Milano, 30 settembre 2026 – Ad ASTRO 2026, il più importante congresso mondiale sulla radioterapia oncologica che si chiude oggi a Boston (Usa), il professor Andrea Filippi, direttore della Struttura Complessa Radioterapia dell’IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, ha presentato i risultati di uno studio internazionale, a cui ha partecipato anche l’Istituto milanese, che apre nuove prospettive di terapia per alcuni malati di cancro al polmone.
All’ASTRO 2026 di Boston presentati i dati di uno studio internazionale a cui ha partecipato l’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano. Il risultato? Introdurre due cicli di chemio-immunoterapia prima della scelta tra chirurgia e chemioradioterapia ha permesso di portare alla cura la quasi totalità dei pazienti, migliorando le prospettive terapeutiche.
La ricerca, effettuata su un panel di 142 pazienti reclutati a livello globale e discussa poi anche negli highlights del convegno, è focalizzata su pazienti affetti da tumore al polmone con malattia localmente avanzata, non metastatica, stadio terzo, che storicamente erano trattati o con chirurgia o con chemioradioterapia seguita da immunoterapia.
«Abbiamo testato due coorti separate di pazienti – spiega Filippi – Ai primi, con malattia considerata chirurgica fin dall’inizio, sono stati praticati due cicli di chemio-immunoterapia, per poi essere rivalutati dal multidisciplinare e dai chirurghi: in caso di conferma della fattibilità, si procedeva con l’intervento e la successiva immunoterapia di “consolidamento”. L’altra coorte, più innovativa, era composta da pazienti con malattia più avanzata: linfonodi più grandi, estensioni maggiori… Casi che tradizionalmente andavano alla chemioradioterapia, e in cui, invece, abbiamo provato prima a fare due cicli di chemio-immunoterapia. Dopo la valutazione multidisciplinare, alcuni sono stati avviati alla chirurgia ed altri – quelli che non hanno risposto così bene oppure hanno risposto, ma restavano pazienti non chirurgici per l’estensione della malattia o altri motivi – hanno fatto la chemioradioterapia seguita poi da immunoterapia di mantenimento».
Alla fine, sui 142 pazienti arruolati soltanto 11 non sono stati in condizione né di essere operati, né di essere indirizzati alla radioterapia. «Di fatto, quindi, quasi il 95% è riuscito ad arrivare a un trattamento curativo», ha sottolineato il professor Filippi: «I pazienti operati sono andati estremamente bene, come ci si aspettava. Ma abbiamo ottenuto risultati molto positivi anche per chi, dopo i due cicli iniziali, è stato spostato su un programma di chemioradioterapia. È molto probabile che averli intercettati prima, dopo questi primi due cicli e la valutazione del multidisciplinare, e aver fatto la radioterapia al momento giusto abbia consentito loro di tollerarla molto meglio, con risultati migliori e simili a quelli chirurgici».
Il risultato pratico, aggiunge il professore, è che «cambia un po’ la prospettiva con cui, a volte, si dice ai pazienti in stadio tre fin dall’inizio che sono o non sono operabili, con tutte le conseguenze anche psicologiche che questo approccio rischia di dare loro. Il messaggio ai pazienti è quindi più positivo. In pratica, si può partire in molti casi con un’induzione, cioè una sorta di prima parte di chemio-immunoterapia, per decidere poi come passare alla miglior terapia locale, sia essa la chirurgia o la radioterapia. Ed è una strategia adattativa che offre un’ottima possibilità di portare il paziente alla cura».