Oltre il 60% degli italiani va dal dentista per controlli regolari e solo il 16% non mette piede in uno studio da 5 anni. Ma quattro italiani su 10 non usano mai filo interdentale e scovolino, e solo il 12,5% riceve cure parodontali di base: un dato ancora ampiamente insufficiente, a fronte della diffusione della malattia che riguarda 30 milioni di italiani.
Roma, 2 ottobre 2026 – Gli italiani scelgono la prevenzione, ma solo a metà: vanno dal dentista più di prima per regolari controlli, ma a casa trascurano l’igiene orale preferendo collutorio e sciacqui a filo interdentale e scovolino. È la fotografia che emerge dall’indagine Omni Salus 2026 promossa dalla Società Italiana di Parodontologia e Implantologia (SIdP), con il contributo non condizionante di Curasept, su un campione nazionale di 3.000 adulti. Oltre il 60% degli intervistati va dal dentista per farsi controllare, contro il 37% delle rilevazioni precedenti: il 43% ogni 6-12 mesi, a cui si aggiunge un 20,6% che si reca in studio dall’odontoiatra poco meno di una volta l’anno, mentre solo il 16% dichiara di non vedere un dentista da oltre cinque anni. “Primi segnali positivi, frutto delle diffuse campagne di sensibilizzazione e informazione al cittadino che anche SIdP ha da anni collaborato a promuovere sul territorio nazionale, per proteggere la salute orale”, dichiara Leonardo Trombelli, presidente SIdP. Ma se aumenta la prevenzione in studio, tra le mura domestiche la pulizia interdentale lascia a desiderare. Se il 40,8% usa il collutorio o altri sciacqui almeno tre volte a settimana, con una quota di utilizzo giornaliero più alta tra le donne (23,3% contro il 16,5% degli uomini), allo stesso tempo, però, il 41,3% non usa mai il filo o altri strumenti di igiene interdentale, con un picco tra gli over 70, e solo il 28,7% li impiega con adeguata frequenza (da 3 a 7 o più volte a settimana).
“L’utilizzo del collutorio è comodo e veloce, ma non sostituisce il filo o lo scovolino, che restano gli unici strumenti, oltre allo spazzolino, in grado di rimuovere meccanicamente la placca batterica in particolare negli spazi interdentali dove origina la maggior parte delle patologie gengivali – precisa Trombelli -. Il problema non è usare il collutorio, ma usarlo in modo mirato e non pensare che possa bastare da solo”.
Questo scarso utilizzo dei mezzi di pulizia interdentale rischia di compromettere nel tempo la salute orale e, in particolare, di incentivare insorgenza e progressione di problemi gengivali. “Il successo terapeutico a lungo termine delle terapie parodontali e implantari dipende anche dalla correttezza e dalla costanza delle manovre eseguite a casa 2 o 3 volte al giorno – puntualizza Trombelli -. Il collutorio va inteso come un ausilio da inserire nel modo e nel momento giusto e per un tempo opportuno: sempre dopo lo spazzolamento e l’igiene interdentale, seguendo le modalità raccomandate dal professionista”.
Dall’indagine emerge anche un divario strutturale ancora profondo tra chi riceve la terapia di base per curare la parodontite e l’enorme diffusione della malattia. “Solo il 12,5% degli intervistati riferisce di aver ricevuto la pulizia sottogengivale, intervento di primo livello raccomandato per fermare insorgenza e progressione della parodontite. Questa terapia è efficace in senso preventivo e terapeutico ed è soprattutto poco invasiva, rappresentando il primo fronte di intervento di una patologia che interessa nel complesso circa il 60% della popolazione italiana, con un 10-15% di forme gravi o avanzate”, sottolinea Trombelli.
A rendere più evidente il collo di bottiglia sull’accesso alle cure, c’è poi la quota di appena il 4,7% degli intervistati che dichiara di essere stato sottoposto a un intervento chirurgico gengivale, ossia la terapia parodontale di secondo livello per i casi più avanzati o che non rispondono al meglio alle cure di base. “Questi dati dovrebbero far riflettere sulla necessità del sistema di intercettare e curare con interventi appropriati alla severità del caso una patologia che, se trascurata, porta alla perdita dei denti, ed è associata a patologie sistemiche tra le quali diabete e malattie cardiovascolari e reumatologiche”, conclude.