mercoledì, 21 Ottobre 2026

Alzheimer, dalla programmazione ai servizi: la sfida è garantire diagnosi e cure omogenee in tutta Italia

Presentato alla Camera dei Deputati lo studio di ALTEMS Advisory su nove Regioni

Roma, 20 ottobre 2026 – Trasformare la programmazione sanitaria sulle demenze in servizi stabili, ridurre le differenze territoriali e preparare il Servizio sanitario nazionale alle nuove opportunità diagnostiche e terapeutiche. È questo il focus principale dell’incontro “La malattia di Alzheimer come sfida di sanità pubblica”, che si è svolto oggi presso la Sala Matteotti della Camera dei Deputati, su iniziativa dell’Onorevole Annarita Patriarca, promotrice dell’Intergruppo parlamentare per le Neuroscienze e l’Alzheimer.

Una sfida che riguarda l’intero Paese: in Italia la malattia di Alzheimer colpisce circa 700mila persone e coinvolge oltre 3 milioni di familiari e caregiver. Le demenze rappresentano la settima causa di morte a livello globale, con un impatto che si estende ben oltre la dimensione clinica, incidendo sull’autonomia delle persone, sulla vita delle famiglie e sulla capacità dei servizi sanitari e sociosanitari di assicurare un’assistenza continuativa.

L’incontro ha promosso un confronto tra istituzioni, comunità scientifica, rappresentanti regionali e associazioni dei pazienti sulle evidenze del policy paper “Alzheimer in Italia: sistemi regionali alla prova dell’innovazione diagnostico-terapeutica. Governance, percorsi e readiness organizzativa: un’analisi comparativa di nove Regioni”, realizzato da ALTEMS Advisory. L’obiettivo: individuare le azioni necessarie per rendere la risposta ai bisogni delle persone con malattia di Alzheimer e delle loro famiglie più preparata, equa e omogenea.

“Riaccendere l’attenzione sull’Alzheimer significa mettere ancora una volta al centro dell’agenda pubblica i bisogni delle persone e delle famiglie che affrontano ogni giorno la malattia e hanno bisogno di risposte concrete”, dichiara l’On. Annarita Patriarca. “Questa iniziativa nasce dalla volontà di creare un’occasione di confronto tra istituzioni, comunità scientifica e associazioni e individuare le priorità su cui concentrare l’impegno comune. Di fronte all’evoluzione delle possibilità diagnostiche e terapeutiche, come istituzioni abbiamo la responsabilità di accompagnare il cambiamento, affinché si traduca in servizi accessibili e percorsi di assistenza continui, in qualsiasi parte del territorio nazionale”.

L’Italia ha costruito negli anni un impianto istituzionale dedicato, a partire dal Piano Nazionale Demenze del 2014, cui si sono affiancati il Tavolo Permanente sulla Demenza e il Fondo per l’Alzheimer e le demenze. Un percorso che ha consentito alle Regioni di avviare progettualità concrete e che oggi si confronta con la necessità di consolidarle all’interno dell’offerta assistenziale.

In questo quadro si inserisce il nuovo Piano Nazionale Demenze 2027-2031, presentato dal Ministero della Salute il 21 settembre e chiamato a completare il proprio iter istituzionale. Articolato in sette aree di intervento, il documento introduce obiettivi, azioni e indicatori misurabili per accompagnare il passaggio da una logica prevalentemente progettuale a una programmazione stabile. Tra le priorità, oltre all’integrazione tra centri specialistici e servizi territoriali, il sostegno ai caregiver e lo sviluppo di sistemi informativi capaci di misurare la qualità dell’assistenza, figurano la prevenzione e la diagnosi biologica precoce, rilevante anche per quanto concerne l’utilizzo di nuovi farmaci disease-modifying.

In questo scenario, assume crescente importanza l’impiego dei biomarcatori, tra cui quelli ematici, strumenti innovativi che possono contribuire a rendere il percorso diagnostico più accessibile e tempestivo, nell’ambito di protocolli clinici appropriati. Nella reale pratica clinica italiana i biomarcatori su liquor e su sangue risultano ancora poco utilizzati, arrivando a coprire rispettivamente solo il 7% e il 5% dei pazienti valutati all’interno dei Centri per i Disturbi Cognitivi e le Demenze (CDCD).

“Il position paper realizzato da ALTEMS Advisory dà ‘corpo’ e numeri alle difficoltà di malati e famiglie, che sopportano il peso delle differenze territoriali in cure, assistenza e servizi”, sostiene Patrizia Spadin, Presidente Associazione Italiana Malattia di Alzheimer. “AIMA denuncia da anni la mancanza di una rete effettiva e di una presa in carico adeguata per tutte le fasi di malattia: meno del 50% dei pazienti con diagnosi riesce ad essere ‘in carico’ ai CDCD e i pazienti in fase avanzata e con problemi comportamentali non hanno luoghi adeguati di cura né specialisti disponibili nella maggior parte dei territori”.

Il paper restituisce una fotografia di questo percorso attraverso l’analisi di nove Regioni, approfondendo sia la programmazione sanitaria e l’organizzazione delle reti sia i percorsi diagnostico-terapeutici. Il risultato evidenzia una distanza ancora da colmare: gli strumenti di programmazione sono generalmente presenti sul piano formale, ma la loro traduzione in una pratica operativa uniforme resta incompleta. Governance, integrazione dei servizi, utilizzo dei dati e supporto ai caregiver presentano livelli di sviluppo differenti.

Anche l’accesso alla diagnostica avanzata riflette questa disomogeneità. Secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità richiamati nel report, solo due CDCD su tre a livello nazionale hanno accesso alla PET amiloide; nelle Regioni analizzate, la quota varia da circa il 48% al 92%.

“L’analisi delle nove Regioni mostra una convergenza più formale che operativa: piani, atti e progettualità ci sono quasi ovunque, ma la loro traduzione in reti stabili, dati condivisi e percorsi diagnostici standardizzati è ancora disomogenea”, dichiara Eugenio Di Brino, co-fondatore e partner di ALTEMS Advisory. “Abbiamo osservato una catena causale riconoscibile: dove manca una governance operativa, i PDTA invecchiano, i sistemi informativi si frammentano e la diagnosi precoce finisce per dipendere dalla sensibilità dei singoli professionisti”.

Il rafforzamento dei servizi richiede inoltre risorse e continuità nella programmazione. Il Fondo per l’Alzheimer e le demenze ha destinato alle Regioni 33,4 milioni di euro nel triennio 2024-2026, oltre il doppio rispetto al triennio precedente. Per lo studio, questo investimento rappresenta una base da consolidare attraverso finanziamenti adeguati e orizzonti temporali superiori ai tre anni, così da rendere strutturali gli interventi avviati.

La chiusura del confronto alla Camera dei Deputati è stata affidata a Marco Alparone, Vicepresidente e Assessore al Bilancio e Finanza di Regione Lombardia: “La sfida della malattia di Alzheimer richiede una visione capace di anticipare l’innovazione, rafforzando le reti assistenziali e garantendo diagnosi precoci e accesso equo alle nuove opportunità terapeutiche. Regione Lombardia vuole continuare a essere un punto di riferimento, promuovendo modelli organizzativi all’avanguardia”.

L’iniziativa è stata realizzata con il contributo incondizionato di Lilly Italia, Roche SpA e Roche Diagnostics SpA.

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