locale, accesso universale ad acqua sicura e monitoraggio costante dei decessi materni anche nei contesti difficili da raggiungere.

«Difendere le madri nei Paesi in guerra – conclude Aodi – significa difendere la stabilità sociale e il futuro di intere generazioni. La mortalità materna prevenibile non può essere accettata come effetto collaterale dei conflitti».

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