Roma, mercoledì 21 ottobre 2026 – I paletti che da aprile limitano la chirurgia robotica non si muovono ancora: l’Agenas che ha emanato le nuove raccomandazioni, non considerando o escludendo dal campo di applicazione della robotica numerose patologie, non ha fino ad oggi dato seguito alla richiesta di riesame presentata dai chirurghi italiani. Il nostro Paese, tra i più avanzati d’Europa, rischia così di restare, in molti casi, senza una tecnologia che accorcia i ricoveri e la terapia intensiva e riduce le complicanze, con una spesa per il Servizio sanitario nazionale che in molti casi non aumenta, anzi potrebbe diminuire, se si considera l’intero percorso del paziente, dalla sala operatoria fino al ritorno alla piena efficienza lavorativa. A denunciarlo gli specialisti al congresso nazionale della Società Italiana di Chirurgia, appena concluso a Roma.
Il paradosso italiano: tra i più avanzati in Europa per la chirurgia mininvasiva, ma robot escluso anche per interventi di routine
“L’Italia è il Paese europeo che, dopo la Germania, utilizza di più la chirurgia robotica, con oltre 54.000 procedure nel 2024, a fronte di 31mila di Spagna e Francia e 36mila del Regno Unito”, afferma Ludovico Docimo, Presidente della Società Italiana di Chirurgia.
Le aree di maggiore impiego dei sistemi di chirurgia robotica riguardano l’urologia, con 36mila interventi, seguita dalla chirurgia generale con 8mila, e dalla ginecologia con 5mila.
“Procedure destinate a crescere anche per i trapianti, la frontiera più complessa e avanzata della nuova tecnologia e di cui i chirurghi italiani sono stati pionieri nel mondo, arrivando a sfidare interventi che fino a pochi anni fa sembravano impossibili. La storia della trapiantologia robotica porta la firma del nostro Paese, dal trapianto di pancreas avvenuto per la prima volta al mondo nel 2010 a Pisa, fino al trapianto di fegato interamente robotico, realizzato a Modena, terzo caso al mondo. Eppure, abbiamo regole che, invece, di accompagnare la diffusione e tener conto dei risultati clinici, rischiano di farci arretrare di vent’anni rispetto a un progresso scientifico inarrestabile con indiscutibili vantaggi per i pazienti”, commenta Docimo.
Nonostante le competenze cliniche d’avanguardia, infatti, le regole sembrano andare nella direzione opposta. Ad aprile 2026 la Cabina di regia per la valutazione delle tecnologie sanitarie, coordinata da Agenas, ha pubblicato le raccomandazioni preliminari sull’impiego della robotica in chirurgia generale, ginecologia e urologia. “Su 21 procedure valutate, solo 6 hanno ottenuto un via libera, e nessuna riguarda i trapianti. Per le altre il robot non viene raccomandato oppure confinato alla ricerca, anche per interventi ormai eseguiti di routine in molti ospedali italiani: dall’obesità e l’ernia iatale fino alla chirurgia di fegato, pancreas e milza e ad altri campi emergenti come parete addominale, tiroide e mammella”, puntualizza Docimo.
“Si tratta di un paradosso, abbiamo le competenze ma rischiamo di non poterle usare – ribadisce -. Le raccomandazioni Agenas sono basate su una revisione della letteratura che non ha tenuto conto degli studi più recenti. Negli ultimi anni le evidenze scientifiche hanno confermato i vantaggi della chirurgia robotica, che riducono le complicanze e hanno recupero più rapido, migliori risultati di radicalità oncologica e minori costi indiretti. Le conclusioni raggiunte non corrispondono quindi più a quello che la chirurgia robotica è oggi”.
Senza robot più giorni di ricovero e di terapia intensiva, così i costi per l’SSN salgono
I risultati di uno studio del Network Italiano Sanitario (N.I.San.) su 3.798 interventi con tecnica robotica e 10.488 in laparoscopia realizzati nel 2024 in otto ospedali, mostrano che con la chirurgia robotica la degenza media è quasi dimezzata, con 5,9 giorni di ricovero contro gli 11,5 della laparoscopia, mentre i giorni in terapia intensiva si riducono fino all’80%, con una media di 1 giorno in meno. Secondo lo studio, a parità di intervento, i costi pieni con e senza chirurgia robotica sono molto vicini e talvolta inferiori a quelli con i robot, grazie a degenze più brevi, meno terapia intensiva e costi inferiori del personale in sala operatoria.
“L’innovazione tecnologica è cura per il paziente e valutare la chirurgia robotica solo sul costo dell’intervento è un errore: se si considera l’intero percorso, dalla sala operatoria al ritorno alla piena efficienza lavorativa, e i minori costi indiretti, il robot potrebbe diventare non un costo ma un risparmio per l’intero servizio pubblico”, sottolinea Docimo.
Freno ai robot penalizza ospedali e giovani, aumenta la migrazione sanitaria
Le raccomandazioni non hanno valore di linee guida, che vengono emanate esclusivamente dall’Istituto Superiore di Sanità su proposta delle società scientifiche, ma possono pesare sulle scelte di Regioni e ospedali, a partire da quelle economiche. Oggi non ci sono differenze di rimborso per interventi con o senza robot e il costo aggiuntivo resta a carico della struttura, fatta eccezione per alcune regioni che usano dei correttivi. “Il rischio è penalizzare gli ospedali che investono in tecnologia, mentre il resto del mondo la strada è ormai tracciata”, avverte Docimo.
Una valutazione troppo restrittiva rischia di produrre effetti che vanno ben oltre la sala operatoria. “Se l’accesso alla robotica viene limitato, molti pazienti saranno costretti a farsi operare fuori dalla propria Regione, in strutture private o addirittura all’estero, aggravando il già notevole problema della migrazione sanitaria, fino a una vera discriminazione economica delle fasce di popolazione meno agiate – aggiunge -. Senza contare il vantaggio competitivo improprio che si crea per il privato, che già oggi assume chirurghi esperti in robotica”.
A destare preoccupazione sono anche le ricadute che riguardano la formazione e il futuro della professione, in un momento di profonda crisi in cui un terzo dei posti nelle scuole di specializzazione in chirurgia generale è scoperto. “I giovani si spostano nei centri qualificati per imparare le procedure robotiche e formarsi. Se non trovano questa possibilità nelle scuole di specializzazione, andranno all’estero – prosegue –. Limitare l’accesso alla tecnologia significa rendere la chirurgia generale ancora meno attrattiva, proprio quando avremmo bisogno di nuovi chirurghi”.
Raccomandazioni Agenas senza chirurghi: la SIC chiede nuovo tavolo per rivederle
Per questo “La Società Italiana di Chirurgia chiede ad Agenas e al Ministero della Salute di riaprire al più presto un tavolo tecnico di confronto con le società scientifiche, con obiettivi precisi: garantire una rappresentanza della chirurgia generale, oggi assente tra i firmatari delle raccomandazioni, dove figurano soltanto ginecologi e urologi; recepire le evidenze scientifiche più recenti e tenere conto della reale pratica clinica italiana; includere le aree chirurgiche finora escluse, dalla chirurgia dell’obesità a quella del colon-retto, fegato, pancreas, surrene e milza, fino ai trapianti”, conclude Docimo.