mercoledì, 30 Settembre 2026

“Expat blues”, oltre il mito del successo: il disagio psicologico dei giovani che hanno cambiato Paese per lavoro

Milano, 30 settembre 2026 – Sono 247mila i cittadini italiani tra i 25 e i 34 anni espatriati tra il 2019 e il 2024 secondo il rapporto Istat sulle migrazioni interne e internazionali 2026. A chiarire le motivazioni dietro le partenze è l’indagine CNEL sui giovani expat, pubblicata a settembre 2026: retribuzioni basse (88%), cultura del lavoro arretrata (80,7%) e svalutazione delle competenze (74,6%). Ma sebbene la figura dell’expat si accompagni a idee di successo e internazionalità, la realtà clinica delle esperienze vissute restituisce un quadro più complesso. Partendo da questo scenario, in occasione della Giornata Mondiale della Salute Mentale 2026, il Professor Furio Ravera, medico psichiatra presso la Casa di Cura Le Betulle e co-fondatore di Gruppo Ginestra, affronta il tema scelto quest’anno dalla Federazione Mondiale per la Salute Mentale (WFMH) e dall’OMS − Ascoltare le esperienze vissute: voci reali, cambiamento reale − declinandolo sulle diverse sfaccettature della condizione psico-fisica nota come “expat blues”.

“Sebbene l’espressione ‘expat blues’ sia diffusa prevalentemente in ambito giornalistico e divulgativo, si rivela uno strumento utile per aiutare il paziente a individuare e riconoscere il malessere che sta provando, il quale non scaturisce necessariamente dalla comune nostalgia di casa”, spiega lo psichiatra. “Questo disagio può infatti nascondere una sintomatologia ansioso-depressiva ben più grave, che può essere appurata solo attraverso un ascolto attento e partecipato della persona”.

Nonostante tenda a emergere con più frequenza al termine dell’euforia iniziale del trasferimento, la “depressione da espatrio” può colpire lavoratori migranti, studenti internazionali e professionisti in qualsiasi momento del processo di integrazione socio-culturale. Le tempistiche e le modalità variano in base a caratteristiche personali, alle specificità del contesto e alle risorse a disposizione. “A prescindere dal fatto che il trasferimento sia stato fortemente voluto e ricercato, le dinamiche di inserimento in un nuovo Paese hanno conseguenze tangibili e osservabili sul benessere psicologico, innescando ansia, solitudine, depressione, frustrazione e confusione identitaria”, chiarisce Ravera.

La letteratura scientifica in materia conferma che il processo di adattamento culturale può rappresentare un fattore di stress psicologico di grande rilevanza. Con l’espressione “stress da acculturazione” (acculturative stress), coniata negli anni Settanta dallo psicologo J.W. Berry, si definisce proprio la risposta psicologica che si attiva in questo mutato contesto esistenziale. “Se lo shock culturale corrisponde al disorientamento istantaneo, vissuto al momento del primissimo incontro con la nuova realtà, lo stress da acculturazione si riferisce alla gestione continua e costante della tensione tra riferimenti, valori, norme e aspettative sociali tra il Paese d’origine e quello di arrivo”, precisa il Prof. Ravera.

Il Professore precisa che questo senso opprimente di sradicamento e distacco è ulteriormente aggravato dalla difficoltà di costruire da zero una propria rete di supporto e di stringere nuovi legami forti all’interno di un tessuto multiculturale soggetto a cambiamenti continui. Il totale abbandono o la parziale modifica dei riferimenti precedenti, unito al tentativo di riconciliarli con i nuovi, può provocare una discontinuità identitaria, generando una tensione interiore che mina la resilienza psicologica degli expat.

In merito all’identificazione del limite oltre il quale è necessario l’intervento clinico, il Professor Ravera traccia un confine preciso: “Il momento di agire e chiedere aiuto arriva quando il disagio cessa di essere transitorio e, interferendo profondamente, altera il normale corso delle relazioni, del lavoro e della qualità della vita nel suo complesso. Richiamando il tema scelto quest’anno per la Giornata Mondiale della Salute Mentale, diventa imperativo saper ascoltare e rispondere all’expat blues nella forma in cui la persona lo vive”.

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